QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Soluzioni “made in Italy” alla non autosufficienza: dall’utopia della de-istituzionalizzazione alla domiciliarità della cura

3.1 Il costo della regolarità: dalla parte della famiglia
Un assistente familiare coresidente costa, contributi compresi, tra 1.000 e i 1.300 euro per tredici mensilità, a seconda del livello cui si colloca. Più spese di vitto e alloggio. Il totale si aggira intorno ai 1.500 euro mensili23. La questione della regolarizzazione è strettamente legata a quella dei costi. Il costo di una completa regolarizzazione sarebbe elevato per il datore di lavoro e per le badanti stesse. Si consideri in proposito che dichiarando 25 ore di lavoro settimanali, il minimo, il costo in termini di contributi previdenziali ammonta a 1.008 euro di contributi annui a carico del datore di lavoro, 308 euro a carico del lavoratore. Per tanto non sorprende che esista una vasta area di “regolarità grigia”. Sette donne su dieci si trovano infatti in una situazione di regolarità parziale in quanto le ore dichiarate sono inferiori a quelle effettive (Pasquinelli, Rusmini 2008). C’è poi da considerare che una sola badante, anche se coresidente, non potrebbe coprire tutto l’arco della giornata. Secondo il contratto collettivo nazionale di lavoro colf e badanti 2008, in vigore fino al 20-05-201024, la media totale delle ore lavorative settimanali è stabilita in 48 ore per i lavoratori conviventi. Il lavoratore convivente ha diritto ad un riposo di almeno 8 ore consecutive nell’arco della stessa giornata e a un riposo intermedio retribuito, nelle ore pomeridiane, normalmente non inferiore a 2 ore. Il riposo settimanale è di 36 ore: 24 ore preferibilmente la domenica, mentre le residue 12 ore possono essere godute in qualsiasi altro giorno della settimana. Se le famiglie italiane, ormai diventate datori di lavoro, dovessero applicare correttamente il CCNL allora ne discende che una sola badante non è sufficiente. Ce ne vorrebbero due, nel caso ce ne sia una coresidente, tre per assicurare la copertura nella 24 ore e la turnazione. Il costo di tale operazione è chiaramente insostenibile per la maggior parte delle famiglie italiane. Nella pratica le famiglie si arrangiano come possono.

