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Longevità e BDNF: il ruolo del cervello nella regolazione della durata della vita secondo un punto di vista evolutivo

1. Introduzione

Studi condotti negli ultimi 25 anni hanno dimostrato che la massima durata teorica della vita per una determinata specie, 120 anni per gli esseri umani, è fortemente correlata al rapporto tra le dimensioni del cervello rispetto al corpo (brain/body-size ratio). Questo è particolarmente vero nei mammiferi, con l’eccezione dei pipistrelli che in media vivono tre volte più a lungo di quanto sarebbe prevedibile in base al loro rapporto cervello/corpo.1 Da questi studi anatomici comparativi si è arrivati alla conclusione, inaspettata, che la durata della vita sia largamente controllata dal cervello. Le teorie evoluzionistiche forniscono la chiave per capire come il cervello possa controllare la durata della vita. Secondo queste teorie, durante l’evoluzione il controllo del metabolismo corporeo (incluso il controllo dell’immagazzinamento dell’energia nel grasso corporeo e la ricerca di nuova energia, cioè di cibo) si è localizzato nel cervello che, di conseguenza, ha assunto il controllo della salute dell’intero corpo e della resistenza agli stress della vita. D’altra parte, la salute del cervello stesso è soggetta alla salute generale del corpo. In sostanza, la durata della vita di un individuo appare essere determinata da una reciproca influenza tra cervello e corpo che si instaura grazie a segnali che viaggiano dal corpo al cervello e viceversa. La possibilità in un prossimo futuro di capire come il cervello e il corpo si influenzino a vicenda e quale sia la natura di questi segnali fisiologici avrà un impatto fortissimo sulla nostra attitudine verso la vita e l’invecchiamento.

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