QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Parte quarta: Le relazioni di aiuto a domicilio e in istituzione

L’aiuto in istituzione

Fino ad oggi, la ricerca sociale sulla vita della persona anziana dipendente ricoverata in una residenza è stata, soprattutto in Italia, largamente trascurata. E’ tuttavia possibile, attingendo alla letteratura scientifica internazionale, mettere a fuoco le caratteristiche distintive di questa fascia di popolazione e analizzare i principali problemi sociali che essa incontra nelle varie fasi della vita istituzionale.

Le persone residenti in queste strutture presentano le seguenti caratteristiche (Shanas, Maddox, 1965): sono più vecchi del resto della popolazione anziana , non sono mai stati sposati o sono vedovi, non hanno figli o hanno un figlio solo. Il ricovero, oltre che dalle condizioni di salute, può essere determinato da fattori sociali, economici e abitativi. Ma esistono tuttora molti casi in cui le persone sono spinte a entrare in un’istituzione solo per il fatto di essere etichettate come confuse, vaneggianti, smemorate, pericolose per sé, sporche, sottonutrite, irrequiete, demotivate (Townsend,1981). Il ricovero di queste persone sembra dipendere più dall’imbarazzo e dal disgusto (Nussbaum,2011) che esse suscitano che dal loro bisogno di assistenza.

Chi non dispone di un supporto familiare tende ad essere ricoverato prima e a un minor livello di disabilità, andando così incontro a una più lunga permanenza nell’istituzione.

La probabilità di essere ricoverati aumenta fortemente in relazione all’età (più di un novantenne su quattro è ricoverato in una residenza) e al genere (le femmine sono in netta prevalenza sui maschi).

L’aspetto più problematico dell’adattamento al nuovo ambiente di vita, che presenta caratteristiche profondamente difformi da quello della comunità esterna, è la conservazione dell’identità.

L’adattamento al nuovo ambiente varia in funzione della continuità o della discontinuità che è possibile stabilire con la vita condotta fino al momento dell’ingresso nell’istituzione. I residenti, che hanno deciso di troncare ogni legame con la vita anteriore, raggiungono prima un nuovo equilibrio che, grazie all’accettazione delle regole e dei ritmi che scandiscono la vita istituzionale, facilita loro la partecipazione alle attività proposte e la costruzione di nuovi legami con altri residenti e con membri del personale. Altri, generalmente di estrazione sociale e culturale più elevata e che hanno scelto di entrare in casa di riposo per conservare la loro autonomia nei confronti dei figli, tendono ad astrarsi dalla vita sociale istituzionale, con l’obiettivo di stabilire una certa continuità con la vita anteriore; altri ancora, che hanno la sensazione di essere stati scaricati nell’istituzione, non riuscendo a trovare un nuovo equilibrio e a ricrearsi un ambiente domestico, conservano una forte nostalgia della loro vita precedente, rifugiandosi nei ricordi e nei sogni.

L’identità del residente è influenzata dalle relazioni con due gruppi di persone che presentano marcate differenze. Da un lato, vi sono gli altri residenti, buona parte dei quali affetta da precarie condizioni di salute fisica e mentale. Dall’altro, operatori in giovane età con i quali il residente si relaziona nell’ambito circoscritto delle pratiche di cura.

Per i residenti le relazioni ravvicinate con i coresidenti possono costituire una triplice minaccia: in primo luogo, perché rappresentano l’immagine di ciò che essi temono di diventare; in secondo luogo, perché vivendo nella stessa istituzione rischiano di essere confusi con loro; infine, perché lo stretto contatto con queste persone, spesso incapaci di rispettare le regole della vita quotidiana normale, risulta faticoso e problematico.

Per fronteggiare questi pericoli i residenti mettono in atto molteplici strategie (Goffman,1968).

La più comune è l’elusione, con cui si cerca di evitare i contatti indesiderati o pericolosi. Le persone più autonome tendono a evitare gli spazi frequentati da quelle meno autonome (non facendo ricorso, ad esempio, agli stessi servizi igienici o accedendovi negli orari in cui queste persone non ci sono).