3.2 Fragilità sociale di chi cura: dalla parte delle badanti
Le badanti si fanno carico del bisogno di cura di soggetti, spesso anziani ma non solo, che non sono autonomi, interessati da un processo degenerativo e involutivo con cui, chi si occupa di loro, deve “fare i conti” quotidianamente; un processo che determina la perdita delle funzioni e delle abilità del soggetto bisognoso di assistenza. Un processo, quello degenerativo e involutivo, che spesso è imprevedibile, e che soprattutto finisce per risucchiare le energie e risorse del soggetto curante. In tal senso le badanti dunque diventano portatrici di una nuova vulnerabilità sociale: quella di cura. È stato ampiamente dimostrato che quella del caregiver primario (familiare o badante che sia aggiungo) è una condizione potenzialmente vulnerante, in grado di fragilizzare gli individui. Il prendersi cura, soprattutto se a tempo pieno e in solitaria (come appunto accade per tante badanti) altera o piuttosto limiti fortemente i funzionamenti e le capacità dei soggetti (Costa 2008). La ricerca psicologica ha approfondito l’analisi della correlazione tra lavoro svolto e conseguenze psico-fisiche su chi si accolla il lavoro di cura. Il caregiving comporta per la maggior parte dei caregivers una serie di conseguenza su molteplici livelli: salute fisica, benessere psicologico, funzionamento cognitivo. Diversi studi, pur mancando il supporto di analisi quantitative, hanno sostenuto che il caregiving rappresenti un fattore di rischio per la salute dei caregivers (Vitaliano, Zhang e Scanlan 2003). Altri hanno evidenziato che i caregivers sono più stressati, più depressi e hanno livelli più bassi sia di benessere soggettivo che di self-efficacy ( Pinquart e Sörensen 2003). Altri hanno dimostrato che i caregivers sono esposti a molteplici fattori di stress che compromettono il funzionamento cognitivo (Caswell et.al 2003). In generale a un peggioramento del soggetto non autosufficiente corrisponde un progressivo declino del caregiver. In sintesi anche se le ricerche hanno anche messo in luce una grande variabilità interindividuale tra stato funzionale del soggetto non autosufficiente e peggioramento dello stato psico-fico del caregiver (De Beni 2009), rimane quella del caregiver una condizione potenzialmente vulnerante. Per questo motivo sarebbe auspicabile mettere a tema la possibile correlazione tra lavoro di cura, specificità delle mansioni svolte, condizioni di lavoro e insorgenza di alcune patologie La badante svolge infatti una molteplicità di mansioni che vanno dalla cura delle persone alla gestione della casa e spesso assume le vesti di un familiare di riserva a cui viene chiesto di farsi carico in tutto e per tutto dell’anziano non autosufficiente. Non da ultimo il sostegno emotivo e affettivo dell’anziano. Alcune recenti ricerche mostrano la correlazione tra lavoro svolto e una sorta di “malessere da cura”. Ad esempio Lazzarini, Santagati (2008) evidenziano che le badanti svolgono un lavoro 24 su 24, defaticante e usurante soprattutto dal punto di vista psicologico, che determina isolamento sociale, assenza di una vita privata, assottigliamento delle reti di relazione. È quindi ipotizzabile che le condizioni di lavoro delle badanti le espongano a rischi per la salute, dal momento che anche le reti sociali svolgono un’azione protettiva nei confronti della salute (Bulmer 1987). Tuttavia manca ancora l’evidenza del dato quantitativo e la possibilità di calcolare l’incidenza statistica tra condizioni di lavoro, isolamento sociale e insorgenza di eventuali patologie, evidenza statistica che sarebbe necessaria per parlare anche per le badanti di possibili malattie professionali.


