QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Parte quarta: Le relazioni di aiuto a domicilio e in istituzione

5 La gestione del tempo

Nella gestione del tempo all’interno di una RSA, l’attesa assume un significato fondamentale: essa va interpretata come un forma di occupazione che permette ai residenti di uscire dall’ozio in cui li tiene la loro condizione e la carenza di attività di animazione. Aspettare significa “fare qualcosa”. La passività associata all’attesa non è assolutamente sinonimo di vacuità. Il tempo dell’attesa è direttamente connesso all’azione, sia perché inibisce altre attività (il residente che aspetta si rifiuta di dedicarsi ad altre attività), sia perché dà luogo ad attività specifiche (come ad esempio controllare l’arrivo del medico o prepararsi per uscire).

Questo modo di sentirsi impegnato attraverso un’attesa rivela la natura particolare del tempo di queste istituzioni. Quando l’attesa perde il suo oggetto, per diventare una condizione permanente, l’orientamento temporale dei residenti ne risulta fortemente compromesso. Se, per verificare le capacità di orientamento temporale, si chiede ai residenti di ricordare da quanto tempo vivono nell’istituzione, solo alcuni sono in grado di indicare esattamente il mese e l’anno, molti danno risposte vaghe o inattendibili.

Lo sprofondamento in una dimensione del tempo vaga e confusa può essere interpretata come il tentativo di rallentare il suo scorrere, che conduce inesorabilmente verso le dimissioni dalla residenza. Dimissioni che possono essere di due tipi: il trasferimento in un servizio più medicalizzato o la morte.

A questa percezione distorta della durata del ricovero, si aggiunge un’ impressione confusa del tempo quotidiano: molti residenti manifestano una difficoltà nell’organizzare in senso cronologico gli avvenimenti che accadono quotidianamente nella struttura. Questa difficoltà può sembrare paradossale in un ambiente che si impegna a segnalare il trascorrere del tempo in tutti i modi possibili (grandi orologi collocati in tutti gli spazi collettivi, calendari con le settimane, i mesi e le stagioni, i menù della settimana e i programmi di animazione).

Contro questo tempo che avanza inesorabilmente, i differenti ritmi temporali delle istituzioni e le attese che essi producono sembrano assolvere la funzione di conferire un orizzonte rassicurante alla vita quotidiana.

Attendere è un modo di circoscrivere il tempo, è prevedere la sua fine e il suo ritorno. L’espressione “aspettiamo la morte”, utilizzata qualche volta dai residenti, conferma che l’ultimo limite di questa attesa è la morte. Per descrivere il loro vissuto in relazione al tempo, i residenti più che al termine “oziare” fanno ricorso al termine “lasciarsi andare”. Questa parola designa un indebolimento del corpo, una forma particolare di affaticamento nell’attesa e una perdita di interesse e di vitalità conseguente a questo indebolimento. Dal personale medico questo vissuto viene interpretato in termini di depressione.

Le dimensioni temporali in cui sono immersi residenti e personale, benché tra loro strettamente connesse, non sono della stessa natura: mentre gli operatori sono oppressi dal tempo (per concludere entro una data ora un certo compito assistenziale), i residenti aspettano. Questa disarmonia può generare situazioni conflittuali, in particolare fra i residenti poco disposti ad aspettare e che invocano costantemente l’intervento del personale, e i membri di quest’ultimo che sono meno disposti a tollerare l’impazienza dei residenti. Il contrasto si accentua, in particolare, durante i pasti, i cambi e le toilette: le maggiori vittime di questa difficoltà a conciliare i tempi di assistenti e assistiti sono le persone immobilizzate.

6 Le relazioni tra residenti e operatori

Un aspetto della condizione di dipendenza che spesso viene sottovalutato è la difficoltà che una persona adulta incontra nel richiedere aiuto ad un’altra persona. In una residenza per anziani l’apprendimento del modo in cui si devono indirizzare le richieste di aiuto al personale fa parte del processo di integrazione sociale del residente. Le richieste vanno rivolte agli operatori in funzione dei loro diversi ruoli organizzativi: la richiesta di un’aspirina va indirizzata a un infermiere; l’aiuto nel tagliare la carne a un ausiliario; la regolazione del televisore a un addetto alla manutenzione; dei chiarimenti sul pagamento della retta a un impiegato amministrativo; il rammendo a un capo di abbigliamento alla guardarobiera.

