QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Parte prima: La (de)costruzione sociale della vecchiaia dipendente

A nostro avviso, l’elaborazione di politiche sociali (Finizio, 2005) capaci di coniugare qualità delle cure e inclusione sociale può essere realizzata soltanto a partire dalla consapevolezza dell’atteggiamento ambivalente che la nostra società assume nei confronti della dipendenza in genere.

Una sintetica e lucida analisi su che cosa significhi essere dipendenti nella nostra società ci è fornita da Richard Sennett (Sennett,2004). Nella sfera pubblica, sostiene Sennett, la dipendenza è vista come una condizione umiliante, poiché in contrasto con la concezione dell’età adulta dominante nella società contemporanea. Considerata “normale” nel bambino, la dipendenza viene ritenuta incompatibile con l’età adulta. A questa condizione, che segna il passaggio tra la vita privata e la vita pubblica, l’individuo può accedere solo dopo aver dimostrato di possedere la capacità di avvalersi del proprio intelletto, senza la guida di un altro. La capacità di governare se stesso non solo diventa la condizione necessaria per partecipare alla vita pubblica, ma oggi è anche il requisito indispensabile per conquistare la considerazione degli altri. Sennett definisce infantilistica la concezione della dipendenza dominante e ritiene che nel nostro immaginario sociale essa venga fortemente associata alla metafora del seno materno, dove l’individuo dipendente è colui che succhia il latte dal capezzolo, mentre lo status di cittadino viene riconosciuto soltanto a chi ne allontana le labbra.

E’ a partire da questo presupposto che si è sviluppata l’etica capitalistica del lavoro, dove l’adulto rispettato era colui che lavorava (e per tale ragione era degno del rispetto degli altri e del rispetto di sé) e le persone povere che vivevano di assistenza erano considerate in termini svalutativi, in quanto ritenute responsabili di avere perduto la propria integrità morale attraverso il rifiuto del lavoro. A tale riguardo, pensiamo alle politiche sociali inglesi finalizzate a irrobustire il carattere dei poveri costringendoli al lavoro.

La psicologia moderna propone una concezione della maturità individuale molto diversa da quella del liberalismo politico (Demetrio,1991). La maturità non rappresenta una condizione stabile e irreversibile raggiunta la quale il passato è lasciato definitivamente alle spalle, ma essa comporta una continua oscillazione tra infanzia ed età adulta. Ed è proprio la consapevolezza del legame con la propria infanzia a consolidare l’identità adulta. Tuttavia ogni volta che l’adulto sperimenta una condizione di imperfezione vive un sentimento di incompletezza che lo spinge a immaginare che ci sia qualcosa di sbagliato dentro di sé. Questo senso di inadeguatezza è accentuato dal confronto con un Altro ideale (qualcuno che altrove non manifesta incertezze). In una società fortemente competitiva come quella attuale, un fallimento sul mercato del lavoro viene vissuto come una inadeguatezza personale e determina una diminuzione della stima di sé.

Proseguendo nella sua analisi, Sennett prende in considerazione alcune concettualizzazioni del termine autonomia che ne mettono in luce le complesse articolazioni. Egli si sofferma, in particolare, sul contributo di tre psicanalisti: Erik Erikson, Donald Winnicott e John Bowlby.

Per Erik Erikson (Erikson,1980) l’autonomia deriva da un processo di trasformazione di una necessità in desiderio. Al bambino si pone il problema di fare ciò che i genitori si aspettano da lui. Quando ad esempio raggiunge la capacità di controllo degli sfinteri la ricompensa è l’aumento della stima di sé. Donald Winnicott (Winnicott,1958) considera l’autonomia come la capacità di riconoscere e trattare gli altri come diversi da sé. Riconoscimento che garantisce la propria e altrui autonomia. John Bowlby (Bowlby,1982) sostiene che questa percezione della differenza favorisca la formazione del vincolo sociale. A un certo punto del suo sviluppo il bambino accetta che la madre possa fare cose che lui non riuscirebbe a fare. L’analogo riconoscimento che viene gradualmente esteso alle vite delle persone che lo circondano contribuisce a consolidare il legame di fiducia con loro. Secondo Winnicott la capacità di separarsi dagli altri rappresenta soltanto un aspetto dell’autonomia. La sua caratteristica principale sarebbe invece una componente del carattere che permette all’individuo di “sentire” gli altri, istituendo con loro una relazione fra persone che va al di là del semplice riconoscimento di una differenza che le isola. Sviluppando la sua autonomia, il bambino percepisce un mondo fuori di sé che può trasformare con le sue azioni.

L’aspetto cruciale delle teorie di Winnicott e Bowlby è la concessione dell’autonomia agli altri. Una concessione che non è fissa e irrevocabile poiché nella vita del soggetto essa deve essere costantemente rinnovata, dal momento che la si può perdere o ritrovare a seconda delle circostanze della vita.6

L’autonomia non può essere assimilata a uno stato, ma a un processo fondato sul ritmo identificazione/differenziazione che va costantemente rinnovato e che non conduce a una completa conoscenza reciproca tra i soggetti coinvolti. L’accettazione della possibilità di non riuscire a capirsi è un altro degli aspetti cruciali dell’autonomia. Ogni famiglia fallirebbe senza il riconoscimento di questa possibilità. Ma ciò avviene anche in altri ambiti sociali. Allievi e pazienti si affidano all’insegnante e al medico senza pretendere di capire tutto ciò che essi stanno facendo, ma anche l’insegnate e il medico dovrebbero concedere un’analoga fiducia all’allievo e al paziente in quanto essi sanno sull’apprendimento e sull’essere malato più cose della persona che li istruisce e che li cura. Concepita in questo modo l’autonomia è da considerarsi un potente fattore di uguaglianza. Accettando questa possibile asimmetria tra comprensione specialistica e comprensione profana si rinuncia a un’eguaglianza trasparente per sostituirla con un’eguaglianza opaca. Per evitare la superiorità del virtuoso e l’abuso di potere che ne può derivare, la concessione deve essere reciproca.

