Atteggiamento verso la vita lavorativa tra i pensionati
3. La ricerca
Lo studio degli atteggiamenti deve essere fatto in modo indiretto in quanto esso è un’astrazione operata all’interno di un grande numero di atti affini più che un atto specifico e determinato. La risposta ottenuta, coerente per un certo gruppo di stimoli od oggetti sociali, è alla base dell’atteggiamento. Quest’ultimo viene considerato come una durevole organizzazione di processi motivazionali, cognitivi, emotivi e percettivi riguardanti specifici aspetti del mondo dell’individuo. Tale durevole organizzazione di processi psicologici sembra, quindi, implicare una coerenza di schemi di risposta come confermato da Berger e Luckmann (1969). Il differenziale semantico utilizzato in queste ricerche è ritenuto in grado di tradurre le esperienze individuali in forme più semplici come ad esempio il linguaggio verbale (Capozza, 1977).
L’obiettivo del presente lavoro è di studiare qual è l’atteggiamento verso il concetto “lavoro” di persone che sono in stato di pensionamento. Si tratta di 175 soggetti di cui il 50,4% maschi e il 49,6% femmine con un’età media di 64,86 anni (d.s. 7.50; mediana 63 anni; moda 60) di età compresa tra 50 e 87). Sono stati considerati, inoltre anche i dati raccolti nel 2005 (i cui risultati non sono stati pubblicati) su 113 pensionati di età compresa tra i 48 e i 70 anni con un’età media di anni 56,23 (d.s 4,74; mediana 56; moda 57).
3.1 Profili medi
La prima analisi effettuata è la rilevazione dei punteggi medi (Tab. 1 e Grafico 1) relativi alle risposte ottenute nel 2005 e nel 2009. Tali punteggi mostrano l’andamento del giudizio espresso, meglio visibile nel Grafico 1. Come si può osservare le due curve hanno un andamento molto simile. Applicando la t di student tra i gruppi si rileva che sono molte le scale che risultano statisticamente differenti, non per quanto riguarda il significato degli aggettivi opposti, ma per l’intensità del significato. Può essere interessante sottolineare che le differenze statistiche rilevano che i pensionati del 2009 si differenziano sempre per un’attribuzione di positività maggiore rispetto a quelli del 2005.
Tab. 1 – Punteggi medi

Grafico 1

Dall’analisi fattoriale a tre fattori vengono rilevate le dimensioni dell’atteggiamento verso il lavoro. I tre fattori nel loro insieme spiegano il 41% della varianza totale e le dimensioni emerse sono individuate attraverso le saturazioni di alcune scale. Nella prima dimensione (che spiega il 27,1% della varianza totale), che può essere denominata “Qualità estrinseche del lavoro”, sono saturi gli attributi “raffinato”, “ordinato”, “pulito”, “originale”, “libero”, “preciso”, “buono”, “realistico”, “operoso”, “esaltante”, “forte”, “felice”, “attivo”, “in gruppo” e “rende liberi”. Nella seconda dimensione (che spiega il 7,7% della varianza totale) viene misurato l’ “Aspetto ludico del lavoro” che descrive il lavoro come “piacevole”, “allegro”, “teso”, “umano”, “giusto”, “divertente”, “originale”, “buono” e “realistico”.Nella terza dimensione, infine, (6,1% della varianza totale) sono misurate le “Qualità interne” identificabili nella creatività, importanza, ricchezza, profondità, chiarezza, bellezza, pulizia del lavoro considerato anche “esaltante”1.
4. Note conclusive
I dati di questa seconda ricerca, confrontati con la prima del 1989 confermano che il lavoro è quell’attività umana che appare soggettivamente ancora molto importante, ben oltre i vantaggi economici sociali e individuali dai quali il lavoro non può essere disgiunto. Il lavoro rappresenta, ancor oggi nel tempo della sua “flessibilità”, l’attività umana tra le più durevoli, le più perseguite e caratterizzanti la dimensione psichica dell’uomo.
L’esperienza lavorativa viene ritenuta valida e importante da tutti i lavoratori indipendentemente dalla loro età. La conclusione della ricerca precedente aveva messo in rilievo un’esperienza ludica del lavoro. I lavoratori anziani, anche allora, attribuivano l’importanza maggiore a questa caratteristica del lavoro, forse perché, a differenza dei giovani, gli anziani non hanno molte altre possibilità di strutturare il tempo. La presenza di questo aspetto non può essere attribuita a mancanza di senso della realtà, perché tutti i gruppi considerati ritengono il lavoro, pesante, operoso, attivo. Il tempo del lavoro con la sua forte costrittività e con la pressione temporale è il tempo per eccellenza e le persone che entrano nel mondo del lavoro lo sentono come un sostegno normativo per la loro esistenza, ma gli attribuiscono il carattere di piacevolezza che fa pensare al lavoro come sfondo permanente della propria vita. Secondo la nozione di “sfondo” di Garfinkel (1966) la normalità del mondo della vita quotidiana viene percepita mediante una esplorazione fenomenica e le aspettative di fondo, che sono la base di tutti i modelli di normalità, entrano nella percezione di ogni situazione sociale.