4. Considerazioni di policy
I paragrafi precedenti hanno evidenziato gli aspetti salienti della risposta italiana alla non autosufficienza. La componente dell’assistenza continuativa relativa all’offerta dei servizi resta carente e disomogenea sul territorio nazionale, e evidenzia la prevalenza nel contesto italiano delle erogazioni monetarie pubbliche rispetto alle prestazioni in natura. E come sottolineano Mazzaferro, Toso (2009) gli interventi assunti in materia di assistenza dall’attuale governo rendono il comparto dell’assistenza ulteriormente frastagliato e sbilanciato a favore dei trasferimenti al in moneta, distribuito in rivoli di spesa spesso trascurabili e poco incisivi, in assenza di un coerente disegno di riforma di medio-lungo periodo. Si assiste al consolidarsi di un crescente disallineamento tra domanda di protezione e adeguatezza delle misure di aiuto che riflettono una quasi totale mancanza di coordinamento tra gli interventi che vengono implementati rispettivamente a livello nazionale (trasferimenti monetari quali l’indennità di accompagnamento), regionale (i servizi integrati socio-sanitari) e locale (servizi sociali) (Kazepov 2009). Manca una visione unitaria del problema, manca, o ancora non è sufficientemente condivisa socialmente, la consapevolezza che la non autosufficienza sia un nuovo rischio sociale e non uno sfortunato accidente che interessa solo la vita di alcuni. Manca la capacità istituzionale di produrre una sostanziale politica di sostegno alla non autosufficienza. Stenta altresì a consolidarsi un dibattito attento alla dimensione territoriale della non autosufficienza. Invecchiare al Sud, come si è visto, non è la stessa cosa che invecchiare al Nord. Il divario dei tassi di disabilità, l’incidenza minore dei guadagni in salute nel Mezzogiorno, la distribuzione geografica della povertà, sono tutti indicatori che forniscono una fotografia d’insieme dello svantaggio sociale degli anziani meridionali. In questo senso gli anziani nel Sud del paese impattano con una serie di vincoli che condizionano il loro benessere, in primis la carenza dell’offerta di servizi assistenziali e sanitari in questa area del paese. Il welfare meridionale non solo è fragile ma è anche rispetto a quello settentrionale maggiormente sbilanciato verso la monetarizzazione delle prestazioni (Network Non Autosufficienza 2009). Se prendiamo in esame i tassi di fruizione dell’indennità di accompagnamento si rileva come essi siano più alti al Sud rispetto al Nord. La cura rimane un fatto familiare, privato, e per lo più declinato (ancora una volta) al femminile come vuole la buona tradizione italiana! in una sorta di welfare fai da te. Non a caso mentre la legge del 15-07-09, n. 94 introduceva il reato di immigrazione clandestina25, la legge 102 del 3 agosto 2009, art. 1-ter, aggiustava il tiro proprio sulle badanti, prevedendo la possibilità che potesse essere regolarizzata la posizione dei cittadini extracomunitari privi di titolo di soggiorno (la procedura di emersione dal lavoro irregolare consiste nel pagamento di un contributo di 500 euro da parte del datore di lavoro26 per ciascun lavoratore). Di fatto il nostro sistema di cura si potrebbe descrivere parafrasando il concetto di capitalismo parassitario di Bauman (2009). Ovvero la pratica del care domestico sopravvive come un parassita nutrendosi di risorse umane disponibili allo sfruttamento, drenando risorse umane, relazionali e affettive dai paesi più poveri. Ma fino a quando questa soluzione “made in Italy” sarà sostenibile? È prevedibile che l’attuale assetto non potrà rimanere invariato nel medio-lungo periodo. In primo luogo per prevedibile contrazione delle risorse finanziarie delle famiglie. Secondo l’archivio storico della Banca d’Italia infatti nell’ultimo trentennio si è verificato un cambiamento strutturale di grande importanza nelle caratteristiche della povertà: tra gli anziani l’incidenza è scesa dal 25% (negli anni settanta) a circa il 14% agli inizi del nuovo secolo (Brandini, Osservatorio Italiano pag.714). E nell’ultimo decennio l’incidenza della povertà è diminuita ulteriormente27 in tutte le tipologie di famiglie con anziani (Commissione d’indagine sull’esclusione sociale 2002, Istat 2004, Istat 2006, Istat 2009). I pensionati italiani che appartengono alle coorti che hanno avuto la possibilità di accedere in larga parte al mercato del lavoro regolare e a pensioni generose (data la normativa previdenziale in essere fino alla metà degli anni novanta)28 sono sempre meno poveri. Diversa la condizione, probabilmente, di tanti giovani che saranno gli anziani di domani. Precarietà e flessibilità lavorativa comporteranno pensioni sempre meno cospicue. In secondo luogo perché i processi di stabilizzazione della popolazione immigrata fanno sì che le badanti siano sempre meno disponibili alla co-residenza e più propense invece al lavoro a ore. Terzo perché cresce la percentuale di assistenti familiari anziane (Graf. 7) e, contestualmente, aumentano anziani immigrati (Graf. 9). Erano 42.541 nel 2003. Nel 2009 quasi raddoppiano arrivando a 83.414. è prevedibile dunque una crescente domanda sociale di cura da parte della popolazione anziana immigrata e una minore disponibilità di risorse umane per la cura “dei nostri anziani”.

Graf. 9: Popolazione anziana straniera per ripartizione geaografica e anno Valori Assoluti

Fonte: ISTAT DEMO ISTAT Popolazione straniera residente al 1° gennaio 2003, 2004, 2005, 2006, 2007 – elaborazione dati Luca Pianelli