In molte residenze le persone fisicamente e psichicamente meno autonome vengono confinate dal personale in ambienti collettivi al fine di evitare che la loro presenza possa intralciare le attività di assistenza.

In altri casi lo spazio istituzionale viene sottoposto ad una più accurata ripartizione. Le sale da pranzo, ad esempio, possono essere organizzate in funzione del livello di dipendenza dei residenti. In alcune residenze si possono incontrare tripartizioni come la seguente: le persone autonome consumano i pasti in una sala da pranzo situata su un certo piano, quelle che necessitano di aiuto durante il pasto vengono raggruppate in una sala da pranzo situata su un altro piano, mentre le persone più dipendenti vengono alimentate nella loro stanza (Caradec,2007).

Con il progredire del livello di dipendenza i residenti si vedono ridurre lo spazio personale all’interno dell’istituzione. Spesso sono essi stessi a ritirarsi quando capiscono di non essere più in grado di conformarsi alle regole di presentazione di sé richieste durante i pasti o quando si sentono oggetto di valutazioni negative.

Altre strategie di differenziazione passano attraverso l’invenzione di categorie che “etichettano” e stigmatizzano gli altri residenti.

Una ricerca norvegese ha rivelato che le donne più coinvolte nella vita dell’istituzione avevano costruito un sistema di classificazione attraverso la combinazione di tre fattori (Bjelland,1985): il genere, il rapporto con l’istituzione e il livello di autonomia. Sulla base di questo criterio venivano distinte cinque categorie di residenti: le signore (ladies), meno coinvolte nella vita istituzionale e che necessitavano di un aiuto da parte del personale; i maschi (men-folk) poco integrati nella vita dell’istituto in quanto preferiscono mantenere le distanze con quello che considerano un pensionato per vecchie signore; i gentiluomini (gentleman) ben integrati nella vita istituzionale; gli allettati (bed-ridden) che restano più spesso nella loro camera; gli smarriti (senile) dal comportamento deviante.

Lo stile relazionale dominante tra i residenti è improntato al modello della correttezza a distanza che risponde all’esigenza di essere socievoli senza entrare in una dimensione di intimità. Le regole che improntano questo stile relazionale rispecchiano quelle in vigore negli spazi urbani, sui mezzi di trasporto pubblici, nelle sale di attesa. Il modello della correttezza a distanza consente, da un lato, di eludere l’influenza dell’immagine rinviata dalle persone più malandate sul proprio sè, dall’altro, di limitare l’investimento affettivo in relazioni che possono essere interrotte bruscamente da un peggioramento dello stato di salute o dalla morte. Non è infrequente che, una frequentazione anteriore, interessi comuni o il reciproco bisogno di aiuto, possano favorire l’instaurarsi tra i residenti di relazioni ad alta intensità affettiva.

Le relazioni con il personale sono prevalentemente di natura strumentale e spesso restano rigidamente circoscritte agli spazi e ai tempi delle pratiche di cura e di assistenza. Per quanto più limitate, queste relazioni sono molto importanti per l’influenza che esercitano sulla percezione di sé dei residenti.

Da un lato, esse possono rivelarsi pericolose per l’identità, in quanto la loro uniformità e superficialità le rende molto diverse dalle regole che improntano le relazioni tra persone normali. Soprattutto nei confronti dei residenti molto dipendenti vengono poste in atto condotte di svalorizzazione, di protezione infantilizzante, di violazione dello spazio personale, di misconoscimento dei sentimenti di pudore dei residenti.

Dall’altro, certuni residenti cercano di ottenere dal personale il riconoscimento della loro “validità”, vale a dire della persona autonoma, che non appesantisce il loro lavoro.