Il lavoro finisce con il raggiungimento di una determinata età, ma la vita quotidiana continua con la sua routine, con il vissuto ripetitivo eppure sempre diverso dell’esperienza: il momento del pensionamento riguarda l’abbandono di un ritmo che ciascuno ben conosce che viene sentito come se fosse “rivestito di un’aura di familiarità, di un carattere parzialmente routinizzato, avvolto nella cornice del senso comune” (Jedlowski, 2005, p. 11). L’incertezza, che la persona che si ritira dal mondo lavorativo deve fronteggiare, è avversaria della routine e solo l’esperienza permette di orientarsi in sua presenza. L’esperienza è qualcosa di estremamente individuale anche se nel “teatro” della vita quotidiana ognuno tende a far rientrare nell’esperienza le tensioni che sempre si presentano nel corso della giornata. Il sociologo Sennett nel suo libro “L’uomo flessibile” (2002) osserva che la routine porta l’uomo ad essere creativo: il momento del passaggio dalla routine alla novità è, in sé, un momento creativo che permette di dare il meglio di sé perché alcune situazioni “costrittive” non ci sono più (ad esempio allevare ed educare i figli; orari fissi di lavoro ecc.). La novità permette lo stupore, la vitalità e la progettazione di qualcosa di nuovo per se stessi. L’incertezza che “comunque è presente nella vita individuale può essere gestita solo a patto che il contesto in cui si svolge presenti i caratteri di una relativa stabilità” (Jedlowsli, 2005, p. 27). E’, infatti, proprio la routine che offre sicurezza, che fa da sfondo alla vita di tutti i giorni e che, pur nella mutevolezza delle esperienze, ci aggancia a qualcosa che rende piacevole e sicura la vita. Questo “qualcosa” è identificabile, in larga misura, nell’attività lavorativa.
Dai risultati ottenuti si trova conferma che l’atteggiamento positivo verso il lavoro è una costante: il lavoro è necessario in quanto, comunque, gli si attribuisce una posizione centrale nella propria vita, sia da un punto di vista relazionale che remunerativo. L’esistenza umana è inevitabilmente simile a chi ci è contemporaneo. Come gli altri proiettiamo nel futuro la natura del presente pianificandolo e, in un certo modo, manipolando selettivamente la sua rappresentazione. “Ma tutti gli esseri umani vivono e invecchiano insieme in una comunità temporale sempre presente e comune. Chi volesse manipolare il presente degli altri dovrebbe essere capace di sottrarvisi e rifugiarsi in un altro tempo (invecchiare assieme è una condizione della costruzione intersoggettiva del tempo)” (Luhmann, 2002, p. 21).
1 Da notare che la comparazione delle risposte del 2005 e del 2009 attraverso il test t di Student presenta un numero notevole di differenze statistiche attribuibile alla variabilità soggettiva dell’argomento trattato.
Riferimenti bibliografici
Baltes, P.B., Smith, J. (2003): “New Frontieres in the future of aging: From Successeful Aging of the young Old to the dilemma of the fourt Age”, Gerontology, 49, 123-135.
Baltes, P.B. (1997): “On the incomplete architecture of Human ontogeny”, American Psychologist, 52, 366-380.
Berger, P.L., Luckmann, P. (1969): La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna.
Capozza, D. (1977): Il differenziale semantico. Problemi teorici e metrici, Patron, Bologna.
Castagnaro, C., Cagiano, de Azevedo, R. (2008): “Allungamento della vita: scenari per uno svecchiamento della popolazione”, Quaderni europei sul nuovo Welfare Svecchiamento e società, 10, 76-81.
Cortellazzi, S. (1984): La formazione: scelta del corso di studio, motivazioni e orientamenti, in V. Cesareo, a cura di, Senso e non senso del lavoro, Angeli, Milano, 96-107.
Cuberli, R., Novelli, M.C., Tessarolo, M., Totis, M. (1982): “Operatori socio-sanitari e pregiudizi nei confronti della vecchiaia”, La ricerca sociale, 28, 93-114.
Deponte, A. (2008): “Gli anziani sono adulti strani? Il contributo della psicologia sociale allo studio dell’invecchiamento”, Quaderni europei sul nuovo Welfare Svecchiamento e società, 10, 71- 75.
Gabassi, P.G., Tessarolo, M., Batic, N. (1898): La percezione generazionale del lavoro, FrancoAngeli, Milano.
Garelli, F. (1984): La generazione della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna.
Garfinkel, H. (1966): Studies in Ethnomethodology, Englewood Cliff, Prentice Hall.
Giarini, O. (2001): “Vulnerabilità sociale. Servizi, occupazione, invecchiamento nell’economia di oggi”, International Association for the study of risk, Ginevra.
Jedlowski, P. (2005): Un giorno dopo l’altro, Il Mulino, Bologna.
Luhmann, N. (2002): La fiducia, Il Mulino, Bologna.
Romagnoli, G. (1984): Il lavoro e i suoi significati, in I giovani oggi. Indagine IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna, 51-79.
Scabini, E., Donati, P. (1988), a cura di: “La famiglia “lunga” del giovane adulto”, Studi interdisciplinari sulla famiglia, Vita e Pensiero, Milano.
Sennett, R. (2002): L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano.
Smidt, D.F., Boland, S.M. (1986), “Structure of perception of older adults: Evidence for multiple Stereotypes”, Psychologing and Aging, 1, 255-260.
Pagine: 1 2
Tag:atteggiamento pensionati lavoro, svecchiamento e pensionamento