QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

L’invecchiamento in strutture residenziali: la narrazione come pratica di attivazione

4. Obiettivi attesi

Gli obiettivi che ci si aspetta di raggiungere con il progetto Memory sono i seguenti:
1.    La narrazione può emergere quale buona pratica di attivazione.
2.    Il laboratorio autobiografico può avere capacità protettiva sulle abilità cognitive dei soggetti. Ci si attende quindi un mantenimento delle capacità cognitive iniziali.
3.    Il laboratorio autobiografico può rafforzare i legami e le relazioni dentro la struttura residenziale attraverso un’attività condivisa. Ci si attende quindi un aumento del benessere percepito dai soggetti.

5. Conclusione: prime evidenze

La ricerca non si è ancora conclusa. Sono previsti nuovi colloqui psicologici a tre mesi dall’interruzione delle attività per verificare se e che impatto ciò abbia avuto sul benessere psicologico dei soggetti. È poi ancora in corso, mentre scriviamo questo articolo, l’analisi dei testi narrativi e della video-narrazioni.
Il progetto Memory è stato realizzato su un piccolo campione e con un numero limitato di incontri (quattro per ogni gruppo). Le attività inoltre si sono svolte in un ambiente non sempre ottimale, a causa di barriere spazio-temporali proprie della struttura.
È possibile tuttavia, in questa sede, fare alcune considerazioni preliminari.
1.     All’osservazione il racconto è fluito al di là di ogni inibizione, sebbene la maggior parte dei partecipanti nella prima fase avesse dichiarato di “non voler o poter raccontare”. Il primo output del progetto è stato dunque la produzione di copiose sequenze narrative, al di là delle stesse aspettative del gruppo di ricerca. In questo senso la narrazione è letteralmente “emersa” da soggetti che si erano mostrati reticenti e detti incapaci di raccontare e raccontarsi. Come un fiume in piena.
Emblematico il caso di Anna che aveva dichiarato di non aver nulla da raccontare. Anna guarda una foto che ritrae una famiglia contadina in un casale di campagna ed emerge prepotente il racconto della sua infanzia. Con forza, commozione, nostalgia Anna racconta la sua vita di bambina e adolescente trascorsa in una famiglia unita e felice. Il suo volto muta espressione repentinamente: dolcezza, malinconia, rabbia si avvicendano in un’altalena di espressioni facciali e pose posturali che rendono il racconto un’esperienza coinvolgente per tutti i presenti.
Anna ha dunque parole per ritrovare i suoi ricordi e al tempo stesso per interrompere la pratica del silenzio cui è abituata. Ci aveva detto, lei ed altre, qui “non si parla”,”non si dice”. Il suo racconto è un’azione di rottura che scardina un assunto che implicitamente e tacitamente regola la sua vita quotidiana “non ci si racconta”.
Significativo poi il caso di Elena che in seguito ad un ictus fatica a parlare. Trascorre i primi due incontri in disparte, osservando però attentamente quello che accade. Poi al terzo incontro, mentre gli altri si raccontano a turno, prendendo in mano oggetti di uso quotidiano che sono stati messi sul tavolo, si inserisce fino a monopolizzare l’attenzione del ricercatore e racconta frammenti di storia personale. Con forza cerca di superare i suoi stessi limiti linguistici e a furia di tentativi conclude “Sono riuscita a dire”. Scopre di poter anche lei dire, parlare, raccontare.
Le immagini e gli oggetti dunque hanno mostrato di avere un forte potere rievocativo. L’immergersi poi del gruppo di ricerca nel contesto e il “fare insieme” (guardare insieme, toccare insieme, ascoltare ma anche colorare e impastare) ha avvicinato il gruppo di ricerca ai partecipanti e sviluppato una comunicazione empatica e coinvolgente.
2.    L’intervento non aveva scopi riabilitativi, tuttavia ha impegnato i partecipanti in attività che hanno rappresentato anche un allenamento cognitivo. I punteggi dei test neuropsicologici sono stati gli stessi prima e dopo l’intervento, quindi il laboratorio autobiografico potrebbe aver contribuito (il condizionale è d’obbligo) a mantenere quelle abilità misurate nella fase di avvio della ricerca. È emerso poi, dai colloqui individuali e dall’osservazione, che il progetto ha avuto un impatto positivo sul benessere psicologico dei soggetti, riportando risultati positivi in linea con la prospettiva dell’ invecchiamento attivo. Tale evidenza può essere supportata dall’osservazione che in alcuni casi si sia verificato una inversione del focus dell’attenzione, concentrata prima dell’intervento unicamente su pensieri negativi e sulla propria condizione di malessere, dopo su pensieri positivi e su un’idea di benessere. In questo senso è sembrato particolarmente emblematico il caso di Anna. Nelle fasi iniziali della ricerca Anna era sempre seduta su una sedia a rotelle e si spostava solo se spinta da qualcuno del personale. Nelle fasi finali invece Anna aveva conquistato l’uso del girello e si spostava nella struttura in maniera autonoma. L’unico evento nuovo nella vita di Anna era stata la partecipazione al progetto, non erano intervenute altre variabili in grado di influire sulle sue abilità motorie (per esempio sedute di fisioterapia o altro).
3.    Su alcuni soggetti sembra che l’intervento abbia avuto l’effetto di aumentare il senso di autoefficacia percepita. È noto che da un punto di vista psicologico ciò che motiva gli individui all’azione è la propria autoefficacia percepita, che determina l’intenzione di mettere in atto il comportamento, la quantità di impegno profusa nel perseguire questo obiettivo, la persistenza nel continuare a sforzarsi nonostante gli ostacoli e il grado di successo o fallimento. Ciò significa che se il soggetto si percepisce incapace sceglie l’inattività. Particolarmente emblematico in questo senso il caso di Martina. Nella fase iniziale della ricerca Martina ribadiva che non era capace di raccontare e di disegnare. Si rifiutava pertanto di utilizzare i colori che le venivano offerti e di interagire con il gruppo di ricerca. In una seconda fase Martina prendeva in mano i pennarelli e “scopriva” di essere perfettamente in grado di disegnare. Commentando “Guarda che bel disegno ho fatto. Non è possibile, non prendevo in mano una matita da trent’anni”.

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