Durante la permanenza nella residenza la persona anziana può mantenere un legame con l’ambiente sociale esterno grazie alle visite dei famigliari, degli amici e dei volontari. I risultati della ricerca dimostrano l’infondatezza della tesi che con il ricovero si ridurrebbero i contatti parentali. Solo un quarto dei figli tende a diradare i contatti con il genitore anziano ricoverato in istituto (York, Calsyn,1977). Va infine ricordato che è opportuno guardarsi dal considerare acriticamente, come effetti dell’istituzionalizzazione, determinate forme di rarefazione o di raffreddamento dei rapporti familiari che, in molti casi, preesistevano e che spesso rappresentano la motivazione principale del ricovero.

Il patrimonio di conoscenze esistenti sulle condizioni sociali degli anziani ricoverati nelle residenze si è recentemente arricchito grazie al contributo di un’importante ricerca di taglio etnografico, promossa in Francia dal “Centre d’analyse stratégique” e dalla “Fondation Maison des Sciences de l’’Homme” (Jaujou, Minnaert, Riot,2006). Lo studio è stato condotto in tre diverse residenze per anziani, dove gli etnologi si sono immersi per sei mesi, vivendo a stretto contatto con i residenti e con gli operatori. La permanenza a tempo pieno, compresi il pernottamento, e la partecipazione diretta alle attività di lavoro dei diversi servizi delle tre residenze, ha offerto ai ricercatori la possibilità di entrare nel “vivo” delle situazioni e delle interazioni fra tutti gli abitanti, più o meno transitori, di quei contesti (Clifford, Marcus,1997). Coniugando qualità informativa e dimensione emozionale, le osservazioni raccolte dai ricercatori attraverso la partecipazione diretta (Gobo,2001) alla vita quotidiana istituzionale, risultano di fondamentale importanza per la comprensione della particolare natura della vita sociale all’interno di questi contesti.

La ricerca è stata promossa con l’intento di individuare l’origine delle difficoltà di adattamento alla vita istituzionale che i residenti continuano ad incontrare, nonostante gli indiscutibili miglioramenti introdotti negli ultimi anni in queste istituzioni, e che si esprimono in un diffuso desiderio di “tornare a casa” o di “morire”.

Il rapporto di ricerca descrive l’itinerario delle persone anziane all’interno dell’istituzione, mettendo in evidenza come esso non dipenda soltanto dalle loro azioni e dalle loro scelte, ma anche da ciò che altre persone coinvolte in queste scelte (i famigliari, i medici di famiglia, gli specialisti, i co-residenti, il personale di assistenza o alberghiero, per esempio) fanno o decidono per loro in date circostanze.

La ricostruzione dei percorsi istituzionali seguiti dai residenti diventa una sorta di guida che permette di svelare pratiche e rappresentazioni osservate in situ – dal momento dell’ammissione alla fine della vita in istituzione – fase a cui si giunge quasi sempre dopo aver attraversato un periodo più o meno lungo di dipendenza. Lungo questo percorso appaiono, di volta in volta, molteplici attori istituzionali che, attraverso l’impiego di modalità di relazione diverse con il residente, contribuiscono a riplasmarne l’identità.

 

1 L’ingresso

La prima tappa del percorso istituzionale analizzata dai ricercatori è rappresentata dalle “circostanze che conducono al ricovero”.

La decisione di entrare in una residenza per anziani deriva spesso da un consenso tacito che si stabilisce tra la persona anziana, la sua famiglia e il personale sanitario. Questo consenso, che nella persona anziana è fortemente influenzato dal sentimento di essere diventato un “peso”, si combina con l’analogo sentimento dei familiari, talvolta supportato dal medico curante, di non poter più sopportare il fardello delle cure (burden of care) (Clarke,2010).

Le persone anziane tendono a presentare il ricovero in istituzione come il risultato di una scelta discussa e condivisa con i loro famigliari per fronteggiare eventi critici che si sono tradotti in un carico assistenziale insostenibile per la loro famiglia. Attribuendosi l’iniziativa di aver per primi proposto l’ipotesi del ricovero, fino a quel momento esclusa, essi cercano di nascondere le reali dinamiche familiari che hanno condotto a questa soluzione, cercando di rappresentarla come scelta volontaria adottata per il bene dei congiunti. Da parte loro, i familiari nel giustificare il ricorso al ricovero cercano di difendersi dal sospetto di volersi sbarazzare dei loro anziani. Gli argomenti addotti da molti familiari per motivare l’istituzionalizzazione del loro caro riguardano le possibili ripercussioni sulla loro vita, presente e futura, che la presa in carico del congiunto dipendente possono comportare: la difficoltà di coabitazione, la preoccupazione di dover gestire da lontano aspetti problematici della vita del congiunto anziano, lo stress fisico e psichico derivante dall’assistenza ad anziani affetti da demenza.