Il residente che non ha avuto esperienze di ricovero ospedaliero può incontrare maggiori difficoltà ad esprimere le sue richieste. Il personale può, perciò, trovarsi di fronte a domande inespresse che deve saper interpretare e soddisfare, come ad esempio, proponendo l’uso di un pannolone quando intuisce che il residente può essere imbarazzato a richiederlo.

E’ l’équipe di assistenza che, in modo informale, gestisce il processo di apprendimento a chiedere del nuovo residente: un ausiliario indirizza verso l’infermiere il residente che gli ha richiesto un sonnifero, e l’infermiere, a sua volta, indirizzerà il residente verso il medico che è l’unica figura autorizzata a prescrivere questo farmaco.

Imparare a chiedere quando si vive in una residenza per anziani significa imparare a riconoscere, accettare come normali, bisogni che si vivono e si esprimono in modo inedito.

Nonostante i responsabili della residenza e il personale riconoscano che è normale chiedere e che il personale presente è lì per rispondere a queste richieste, nelle situazioni concrete il residente si accorge di quanto sia difficile esercitare questo diritto: essere posto nella condizione di domandare fa sentire al residente la sensazione di essere percepito come un “consumatore di prestazioni assistenziali”, le cui più elementari funzioni corporee possono diventare oggetto di discussione quotidiana e fonte di preoccupazione per le persone che lo assistono.

Nelle residenze più medicalizzate, il termine utilizzato dalle persone anziane per autodefinirsi è “malato”. Questo termine pare più funzionale al mantenimento della dignità personale rispetto a quello di “non autosufficiente”. Lo stesso processo di conversione terminologica viene utilizzato per sostituire alla parola “residenza” o “casa di riposo” il termine “ospedale”. Questi stratagemmi rivelano un tentativo di eludere la discriminazione sulla base dell’età. In un ospedale non è rilevante l’età del paziente in quanto tutti i ricoverati rientrano nella categoria delle persone malate.

Alcune richieste vengono taciute o mascherate. Esse possono segnalare un bisogno di presenza che, soprattutto durante le ore notturne, si fa pressante.

Lo status sociale occupato dal residente prima del suo ingresso nell’istituzione perde progressivamente il suo valore nella misura in cui il suo livello di disabilità lo fa penetrare sempre più profondamente nell’organizzazione del lavoro di assistenza.

La quantità di richieste rivolte al personale consente di caratterizzare i vari gruppi di residenti introducendo una differenziazione informale tra i piani o i reparti. Ad esempio: un primo piano può essere considerato più “brontolone” del secondo piano. Oppure, un reparto può essere definito più pesante in termini “psicologici” rispetto ad un altro in cui il lavoro è più pesante fisicamente, ma meno oppressivo dal punto di vista psicologico.

Oltre che dalle richieste, il clima sociale istituzionale è influenzato dalle lamentele. Esse sono frequenti, ma raramente vengono formulate in modo mirato ed efficace. Perciò sembrano trasformarsi soprattutto in un argomento di conversazione comune: il personale individua nella lamentela un bisogno di attenzione o di manifestazione dell’umore.

Le lamentele non sono sempre facilmente distinguibili dalle richieste e dagli ordini.

La richiesta può essere soddisfatta o non soddisfatta. Mentre un ordine rappresenta una richiesta imperativa che non può essere elusa.

La lamentela è spesso espressione di un disagio non facilmente interpretabile. I confini non sempre chiari fra questi tre termini agiscono come elemento di complicazione nelle relazioni tra residenti e personale.

Le lamentele dei residenti qualche volta rappresentano un tentativo di restare in una relazione di interdipendenza con il personale. Ricordando di essere dei clienti che pagano una retta per ottenere prestazioni e servizi, essi cercano di conservare una posizione paritaria con le persone che si prendono cura di loro.