5. Cosa possiamo aspettarci per il futuro?
Riteniamo si possa ipotizzare la crescita di domande di ricovero in strutture pubbliche e, contestualmente, l’incremento di domanda di politiche di cohousing. Il 9 maggio 2010 si è conclusa la prima Conferenza internazionale sul cohousing organizzata a Stoccolma dal Royal institute of technology. I lavori della Conferenza hanno evidenziato come l’abitare solidale sta emergendo come modello abitativo e culturale, in risposta alle problematiche odierne. Dal Giappone al Canada cresce la ricerca di una diversa forma dell’abitare attenta alla socialità e alla collaborazione reciproca, come possibile forma di risparmio, attraverso la condivisione di spazi e risorse. A fronte di un incremento di tali esperienze e di una domanda in tal senso, la conferenza ha evidenziato che il principale ostacolo alla diffusione del cohousing è la diffidenza delle istituzioni: fondamentale diventa la sensibilizzazione delle autorità locali in merito.(rete.ecoabitare.org/elgg). Politiche di cohousing, in realtà, possono configurarsi non solo come politiche di sostegno alla domiciliarità dei soggetti non autosufficienti, ma anche come strategie di prevenzione contro il rischio non autosufficienza. Tali politiche possono essere infatti una risposta all’assottigliamento delle reti relazionali degli anziani. Un esempio in tal senso il progetto “zia Gessi”, nato a Torino, dove gli alloggi popolari sono stati destinati a un certo numero di madri separate con figli a un numero corrispondente di anziani disposti a fare i nonni quando le madri lavorano. Si è venuti incontro così ai bisogni di madri separate e alla necessità di questi anziani di mettere a disposizione il proprio tempo (www.comune.torino.it). I continui progressi dell’informatica, delle microtecnologie hanno introdotto nuovi strumenti che hanno completamente cambiato il nostro modo di vivere e l’ambiente in cui viviamo. Per esempio per quanto riguarda gli anziani la domotica è un settore alquanto impegnato a trovare soluzioni e tecnologie che riguardano le abitazioni degli anziani, affinché possano condurre una vita il più possibile autonoma. Uno dei principali obiettivi della ricerca geriatrica è di trovare strumenti e condizioni che permettano all’anziano di essere autosufficienti il più a lungo possibile. La possibilità di vivere autonomamente nella propria casa é una condizione vitale per l’anziano, infatti diversi studi ed esperienze effettuate soprattutto nei paesi Scandinavi hanno dimostrato che la domiciliarità dell’anziano influenza positivamente la sua salute e inoltre riduce gli alti costi a carico degli ospedali e delle strutture assistenziali. Ma che cosa è la domotica? La parola domotica è un neologismo derivato dal francese “domotique”, a sua volta contrazione della parola latina “domus” e di “informatique”. L’etimologia della parola è anche data dalla congiunzione di due parole greche: “domos”, che significa casa e dalla parola “titemi”, che significa disporre/ordinare. Domotica significa quindi “disporre la casa”. Possiamo concludere che è la disciplina che si occupa delle applicazioni dell’informatica e dell’elettronica all’interno dell’ambiente di casa. Se l’invecchiamento non è necessariamente sinonimo di malattia o disabilità è comunque vero che pone dei problemi nuovi per quanto riguarda l’assistenza socio-sanitaria. Ed è proprio qui che si rivela utile la domotica: l’uso di sistemi integrati di una casa intelligente può dare all’anziano o al disabile un alto livello di sicurezza e controllo dell’ambiente abitativo, migliorando significativamente la qualità della vita. Per fare un esempio la domotica può trasformare un bagno comune in un “bagno con sistema di gestione della salute integrato”. Per esempio in futuro sarà sufficiente appoggiare una mano a una parete affinché venga eseguita un’analisi completa del sangue attraverso una misurazione spettometrica non invasiva, basterà utilizzare uno spazzolino da denti per fare le analisi della saliva. Attualmente le applicazioni della domotica nella casa possono riguardare l’automazione della:

-Sicurezza dell’abitazione
– Antintrusione, antiallagamento,antifumo,allarme gas.
– Sicurezza della persona
– Allarme per emergenze dovute a malore, caduta, …
– Gestione di alcune funzioni  (Elettrodomestici, comando porte, finestre, serramenti esterni, tende, impianti audio e video)
– Gestione dell’abitazione (Controllo temperatura e umidità degli ambienti, inaffiamento del giardino o balcone)
– Gestione dell’edificio (Riscaldamento e condizionamento centralizzati)


La domotica può essere un mezzo di supporto per l’autonomia degli anziani e disabili:

– Comandi vocali, comandi apertura porte, uso elettrodomestici tramite telecomandi o sistemi di facilitazione….
– Monitoraggio delle abitudini di vita quotidiana
Controllo di alcuni parametri per verificare insorgenza di situazioni di pericolo o di deterioramento delle condizioni di salute, per esempio: pressione, glicemia, ritmo cardiaco…
Monitoraggio per persone con problemi di disorientamento.