La maggior parte delle persone anziane e delle loro famiglie, giustifica il ricovero con ragioni di ordine sanitario: in questi casi la diagnosi medica può contribuire ad attenuare il disagio dei parenti di fronte al ricovero.

Il medico di base considera generalmente l’ingresso dei pazienti anziani in istituzione come una soluzione socialmente accettabile e, soprattutto, professionalmente vantaggiosa, nella misura in cui lo solleva dalla responsabilità di diagnosticare patologie particolarmente complesse. Definire con esattezza quanto incidano sulla scelta del ricovero la volontà personale e il sentimento di rassegnazione della persona anziana è molto difficile poiché essa prende corpo in un contesto famigliare all’interno del quale si confrontano diversi punti di vista che si sono consolidati nel tempo a partire dalle esperienze dei soggetti coinvolti. L’aumento delle incapacità fisiche e mentali può, infatti, costringere la persona anziana e la sua famiglia a fare un esame di realtà da cui scaturisce una sorta di compromesso.

Il tacito accordo raggiunto in merito alla decisione del ricovero tra la persona anziana, i suoi famigliari e il medico, può essere messo in discussione dal modo precipitoso in cui si procede all’ammissione. La maggior parte dei ricoveri, infatti, sono condizionati dall’urgenza imposta dagli amministratori di questi servizi che, per comprensibili ragioni economiche, devono occupare il posto letto lasciato libero dalla persona dimessa nel più breve tempo possibile. La pressione esercitata sui famigliari affinché procedano nel tempo più breve all’assolvimento degli adempimenti necessari al ricovero può avere delle conseguenze negative sui residenti, che possono vivere la sensazione di “sentirsi scaricati” brutalmente nell’istituzione, tanto più se il tacito accordo con i propri figli era soltanto un accordo di facciata.

2 La conquista e la difesa di uno spazio personale

La conquista di uno spazio personale gioca un ruolo determinante agli effetti dell’integrazione sociale del residente all’interno dell’istituzione.

E’ ormai riconosciuto che la disponibilità di uno spazio esclusivo è una dimensione fondamentale nella vita della persona anziana in istituzione. La tipologia delle unità abitative della residenza può tuttavia rappresentare un serio ostacolo alla soddisfazione di questo importante bisogno.

In generale si può affermare che laddove è più elevato il livello di medicalizzazione dell’istituzione, più difficile risulta la personalizzazione dello spazio per i residenti. Nelle residenze più medicalizzate, l’unità abitativa è concepita come un luogo in cui si deve poter operare con rapidità ed efficacia, per questa ragione gli arredi sono standardizzati e funzionali all’esercizio delle attività di cura.

Ciò nonostante, tentativi di ricomposizione di un ambiente personalizzato non sono impossibili. La conservazione di pochi oggetti può rappresentare, una versione condensata della loro dimora anteriore. In qualche caso, le persone anziane riescono anche a ritagliarsi un piccolo spazio-laboratorio che permette loro di dedicarsi alle attività domestiche esercitate in passato o a praticare, sia pure in forma ridotta, il loro vecchio mestiere.

Per comprendere pienamente l’attaccamento dei residenti alla loro unità abitativa è necessario tener presente che esso in molti casi deriva da una conoscenza limitata dello spazio istituzionale: nelle visite di pre-ammissione, come già accennato, vengono presentati loro soltanto alcuni degli spazi istituzionali (il loro futuro reparto, la sala d’ingresso, gli spazi dell’animazione). Ciò contribuisce a far sì che la loro percezione dello spazio istituzionale resti contrassegnata dalla vaghezza dei suoi confini. Se, entrando in una residenza, si chiede a un anziano “lucido” che vi è ricoverato: “Dove è la “Lungodegenza 1?”, difficilmente egli sarà in grado di rispondere.