Le richieste di attenzione e di affetto espresse, in forma quasi sempre indiretta, dai residenti non sembrano poter rientrare nelle prestazioni di servizio erogate dal personale: se il coinvolgimento emotivo fa parte del bagaglio professionale degli operatori di questi servizi, esso non può essere retribuito o imposto dalla direzione.

I piccoli regali che i residenti e le famiglie fanno al personale sono una forma di contropartita simbolica che manifesta gratitudine verso il loro impegno quotidiano. Benché essi vengano controllati dalle direzioni al fine di evitare disparità di trattamento, questi piccoli regali manifestano il bisogno dei residenti di restare in una relazione di reciprocità che attenua lo squilibrio sociale causato dalla condizione di dipendenza. Sottrarre ai residenti la possibilità di continuare a dare, non soltanto attraverso piccoli regali, ma anche attraverso le forme di aiuto ai co-residenti meno validi e di collaborazione con il personale che abbiamo precedentemente illustrato, significa condannarli a una sorta di insignificanza sociale.

La difficoltà del lavoro del personale è riconosciuta dai residenti che, molto spesso, manifestano la loro comprensione per i problemi con cui esso si misura ogni giorno.

Con la perdita della capacità motoria si rafforza la dipendenza dal personale per poter accedere agli spazi istituzionali.

Fra i residenti con difficoltà motorie è necessario distinguere tra coloro che si muovono autonomamente con l’aiuto di un deambulatore o di una carrozzella, da coloro che possono spostarsi soltanto con l’aiuto di un’altra persona. I residenti in grado di utilizzare la classica carrozzella con l’aiuto delle braccia sono pochissimi. Le carrozzelle elettriche sono scarsamente diffuse a causa delle difficoltà che i residenti incontrano nell’uso dei comandi che le azionano. Il loro cattivo impiego può diventare inoltre causa di incidenti, sia per chi li utilizza che per gli altri residenti.

Il timore delle cadute diventa un fattore di inibizione del movimento: il personale preferisce accompagnare una persona che deve partecipare ad una attività di animazione servendosi di una carrozzella, piuttosto che correre il rischio che cada andandoci con le proprie gambe. Spesso i soli tragitti quotidiani che percorrono le persone in carrozzella sono quelli che li conducono dalla propria stanza alla sala da pranzo e dalla propria stanza ad un laboratorio di animazione.

Le persone in carrozzella perdono la loro piena libertà di movimento, in quanto la loro possibilità di farsi condurre dove vogliono, con chi vogliono e all’ora che vogliono, è legata alla disponibilità di un accompagnatore. La dipendenza motoria dei residenti riduce il loro spazio fisico di vita. Il confinamento nella propria camera sancisce l’accesso all’ultimo stadio del processo di immobilizzazione.

Con l’aumento delle disabilità il residente viene gradualmente inglobato nell’organizzazione del lavoro del personale, le cui logiche lo pongono di fronte a situazioni del tutto inedite e generatrici di esperienze umilianti.

La perdita della capacità di conservare la posizione eretta in seguito all’indebolimento delle gambe, lo costringe ad una condizione di orizzontalità “innaturale”, la cui conseguenza più penosa è, ad esempio, quella di dover essere lavato da qualcuno nel proprio letto: esperienza che trasforma radicalmente il significato che il letto aveva assunto fino a quel momento nella vita della persona. Esso rappresentava infatti l’ultimo spazio dell’intimità, un luogo di incontro con sé stesso, supporto indispensabile del sentimento di identità personale.

Il peggioramento delle condizioni di salute pone il residente in relazione con una serie di attrezzature assistenziali che modificano ed estendono i confini del suo corpo: la sedia in plastica su cui sedersi durante la doccia, il sollevatore, la comoda, la carrozzella, il pannolone. A questi oggetti se ne aggiungono altri di aspetto più comune quali: il telecomando, il dispositivo per cambiare l’inclinazione del letto, il campanello per chiamare il personale. L’inglobamento del corpo dipendente nell’organizzazione del lavoro di cura altera i tempi di vita quotidiani dei residenti. Consideriamo il caso del bagno: quando il residente godeva di una certa autonomia lo poteva fare nei giorni e negli orari da lui preferiti, in condizioni di dipendenza si trova a farlo nei giorni e negli orari stabiliti dal personale.

