QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Quali aspetti socio-sanitari e culturali per un buon invecchiamento

Credo che questo passaggio culturale abbia una portata enorme e ricadute molto positive sulle persone in quanto individui, ma anche sull’intera società moderna. Infatti, riuscire a promuovere e sostenere una “vecchiaia attiva”, significa avere donne e uomini che sono più sereni, e quindi più sani, meno bisognosi di interventi di natura socio-sanitaria ed assistenziale e che costituiscono una risorsa familiare e sociale e non da ultimo, che sollecitano a loro volta, richieste di servizi culturali, formativi e per il tempo libero: un vero volano per l’economia.
Quindi, la stessa promozione della nuova anzianità e dell’invecchiamento attivo implica una visione della vita da intendersi come un processo continuum da percorrere senza che vi siano aree di preclusione connesse all’età.
Ciò non significa che si debba cadere nel “giovanilismo”, ovvero nell’ idea che a qualunque età ci si debba comportare come dei ragazzini. Al contrario, consapevoli dei propri limiti, si può imparare a valorizzare e potenziare le risorse ancora disponibili e con grande soddisfazione, non da ultimo l’introduzione di sistemi di istruzione e dei processi di life long learning attuati con l’idea di riqualificare saperi e competenze che possono permettere l’incontro tra i bisogni di una popolazione che invecchia con quelli di un’economia e un mercato in continuo divenire. Avremmo così una forza lavoro che comprende tutte le età, cioè un mercato del lavoro in cui competenze e capacità contino più dell’età cronologica.
A questo proposito è molto interessante riflettere su uno studio effettuato nel 2008 dall’Università Leuphana di Leuenburg e dalla Geneva Association che riguarda i pensionati che hanno scelto di continuare ad essere attivi con un lavoro retribuito (Silver Workers) in Germania. Lo studio si basa una ricerca effettuata su un campione di 150 pensionati di età compresa fra i 60 e gli 85 anni. I lavori svolti precedentemente dai soggetti presi in esame andavano da membro di un consiglio di amministrazione a cameriera d’albergo. Si tratta quindi di un campione che riflette in modo realistico la società, tenendo conto di classi sociali di provenienza eterogenee. Da questo studio emergono chiaramente tre aspetti fondamentali emersi in Germania, ma direi tipici delle nostre società post industriali, in particolare l’Italia:
• alla luce dell’evoluzione demografica risulta sempre più evidente che i sistemi pensionistici, così come sono stati concepiti tempo addietro, non riescono più ad essere sostenibili. Ed inoltre la mancanza di manodopera specializzata nel prossimo futuro si ripercuoterà pesantemente sulla crescita economica tedesca;
• i pensionati tedeschi sono spinti a lavorare non per questioni economiche, ma per essere valorizzati dagli altri
• i futuri pensionati saranno con tutta probabilità costretti a lavorare dopo la pensione proprio a causa dell’insostenibilità dei sistemi pensionistici.
Mi astengo dall’addentrarmi in questioni specifiche di politiche del welfare, anche perché, a distanza di quattro anni stiamo toccando con mano che cosa significa rigidità ed insostenibilità dei sistemi pensionistici: vedi l’attuale riforma Fornero in Italia, che ha aumentato l’età pensionabile, ma senza riuscire a mettere mano ad altri aspetti delle politiche sociali e del lavoro.
Mi soffermerò invece sulle aspettative che i Silver Workers esprimono nei confronti dei loro datori di lavoro. Qui di seguito è riportata la tabella espressa dallo studio succitato che illustra i principali desideri espressi da questi lavoratori pensionati.

Figura 1: condizioni ideali di occupazione durante il pen­sionamento nell’ottica dei Silver Workers

La richiesta più alta in percentuale risulta essere proprio l’orario di lavoro flessibile (63,1%), la possibilità di lavorare in modo autonomo (25,5%), dando consulenze, con libertà di decisione ed autodeterminazione, seguito dall’adattamento dei carichi di lavoro alle difficoltà. Il circa 10% mette in luce il desiderio di autorealizzazione, soddisfazione, interesse.
Gli autori della ricerca sottolineano come il desiderio di essere apprezzati e valorizzati sia molto presente negli intervistati e l’interesse ad avere un reddito aggiuntivo, seppur con orario flessibile e carichi di lavoro ben distribuiti, possa fornire la prova tangibile di tale apprezzamento.
È altrettanto vero che i risultati mettono a nudo un elemento non secondario: il desiderio di considerazione non va di pari passo con la cultura dell’apprezzamento da parte di tutta la società: sembra ancora mancare il consenso sociale sulle ragioni che spingono i Silver Workers a continuare a lavorare. Gli autori dello studio mettono in luce che invece la condivisione di tali valori è un prerequisito per l’integrazione organizzativa dei pensionati attivi. Valutando la situazione italiana attuale, credo che si possa definire molto simile a quella della Germania emersa nel 2008.
Personalmente ritengo che, se a distanza di qualche anno queste politiche di integrazione non riescono a decollare, e non vengono facilmente recepite dai governi è proprio a causa di una cultura diffusa che ancora non riesce a prendere atto dei profondi cambiamenti della struttura della popolazione, ovvero delle potenzialità reali dei “nuovi anziani”. Mancano le leggi sulle politiche del lavoro e sui quadri normativi favorevoli ai Silver Workers e questa situazione, se non si invertirà velocemente la rotta, è destinata ad aggravare una situazione di stagnazione della crescita economica, ma soprattutto di conflitti sociali fra generazioni.

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