Tuttavia, la conquista di uno spazio personale, insostituibile supporto dell’identità sociale, appare assai fragile: la sua funzione principale, analogamente a quella del vecchio domicilio rispetto al mondo esteriore, è di assicurare al residente un luogo protetto dalle incursioni del personale e dei residenti dementi che deambulano il cui disorientamento porta a confondere reparti, corridoi e porte. Al pari del vecchio domicilio, il nuovo spazio di vita è un universo nel quale i residenti possono esercitare la loro sovranità senza ricorrere all’aiuto del personale.

Con l’aumento del bisogno di assistenza, le intrusioni degli operatori si fanno più frequenti e più ardua risulta la protezione dello spazio personale dalle incursioni dei co-residenti dementi che deambulano.

Per i residenti “lucidi”, l’intrusione della follia nello spazio privato, rafforzata dal sentimento di non sentirsi adeguatamente protetti dal personale di assistenza, ai loro occhi troppo tollerante nei confronti di questi comportamenti, rappresenta una delle esperienze più angoscianti.

L’aumento delle disabilità conduce a una pesante restrizione dello spazio personale. Per poter svolgere con maggiore rapidità ed efficacia il lavoro di assistenza, il personale può chiedere ai residenti e ai loro familiari di liberare l’unità abitativa da mobili ingombranti per far posto ad attrezzature assistenziali, quali ad esempio, una carrozzella, una comoda, un elevatore.

Il mantenimento dello spazio personale che i residenti hanno ricreato intorno a sé per “sentirsi a casa” si viene così a trovare costantemente al centro di negoziazioni impreviste e segna una transizione di status nella vita sociale istituzionale. Di fronte all’espropriazione dello spazio personale le reazioni dei residenti sono diverse: c’è chi la accetta e c’è chi oppone una strenua resistenza.

La presenza prolungata del personale nelle unità abitative delle persone più disabili può tradursi nella fine della loro vita sociale istituzionale. La stanza di degenza, fino a quel momento rifugio e supporto identitario, finisce col trasformarsi in un luogo di confinamento accessibile quasi esclusivamente al personale di assistenza. Tale cambiamento sancisce l’impossibilità di un ritorno alla vita anteriore e i residenti interessati sentono di essere ormai entrati a far parte della categoria degli allettati divenuti, in quanto tali, intoccabili. Questo vissuto viene rafforzato dagli sguardi dei co-residenti in sala da pranzo, di fronte ai quali il loro manifesto bisogno di aiuto nell’alimentarsi, sancisce la perdita definitiva dell’indipendenza e della sovranità sullo spazio personale così faticosamente conquistata.

3 L’integrazione nella vita sociale istituzionale

I residenti in condizioni di lucidità ricordano perfettamente il loro primo giorno di vita istituzionale, nel corso del quale le impressioni più intense sono suscitate dall’impatto con un mondo totalmente sconosciuto e dalla rapidità con cui è avvenuta l’ammissione.

Nei primi giorni, il nuovo arrivato si avventura raramente negli spazi nevralgici della residenza, come il soggiorno, la sala da pranzo e i corridoi, che conducono ai luoghi in cui si svolgono le attività di animazione. Anche nel caso gli siano state fornite informazioni scritte, è attraverso il contatto con gli operatori che comincia a prendere conoscenza dell’organizzazione della vita collettiva della residenza: l’ora dei pasti, gli orari di pulizia delle stanze e degli spazi collettivi, la frequenza dei cambi di biancheria, la posizione dei servizi igienici sui vari piani. Dalle “ragazze” riceve anche consigli sull’uso degli arredi e delle attrezzature delle stanze.