Il peggioramento delle condizioni di salute pone il residente di fronte ad altre esperienze spiacevoli, come ad esempio, l’essere lavato frettolosamente e con una frequenza minore di quella desiderata o il sentirsi espropriato del controllo dell’igiene personale, fattore indispensabile per la conservazione della dignità.

La dipendenza stabilisce una relazione intima tra il corpo dei residenti e quello del personale, ma tale relazione tra un corpo che sostiene e un corpo che è sostenuto può essere fonte di disagio e di sofferenza per entrambi.

Il lavoro di assistenza agli anziani dipendenti è molto faticoso e numerosi sono i disagi fisici cui sono esposti gli operatori, in particolare sciatiche o ernie al disco. Questi disagi sono accentuati dallo scarso utilizzo delle tecnologie assistenziali, in quanto il personale manifesta una certa resistenza ad utilizzarle, principalmente per due ragioni: la prima, è che spesso esse portano via più tempo; la seconda, è che possono sottoporre il residente a un’esperienza di disumanizzazione che lo allontana dalla persona che lo assiste.

Il legame stretto che si determina tra il corpo dei residenti e il corpo del personale rende inevitabile la collaborazione: la dipendenza è in realtà un’interdipendenza.

In molti casi la persona anziana, mobilizzandosi, può agevolare l’ausiliario che l’assiste: girandosi su un lato, rimettendosi a letto, tenendosi in piedi. Non è infrequente assistere a forme di divisione del lavoro tra residenti e personale, dove il residente può conservare la capacità di provvedere da solo all’igiene di alcune parti del suo corpo, mentre per altre potrà ricorrere all’aiuto del personale. Così facendo la persona si pone in un rapporto di “collaborazione” con chi la assiste, ridefinendo nello stesso tempo le frontiere della sua intimità.

Allo stesso modo, essa può conservare un controllo su quelle parti del corpo che sfuggono al suo intervento, fornendo all’operatore informazioni utili sul modo in cui desidera essere assistita e, ricevendo da quest’ultimo, ragguagli sulle condizioni di quelle parti del corpo che sfuggono alla sua vista o al suo tatto.

La ricostruzione dei confini del corpo dipendente e degli ambiti di intervento del personale di assistenza risultano di importanza fondamentale agli effetti della tutela della dignità della persona.

L’aggravarsi della condizione di dipendenza si accompagna, generalmente, con l’aumento delle difficoltà di comunicazione. Nell’ambito dell’organizzazione del lavoro, tale carenza viene compensata attraverso la raccolta di scritti e di dati quantitativi da valutare e discutere in équipe.

Ulteriori informazioni possono essere raccolte attraverso l’osservazione della vita quotidiana del residente. Si può verificare, ad esempio, se si nutre a sufficienza, se si è scaricato, se beve regolarmente, se ha dormito bene, se si lamenta del suo dolore all’occhio, se è ansioso, ecc… Le osservazioni relative a questi aspetti sono generalmente guidate dal medico o dall’infermiera dopo aver diagnosticato delle specifiche patologie.

La molteplicità delle conoscenze prodotte, trascritte e organizzate intorno alla persona anziana e al suo corpo diventano una traccia della sua esistenza e della sua storia nell’istituzione.