– Dispositivi di aiuto alla memoria (Per ricordare di prendere determinati farmaci o di svolgere determinate attività,..)

L’obiettivo del servizio di teleassistenza è permettere all’anziano di vivere a casa propria in un ambiente sicuro e protetto con un’assistenza quotidiana e per tutta l’anno. La struttura organizzativa per i servizi di teleassistenza domiciliare si basa fondamentalmente su due centri principali: il centro operativo e l’organizzazione e-health ( Pangher, 2006). Il centro operativo è un call centre dove gli operatori offrono una serie di servizi e seguono gli anziani a casa. Ad esempio i servizi di base sono la tele-emergenza: l’anziano porta sempre con sé un microfono e un pulsante che in caso di bisogno contatta il centro operativo. Il telecontrollo con i suoi operatori chiama periodicamente la persona per verificare le condizioni generali e controllare se ci sono dei problemi per assistenza sociale o sanitaria. Il pulsante di emergenza può inoltre essere integrato con altri sensori ambientali, che individuano situazioni di allarme, come una caduta, sensori per il gas o presenza elevata di monossido di carbonio in casa. Altri servizi di teleassistenza sono l’assistenza terapeutica (controllo che la persona segua la terapia prescritta dal medico) assistenza dietetica, assistenza dei servizi sociali (domiciliarità dei pasti caldi, visite di assistenti sociali) e assistenza per malattie croniche. Tutti questi servizi vengono raccolti telematicamente e questo processo è la cosiddetta soluzione e-health, che permette di disporre la storia clinica dei dati del paziente a disposizione di tutti gli operatori. Negli Stati Uniti la Telemedicina ha ridotto i ricoveri ospedalieri del 63%, il ricovero in istituti geriatrici è diminuito del 64% e le visite al pronto soccorso sono diminuite del 40% (Meyer, Ryan, Kobb, Roswell, 2003). A questo punto ci si chiede per quale ragione questi servizi di teleassistenza non si sviluppano. Il punto centrale è che i fondi economici per gli investimenti tecnologici vengono fondamentalmente indirizzati agli ospedali e nello stesso tempo c’è una forte pressione per controllare se non tagliare i costi sanitari e alla fine il carico dell’assistenza degli anziani pende elusivamente sulla famiglia. Le autorità pubbliche dovrebbero affrontare con realismo la questione dell’invecchiamento della popolazione, facendo una stima dei costi reali dei bisogni di questa fascia della popolazione. Tale analisi di costi dovrebbe essere una base di partenza per realizzare il piano di assistenza sociale e sanitaria degli anziani da gestire tra il settore pubblico e privato.


23 Complessivamente le famiglie italiane sostengono una spesa pari a 9 miliardi 352 milioni di euro per retribuire il lavoro regolare o meno delle badanti (Pasquinelli, Rusmini 2008), una cifra vicina a quanto lo stato spende per l’indennità di accompagnamento.
24 Il contratto ammette la contrattazione di secondo livello in sede territoriale.
25 Si tratta di una contravvenzione per la quale è prevista esclusivamente la sanzione pecuniaria da un minimo di 5.000,00 euro a un massimo di 10.000,00 euro.
26 Possono presentare la dichiarazione di emersione i datori di lavoro cittadini italiani, cittadini di un paese membro dell’Unione Europea Residenti in Italia, cittadini extracomunitari in possesso di titolo di soggiorno CE, familiari extracomunitari di cittadino comunitario che siano in possesso di carta di soggiorno.
27 Cresce invece l’incidenza della povertà nel decennio 1997-2007 per le famiglie più ampie e ancor più nelle famiglie con minori: in quelle con 3 o più figli minori si è passati dal 25,8% nel 1997 al 27,2 nel 2008, dati Istat.
28 Prima della riforma Dini la pensione veniva calcolata sulla base dello stipendio percepito negli ultimi anni ed era circa l’80% della retribuzione.


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