A loro volta gli operatori, mano a mano che acquisiscono informazioni sul suo ambiente familiare e sociale, possono indirizzarlo verso gruppi di residenti che presentano delle caratteristiche sociali analoghe alle sue, come ad esempio, la provenienza dallo stesso quartiere, un lavoro nello stesso settore economico o nella stessa fabbrica, il comune interesse per la musica, per la pittura o per il gioco delle carte, ecc…

Nello stesso tempo, gli operatori cercano di valutare i problemi che il nuovo arrivato potrebbe porre nell’ambito delle relazioni di cura che li vedranno coinvolti, soppesando, in particolare, l’impatto dei suoi bisogni sul carico di lavoro di assistenza quotidiano. Ad analoghe valutazioni si dedicherà il nuovo residente al fine di percepire la disponibilità dei membri del personale a venire incontro alle sue richieste, trattamenti di favore compresi.

Il primo incontro con la comunità sociale istituzionale avviene in sala da pranzo, uno degli spazi a più elevata intensità sociale della residenza, paragonabile a una piazza all’interno della quale si scambiano servizi e relazioni che ricalcano registri formali e informali. L’assegnazione del posto a tavola, decisa dal personale tenendo conto delle affinità tra i residenti, assolve una funzione fondamentale nella vita sociale istituzionale. Il momento dei pasti è un luogo di incontro quotidiano obbligato per i compagni di tavolo. Un errore di abbinamento può trasformarsi in una fonte di disagio quotidiano che può turbare il clima sociale di uno spazio nevralgico della vita istituzionale.

Oltre ad essere un punto di osservazione privilegiato e un luogo di incontro, la sala da pranzo è un ambito che può offrire un oggetto comune di conversazione di vitale importanza: il cibo. La critica dei pasti rappresenta un argomento “sensibile” intorno a cui si possono aprire discussioni e innescare dispute con il personale presente in sala da pranzo. La valutazione delle vivande, che può avvenire sulla base di criteri quantitativi e qualitativi, mette generalmente in evidenza una pluralità di punti di vista fra i residenti. Alcuni le giudicano mediocri, sottolineando, in qualche caso, il divario tra la loro bassa qualità e l’elevato ammontare della retta, altri ne lamentano la mancanza di varietà, di sapore o la cattiva presentazione.

I pasti fanno emergere il contrasto esistente tra due paradigmi del servizio di ristorazione: quello medico, che lo considera in termini quasi esclusivamente dietetici, vale a dire finalizzati ad evitare il sovrappeso, a facilitare la digestione o a prevenire problemi di salute e quello alberghiero, più propenso a sposare il punto di vista dei residenti, i quali, nella grande maggioranza dei casi, considerano i pasti un’occasione di convivialità ordinaria, uno dei pochi momenti piacevoli della giornata in una residenza.

4 Le relazioni tra i residenti

Le relazioni tra i residenti si organizzano nell’ambito di una rete complessa di posizioni che comportano l’apprendimento di nuove strategie. L’aspetto più importante della vita di relazione in istituzione è l’inevitabilità dei contatti tra i suoi membri. Anche quando questi contatti sono sporadici e di breve durata è necessario apprendere nuovi comportamenti. Un esempio tipico, a tale proposito, è rappresentato dal modo di salutare: al posto dell’arrivederci , in una residenza si ricorre alla locuzione a presto, qualche volta pronunciata con una certa dose di humor.

L’immagine di sé all’interno della residenza è fortemente influenzata da due fattori: la capacità motoria e la lucidità mentale. Il possesso di queste due caratteristiche assicura al residente l’appartenenza alla cerchia ristretta dei più validi, che rappresenta l’élite della comunità istituzionale.

Nella gerarchia sociale dell’istituzione i residenti affetti da difficoltà di deambulazione si collocano in una posizione intermedia, mentre il gradino più basso è assegnato ai residenti affetti da demenza, che i più validi tendono accuratamente ad evitare per non vedersi riflettere in una loro possibile immagine futura.