Gli strumenti per raccogliere le informazioni sui residenti sono molteplici. Si va dalla cartella personale informatizzata, al quaderno delle consegne, a diversi supporti grafici messi a disposizione del personale. Vengono tenuti anche dei calendari sommari dove si registra la frequenza dell’eliminazione di feci e di urine. Molto usati, soprattutto nelle sale da bagno, risultano anche i pittogrammi di dipendenza, che segnalano ciò che il residente è in grado di fare o di non fare. Nei locali di servizio annessi alle sale da pranzo è affisso il piano dei tavoli con l’indicazione dei posti di tutti i residenti e le indicazioni relative ai regimi dietetici cui devono attenersi e al tipo di colazione preferita. Alcuni degli scritti relativi allo stato di salute, richiedono un sapere tecnico per poter essere interpretati, come ad esempio, i valori numerici che definiscono la pressione sanguigna o quelli relativi al tasso di emoglucosio. Tutti i dati relativi allo stato di salute dei residenti si prestano ad essere raggruppati, confrontati e valutati, rendendo in questo modo possibile una gestione efficace ed efficiente delle risorse assistenziali.

La maggiore vicinanza tra operatori e residenti può facilitare la raccolta di informazioni di tipo biografico utili alla costruzione di relazioni di cura più personalizzate e quindi più aderenti ai bisogni da loro espressi.

Con l’aumento del livello di dipendenza aumenta la probabilità del ricorso al tu nelle relazioni con i residenti. Benché vengano impartite direttive volte ad evitare l’uso indiscriminato del tu, molti residenti chiedono espressamente di essere chiamati per nome.

In una residenza per anziani la morte dovrebbe essere un evento ordinario, ma per il personale pare non essere così. Sebbene frequente, la morte non può essere prevista: non è raro che persone apparentemente giunte all’esaurimento delle loro risorse fisiche vivano ancora a lungo.

Agli occhi del personale il decesso del residente segna un cambiamento nello status di un corpo che fino a quel momento viveva grazie al loro lavoro.

La paura di scoprire un residente deceduto nella sua stanza è molto diffusa nel personale. Sebbene si riconosca l’importanza di non lasciarlo solo al momento della morte, molti temono di essere presenti al momento del trapasso.

Il silenzio che avvolge la scomparsa di un residente è una difesa contro l’onnipresenza della morte. La freddezza delle procedure, il disinteresse del personale e l’assenza di ritualizzazione trasformano la morte in una sorta di non-evento: la fine della vita viene sottoposta a uno svuotamento del suo significato.

Nel trasferimento della salma dalla sua stanza alla camera mortuaria si evita di passare vicino alla sala da pranzo e si aspetta che i corridoi siano vuoti. Se alcuni membri del personale sono presenti al momento del decesso, essi non considerano questa presenza come un aspetto del loro lavoro. Nonostante si manifesti in un ambiente collettivo, la morte avviene in solitudine nella metà dei casi.

Il trattamento subito dal corpo defunto viene compiuto con gesti rapidi, che contrastano con la lentezza degli abituali gesti di assistenza quotidiani.

Dopo lo choc della morte annunciata, un miscuglio di sentimenti di sollievo, afflizione e colpa caratterizza gli incontri tra il personale e i famigliari del defunto: non è raro assistere alla manifestazione di gesti di affetto, come stringere una mano o asciugare le lacrime.

I residenti sono ancora meno coinvolti del personale negli ultimi istanti di vita di un co-residente. Quando i funerali si svolgono al di fuori della residenza, solo raramente essi vi partecipano. Questo distacco prova la difficoltà di costruire solidi legami sociali all’interno di una residenza per anziani.

Morte interiore e oblio

Il compito che la società assegna alle residenze per anziani non autosufficienti, non è solo di assistere e custodire persone incapaci non pericolose (Goffman,1968), ma anche quella di proteggere la società dalle ansie associate alla vecchiaia e alla malattia che, in quanto segnali di morte, rappresentano una minaccia alle strutture fondamentali della vita sociale.

Sebbene la vecchiaia e la malattia rappresentino, rispetto alla morte, una minaccia meno drammatica per la struttura della vita normale, esse suscitano ansie profonde negli individui e nella società. Pur rientrando fra le esperienze della vita quotidiana; esse sono, nello stesso tempo, esperienze che indicano i limiti della vita. Da sempre, per contenere queste ansie ed impedire che distruggano le strutture fondamentali della vita sociale, la società umana predispone appositi apparati istituzionali per contenere in qualche modo queste esperienze. Ciò spiega perchè la vecchiaia, la malattia e la morte (in ordine crescente) vengano, per quanto possibile occultate (Berger P.L., Berger B.,1977).