Emile Durkheim pone questo principio a fondamento della coesione sociale in quanto ritiene che una persona ha sempre bisogno dell’altra per raggiungere un senso di completezza. Dipendenza significa incompletezza in sé, mentre la completezza necessita delle risorse dell’altro anche quando possono benissimo non essere comprese. A fronte di un’iniqua distribuzione dei talenti e delle risorse personali, nella complessa rete delle interazioni sociali, le cose si possono aggiustare e chiunque può dare il suo contributo personale. E’ in questo modo che la dipendenza si risolve in interdipendenza.

Oggigiorno le parole dipendenza e autonomia non sono che una manifestazione dei malintesi che ci sono fra gli individui, sia nell’ambito delle loro relazioni interpersonali che nell’ambito delle loro relazioni con la collettività. Sono le norme stabilite per concordare quel minimo di intesa collettiva necessaria alla coesione sociale a influenzare le condizioni di dipendenza e autonomia. La divisione tra istanze individualistiche e solidali rappresenta la dimensione costitutiva dei soggetti sociali contemporanei che sono costantemente e inevitabilmente dipendenti e autonomi. Tuttavia nella nostra società continuano a convivere due concezioni contrapposte dell’autonomia: la prima è basata sull’idea dell’individuo come valore supremo che può essere affermato senza fare alcun riferimento al contesto sociale concreto nel quale è utilizzato. In questa accezione autonomia si colloca all’interno della definizione letterale del greco auto nomos (“darsi da solo la propria legge”). Definizione che confina perciò con quella di indipendenza. Nella seconda l’autonomia è considerata come il risultato di un processo negoziato dall’individuo con gli altri su basi comuni al fine di darsi collettivamente le leggi di funzionamento del gruppo senza riceverle dall’esterno. Come affermava Cornelius Castoriadis: “Posso dire che sono libero in una società in cui ci sono delle leggi se ho avuto la possibilità effettiva (e non semplicemente formale) di partecipare alla discussione, alla deliberazione e alla formazione di queste leggi” (Castoriadis,2000).

Nella prima accezione la parola autonomia rinvia all’individualismo e alla sovranità dell’individuo su se stesso. Nella seconda richiama, una nozione di soggetto che non può esplicarsi se non come soggetto della legge. Ed è proprio su questa doppia appartenenza dell’uomo, allo stesso tempo a se stesso e alla collettività, in quanto “individuo” e in quanto “società”, che si fonda la coesione sociale. In questo senso, l’autonomia non può essere statica, ma un movimento incessante tra diverse forme di relazione attraverso le quali il soggetto passa confrontandosi con le inevitabili dipendenze presenti al fine di poterle gestire al meglio. L’autonomia è sempre una condizione di libertà relativa poiché può essere ampliata solo all’interno di una fitta rete di dipendenze.

Come ci insegna Edgar Morin “Più un sistema svilupperà la sua complessità, più potrà sviluppare la sua autonomia, più esso avrà delle dipendenze multiple. Noi stessi costruiamo la nostra autonomia psicologica, individuale, personale, attraverso le dipendenze che abbiamo subito che sono quelle della famiglia, della scuola, dell’università. Non dico che più si è dipendenti, più si è autonomi – non esiste reciprocità fra questi due termini – dico che non si può concepire autonomia senza dipendenza”(Morin,1981).

Questa breve dissertazione su alcune possibili articolazioni economiche, sociologiche e psicologiche del concetto di dipendenza, ci aiuta a capire che l’assunzione in termini di carico economico rilevante per la società del problema della vecchiaia dipendente occulta la dinamica stessa dello scambio e del dono tra le persone, le generazioni, i cittadini (Raciti,2004).

Riservare il concetto di dipendenza alla vecchiaia significa introdurre uno strappo nel legame sociale in quanto, come afferma Norbert Elias: “Non possono esserci società degli individui se non attraverso il riconoscimento della necessaria solidarietà tra di loro. La solidarietà è in effetti la dipendenza reciproca che per il fatto di esercitarsi tra individui legati tra loro in modo tale che ciò che succede all’uno ricade sull’altro o sugli altri. In effetti non si può avere un grado sufficiente di soddisfazione degli obiettivi individuali se la struttura sociale diversificata, che gli individui formano e di cui determinano il funzionamento con la loro azione, è costituita in modo tale che essa non generi costantemente tensioni assurde e distruttrici tra i sottogruppi e gli individui stessi” (Elias,1990).

 

6 Secondo Sennett l’autonomia è una sorta di “connettore emotivo” con gli altri. Pur percependo la differenza degli altri, infatti, il soggetto non ritira la sua “mano mentale” perché sarà proprio grazie all’esperienza di questa differenza che egli approfondirà la consapevolezza della sua specificità sociale.


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