Il discorso sulla demenza degli altri è onnipresente nelle conversazioni quotidiane delle istituzioni. Le reazioni più vivaci sono suscitate soprattutto dai comportamenti dei dementi deambulanti. I residenti validi cercano in tutti i modi di evitarli non frequentando i luoghi in cui si riuniscono. In una residenza per anziani, l’immagine della follia sembra avere un impatto più forte di quello della morte.

Nella vita sociale dell’istituzione certi ospiti “lucidi” sembrano godere di una maggiore visibilità, presentandosi come personalità particolarmente rispettate. In molti casi, le relazioni tra i residenti e i vertici amministrativi vengono mediati da queste personalità che assumono informalmente un ruolo di leader: ruolo che viene assegnato loro sia in base allo status che avevano nella comunità extraistituzionale, sia al riconoscimento delle capacità di gestire le relazioni con gli altri all’interno della residenza. Le direzioni delle strutture, in taluni casi, possono ufficializzare questo ruolo, inserendo questi residenti in organismi rappresentativi o affidando loro qualche incarico ufficiale.

Uno degli aspetti più rilevanti della vita sociale istituzionale è l’impegno dei residenti più validi nell’aiuto a quelli più dipendenti: rendersi utili ai residenti più sfortunati è un modo per sentirsi gratificati e in possesso di un buono stato di salute. Attraverso questo comportamento ci si assicura una posizione di prestigio nella gerarchia della comunità istituzionale.

Ma vi è anche un’altra motivazione alla base di questo comportamento solidale nei confronti dei più sfortunati: i residenti validi e “lucidi” sperano che in futuro nuovi venuti più validi possano assicurare la continuità di questa rete solidale nel momento in cui anche loro si verranno a trovare nelle medesime condizioni.

Tale solidarietà presenta un risvolto che merita di essere attentamente valutato: essa è finalizzata a ritardare il più possibile l’intrusione del personale di assistenza nella propria sfera intima e di prolungare la vita sociale nella residenza. A tale proposito, va sottolineato che le forme più gravi di dipendenza vengono prese in carico esclusivamente dal personale di assistenza.

Questo spiega perché certe forme di cooperazione tra residenti si sviluppino nelle stanze di degenza all’insaputa del personale. Gli aiuti possono consistere, ad esempio, nel rimuovere una sbarra dal letto per consentire al co-residente di raggiungere la toilette, nel prestare soccorso in caso di caduta, nell’informare una persona di fiducia di un problema momentaneo. In queste forme di aiuto informale rientra anche l’occultamento di una caduta o la minimizzazione dell’aggravamento delle disabilità al fine di ritardare la totale dipendenza dagli operatoti.

Molti residenti vivono di ricordi e paiono immersi in una cultura della solitudine che cercano di difendere, ritirandosi nello spazio privato della stanza di degenza. I solitari spesso manifestano scarso interesse per le attività di animazione che vengono organizzate, preferendo dedicarsi a una vita più interiore. Un modo per differenziarsi dalla maggioranza dei residenti che, per le loro condizioni di salute, fisica e mentale, non possono prendere parte che ad attività di carattere ludico o diversivo.

Le attività di animazione dal punto di vista sociale presentano una caratteristica ambivalente. Concepite per costituire una molteplicità di gruppi, esse sono allo stesso tempo potenzialmente discriminanti: le diverse caratteristiche sociali dei residenti (il loro genere, i loro gusti, le loro abitudini di vita, il loro umore) e le diverse condizioni di salute (le limitazioni della vista, dell’udito, della parola, della concentrazione, della lucidità mentale) possono diventare ragioni per escluderli da talune attività.

Alcune forme di non partecipazione possono essere interpretate come una resistenza all’inserimento in un gruppo. In molti casi, non è tanto l’attività in sè ad essere rifiutata, quanto l’essere associati a un gruppo nel quale non ci si riconosce. Un esempio può essere il rifiuto degli uomini a partecipare ad attività qualificate come squisitamente femminili.

Quando i residenti non sono in grado di esprimersi o di scegliere le attività proposte è il personale che, a volte con la supervisione di un medico, decide per loro tenendo conto delle capacità fisiche e del livello di socievolezza.


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