Anche quando sopraggiunge al termine di una lunga esistenza la morte fatica ad essere accettata come un evento normale della vita. Se prima del ricovero in una RSA la persona anziana, pur essendo già entrata per ragioni anagrafiche nella dimensione della morte annunciata, poteva continuare a considerarla come qualcosa di estraneo a sé, dopo il trasferimento in una RSA si trova nell’impossibilità di mettere in atto questa manovra difensiva poiché l’ambiente istituzionale rende inevitabile il contatto quotidiano con questo evento. E’ in questo spazio che essa, quasi sempre, morirà.

In molti casi l’ingresso in una RSA rappresenta una scelta consapevole del luogo o del modo in cui morire, adottata con l’aspettativa di poter contare sull’assistenza e il conforto di persone qualificate,

sollevando i propri familiari dalle pesanti incombenze dell’assistenza nella fase terminale 5.

L’onnipresenza della morte nell’ambiente istituzionale è un dato di realtà difficilmente confutabile. I residenti sono, per così dire, morti potenziali. Ciascuno di loro, entrando nell’istituzione, va ad occupare il posto lasciato libero da una persona defunta e, per quanto rimosso, questo aspetto non può risultare indifferente sul piano del vissuto profondo. La presenza della morte si può leggere facilmente sul volto di molti residenti.

Gli operatori di questi servizi si trovano perciò di fronte al paradosso di sostenere e promuovere la vitalità del residente in un ambiente fortemente influenzato dalla presenza della morte. Per evitare che questo paradosso vanifichi la loro azione essi tendono a “sdrammatizzarla”, negando gli intensi sentimenti che suscita la sua vicinanza. Il ricorso a questo meccanismo difensivo, per quanto giustificabile, crea le condizioni che conducono alla morte affettiva e sociale prematura dei residenti.

Come abbiamo visto in precedenza, il processo di indebolimento dei legami sociali che si manifesta nella grande vecchiaia, e che si accentua con la perdita dell’autonomia fisica e funzionale, equivale a una lenta morte affettiva. Con l’ingresso in una residenza per anziani questo processo subisce un’accelerazione, soprattutto nei contesti a forte caratterizzazione ospedaliera. Se nell’ambiente domestico, la persona anziana poteva compensare l’indebolimento dei legami sociali spostando il suo investimento affettivo dalle persone agli oggetti, all’interno di una residenza questa manovra, a causa della limitatezza dello spazio personale, risulta di più difficile attuazione.

Per la persona anziana e per i suoi famigliari il ricovero in una casa di riposo è vissuto come un evento luttuoso che in taluni casi viene interpretato come una vera e propria morte sociale. In ambito sociologico con questo termine ci si riferisce alla scomparsa di un individuo dalla scena sociale che può essere determinata dalla morte fisica, dall’esclusione, dall’esilio, dalla partenza, dall’oblio. Generalmente la morte sociale viene a coincidere con la morte fisica, ma in alcuni casi, come quello dei residenti nelle istituzioni per anziani, la può precedere. Alla morte sociale prematura dei residenti si può contribuire mettendo in atto, prevalentemente in modo omissivo, delle pratiche desocializzanti: ad esempio, non attivando canali di comunicazione tra l’istituzione e il mondo sociale circostante, non rimuovendo le limitazioni alla vita sociale dei residenti che vengono mantenute per comode consuetudini organizzative, non tutelando i loro diritti sociali e familiari, non rispettando le loro abitudini di vita 6.

