QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Invecchiamento attivo e depressione: una riflessione clinica sulla psicoterapia domiciliare con anziani depressi

3. La cura psicologica al domicilio

Il paziente che ci apre la porta della propria abitazione spalanca molti aspetti di sé alla nostra possibilità di aiutarlo, mostrandoci come vive (o non vive), come si muove nel suo ambiente domestico, quali sono gli oggetti che gli sono cari, quale sia il profumo della sua atmosfera casalinga.
Alle volte, il domicilio per il paziente è una scelta obbligata; non può muoversi, non può recarsi, per varie motivazioni, in un ambulatorio o in uno studio professionale. Altre volte, ha altre ragioni per cercare proprio questa modalità: ha un figlio piccolo, un familiare ammalato, non se la sente di spostarli; o ha un problema grosso, così grosso da paralizzarlo; oppure, tutt’e due le cose insieme.
In ogni caso, la nostra visita a casa, a mio vedere, richiede rispetto. Rispetto anzitutto per il paziente, per i suoi oggetti, per la loro collocazione, per le telefonate o le visite che riceve mentre siamo lì (è casa sua!), per le porte che chiude o che lascia aperte: per il suo modo di vivere la sua vita, e per come ce la presenta. Il rispetto, però, è anche quello che lo psicologo, il terapeuta deve avere per se stesso, per il suo lavoro, per le condizioni che gli rendano possibile relazionarsi professionalmente con quel paziente.
Si può fare “di tutto” con un paziente al domicilio: si può prendere un caffè, uscire di casa per una passeggiata, sedersi su una panchina per leggere un giornale: tutto, fino a quando lo psicologo abbia la chiara sensazione che durante quei momenti sta lavorando.