Di solito la morte sociale succede alla morte fisica e si realizza attraverso l’oblio. Poiché essere ricordati significa continuare a vivere socialmente, possiamo dirci socialmente morti soltanto nel momento in cui scompare l’ultima persona che conservava un ricordo di noi, che lo portava con sé e che talvolta lo arricchiva. Paradossalmente la morte sociale cancella gli esseri umani più efficacemente della morte fisica, che lascia prima un cadavere e poi uno scheletro che rimane intatto per secoli. I monumenti e i nomi delle vie sono luoghi creati dalla società per alimentare la memoria degli uomini illustri. Ma chi non appartiene alla ristretta schiera degli uomini illustri non può aspirare a una lunga sopravvivenza sociale se non imparando a riconoscere i momenti apicali della vita e ad attribuire loro sempre nuovi significati. Solo approfondendo la conoscenza di quello che James Hillman (Hillman,2000) definisce il nostro carattere possiamo creare le condizioni per incrementare la nostra longevità sociale. Ciascuno di noi è il prodotto del lavoro di ricerca e di formazione che fa su di sé. In assenza di questo lavoro gli eventi che scandiscono i percorsi biografici non si possono trasformare in una esperienza di vita riconoscibile e comunicabile. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che chi, pur possedendone gli strumenti, non conduce questo lavoro di riflessione su di sé, si condanna inconsapevolmente a una morte sociale prematura.

La prossimità della morte suscita nella persona anziana preoccupazioni che non riguardano soltanto l’interpretazione che verrà data alla sua vita nell’aldilà, ma anche l’aspettativa di apparire agli altri come persona esemplare o meritevole di essere ricordata. Se i beni materiali vengono generalmente lasciati in eredità ai figli o ai familiari, non così sempre avviene per l’eredità spirituale e per la propria esperienza di vita. Quest’ultima spesso viene consegnata alle persone più vicine nel momento del trapasso. In una residenza per anziani, con l’approssimarsi della morte, è lo stesso residente a designare l’operatore a cui consegnare l’eredità spirituale.

In questi contesti non ci si dovrebbe perciò limitare a rallentare il deterioramento biologico e a prevenire le patologie geriatriche, ma si dovrebbe predisporre un ambiente di vita capace di scongiurare la lenta morte interiore dei residenti offrendo loro il sostegno affettivo necessario a non smarrire il filo che tiene insieme la loro vita (Censi,2001).

Da luoghi tacitamente deputati alla cancellazione silenziosa e invisibile dei soggetti che attentano al mito dell’individuo autonomo, produttivo, immune dal dolore e dalla decadenza, le residenze per anziani vanno gradualmente trasformate, attraverso la cura particolare che va assicurata alle proprie radici sociali, in luoghi di custodia della memoria di coloro che, in quanto ci hanno preceduto, rappresentano la testimonianza vivente del patrimonio di tradizioni, valori e istituzioni che i nostri padri ci hanno tramandato.

4 Tuttavia le cose non stanno esattamente così. “Per quanto poco attraente sul piano dell’immagine, la RSA è il luogo dove si muore, dove le persone vanno a trascorrere l’ultima fase della loro vita. Anche se negli ultimi anni, in certe regioni d’Italia si è opportunamente valorizzato il ruolo vitale delle RSA (la riabilitazione, i ricoveri temporanei, i centri diurni), è innegabile che l’immagine più forte e più radicata nell’immaginario collettivo è quella della casa di riposo come collo di bottiglia dell’esperienza terrena, ultima stazione della nostra esistenza. Appare quindi stridente che l’istituto dove si muore sia anche il luogo ove non esiste cultura del morire, con operatori non preparati ad affrontare questa fase della vita” (Villani,2003).
5 Queste pratiche desocializzanti presentano sorprendenti analogie con l’insolita pena di morte in vigore nello stato africano del Gabon dove non si procede alla soppressione fisica dell’individuo, ma ci si limita ad allontanarlo dalla società privandolo di tutti i diritti familiari e civili e cancellandolo dai registri di stato civile (Levet-Gautrat,1985). Quando la morte sociale è decretata da una decisione della collettività si parla di morte sociale istituzionalizzata. Un esempio è la dispersione delle ceneri dei capi nazisti decisa dalle nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale attuata con l’intento di evitare che le tombe potessero diventare luogo di riunione per i nostalgici di quel regime.


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