4. Una psicoterapia domiciliare

Parecchi anni fa fui contattata da una signora di 67 anni. Mi fu segnalata da suoi conoscenti, che mi parlarono della sua difficile situazione: non usciva da casa da alcuni mesi, si faceva recapitare i pasti al domicilio. Separata da circa trent’anni, viveva da sola; i due figli, adulti e con famiglia, venivano da lei contattati per richieste di denaro. Pensai di dare ai conoscenti il mio recapito telefonico, dicendo di riferire alla signora Eliana (così la chiamerò in questo scritto) che avrebbe potuto chiamarmi per una visita a casa. Eliana mi telefonò. All’epoca, provenendo da una formazione psicodinamica, stavo sperimentando strategie terapeutiche alternative per la depressione, ed ero molto incuriosita dalla possibilità del domicilio.
Tutte le sere, la signora sperimentava una forte angoscia, che cercava di tenere a bada con massicce dosi di ansiolitici, a cui aggiungeva dell’alcool. Mi riceveva nella sua casa, dove l’illuminazione, già scarsa per la collocazione dell’appartamento, veniva resa ancora più debole dal fatto che la signora apriva le imposte di una sola finestra. Distinguevo appena i suoi lineamenti. Per tutto l’autunno, e tutto l’inverno, restai con lei nel suo buio. In questi mesi, la signora mi raccontò della sua antica separazione dal marito, dei figli che si erano sposati, di un trasloco recente in quella zona, che non amava, di una ancora più recente caduta in casa, che le era costata una frattura scomposta del braccio. E di quanto, in passato, fosse stata meglio: “pensi che qualche anno fa facevo compagnia agli anziani soli!”. Di quanto poco le piacesse il cibo si faceva recapitare a domicilio, e di quanto le sarebbe piaciuto mangiare un gelato alla nocciola.
In questi primi mesi, quindi, stando ad ascoltarla e vivendo in parte con lei nella sua situazione, potei valutare non solo i suoi aspetti patologici, che la immobilizzavano nella sua non-vita attuale, ma anche gli aspetti reattivi (la reazione al trasloco, la caduta, il matrimonio dell’ultimo figlio) e le sue piccole zone di desiderio di miglioramento.
Un giorno, era ormai primavera, mi recai da lei per la visita settimanale. Era una splendida giornata di sole. Ero solita recarmi da Eliana attraversando a piedi un’ampia piazza; quel giorno la luce era particolarmente piacevole, e particolarmente forte era il contrasto con la stanza buia dove la signora mi fece accomodare come di consueto. Mi ero seduta da poco, quando mi sorpresi a dirle “Le va di scendere in gelateria? È proprio qui sotto.” La signora era sorpresa quanto me, e mi chiese “ma ce l’avranno la nocciola?” Fui pronta a risponderle che la nocciola ce l’avevano, e mi resi conto che l’avevo controllato, quel giorno, prima di salire. Poi la signora mi disse che avrebbe dovuto vestirsi.. ed io le risposi che non c’era problema, l’avrei aspettata! Quel giorno, mentre le davo il braccio sulla strada per la gelateria, mi chiesi che cosa stavo facendo. Più tardi, mentre sedute in gelateria gustavamo il nostro gelato, la signora mi guardò, e mi disse “però… si vede che lei è una dottoressa!”. Mi fece sorridere, e le chiesi di spiegarmi che cosa intendesse. Lei in realtà non seppe esattamente che cosa dire, si appoggiò ad un oggetto concreto (la ventiquatt’ore che avevo portato con me), ma ora so che sia per me che per lei in quel momento era chiaro che io ero lì accanto a lei in gelateria, ma non c’era fra noi una relazione di amicizia, di conoscenza, né di assistenza: Io stavo lavorando con lei, stavo svolgendo la mia professione. La psicoterapia da quel giorno ebbe una svolta, ci furono altre gelaterie, altre passeggiate. Dopo qualche settimana la signora ebbe desiderio di uscire anche da sola, e poi prese ad uscire più spesso. Passò l’estate a riscoprire le chiese ed altri monumenti del centro storico, piacevolmente freschi anche nella calura estiva. Cominciò a ridurre il consumo di tranquillanti, e contattò uno psichiatra per farsi prescrivere una terapia antidepressiva. In autunno (avevamo concordato un anno di psicoterapia) conclusi gli incontri con lei salutandola al reparto abbigliamento di un grande magazzino: io rientravo in studio, lei si fermava lì, per un’occhiata alle ultime novità. Non seppi più nulla di lei per anni, fino al giorno in cui – circa sei anni dopo – un’altra paziente, sua conoscente, mi portò i suoi saluti: stava bene, aveva qualche problema fisico, ma usciva quasi tutti i giorni, e la domenica si recava in visita ad una conoscente anziana.
Ripensando al momento in cui proposi alla signora di uscire, lo rivivo da un lato come un atto di ribellione: ribellione della vita contro la non-vita depressiva. D’altro canto mi rendo conto di quanto questo momento sia stato accuratamente preparato. Per circa sei mesi avevo ascoltato con pazienza ed attenzione. Avevo dato spazio alle sue lamentele, ai suoi rimpianti. Avevo, in parte, condiviso la sua vita, respirato l’atmosfera in cui viveva, guardato attraverso il suo buio. Poi avevo cercato le sue zone ancora vitali, interessi che potessero ancora essere sostenuti, incoraggiati, stimolati. Tollerato la frustrazione di non riuscire a stimolarla ad una attività che avrebbe potuto aiutarla. Ricordo di una seduta in cui le proposi di accettare l’offerta del quotidiano che avevo con me, e che avrei potuto lasciarle. Rifiutò. Non le interessava, mi disse.
In linea teorica, è noto che alcune attività hanno valore antidepressivo. La lettura, l’attività fisica anche modesta, il giardinaggio, la cura di un orto, frequentare amici e conoscenti.
Nella mia esperienza, queste attività possono essere realmente antidepressive se vengono lasciate libere dal cono d’ombra depressivo, se la persona riesce ad avere interesse, desideri, disponibilità per almeno una di queste attività. Se così è, la persona può essere incoraggiata, nell’ambito di una relazione terapeutica, a dare accoglienza ai suoi interessi, sostenuta nel dedicarvi parte delle sue energie. E il domicilio, in particolare, può offrire al terapeuta occasioni “ecologiche”, vicine alla quotidianità del paziente per poter sostenere queste attività.
In alcuni momenti, con le persone depresse, serve anche una grande decisione, una sorta di atto di forza contro la sua malattia, verso la quale non ci deve essere – quando è il momento giusto – nessuna pietà. Mi sono resa conto che una azione decisa da parte del terapeuta, fatta al momento giusto, preceduta da una conoscenza del mondo interno del paziente, del suo intoppo attuale e delle sue aree libere dalla patologia, può consentire alla psicoterapia di effettuare una decisa svolta verso la guarigione.

Riferimenti bibliografici
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Colombo, M. (2011): “Sindromi depressive e processi riabilitativi”, in: Cristini et al., La capacità di recupero dell’anziano, Franco Angeli, Milano.

Gori, G. (1993): Conservare la felicità. I disturbi affettivi nella terza età, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

Migone, P. (2005): “Farmaci antidepressivi nella pratica psichiatrica: efficacia reale”, Psicoterapia e scienze umane, XXXIX, 3: pagg. 312-322.

Ministero del Lavoro e delle politiche sociali (2010): Rapporto sulla non autosufficienza – 2010, Ministero del lavoro e delle politiche sociali.


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