QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Barriere e opportunità all’implementazione di politiche di invecchiamento: una prospettiva comparata europea

1.3 Ricalibratura dei sistemi di welfare e politiche di active ageing

L’affacciarsi e il progressivo consolidarsi di un nuovo modello di sviluppo socio economico, il cosiddetto post fordismo, ha determinato uno stravolgimento nel quadro di riferimento sociale, economico e culturale delle economie occidentali. L’onda lunga delle ristrutturazioni produttive scaturite dalla crisi petrolifera dei primi anni Settanta e la crescente concorrenza internazionale originata proprio dai differenziali di costo tra macro aree geografiche e saturazione dei mercati internazionali, ha lasciato il passo a un nuovo ciclo economico. Il processo di globalizzazione dell’economia ha riconfigurato gli assetti di cooperazione e competizione internazionale. L’impatto delle crisi petrolifere in Europa si è manifestato con un certo ritardo rispetto alle immediate conseguenze che esse avevano avuto negli Stati Uniti. Questo ha determinato in prima battuta un certo rallentamento nell’esplosione della crisi, e operato in direzione di un consolidamento dei sistemi di regolazione europei appena usciti dai ‘trent’anni gloriosi’ e dalla loro legittimazione sociale e culturale. Le conquiste sociali di quegli anni erano nate nel contesto del boom economico e della piena occupazione, principalmente nella grande industria, con un livello alto di coesione socio-professionale e una bassa diversificazione dei profili sociali. Tali assetti di welfare stanno come è noto attraversando un momento di profonda riflessione e messa in discussione. Le trasformazioni demografiche, economiche e sociali di portata globale in atto hanno infatti determinato la definizione di un nuovo contesto di riferimento, ben diverso da quello che aveva modellato e legittimato i welfare regimes dopo la fine della seconda guerra mondiale. Se da un lato occorre rispondere a nuovi bisogni, dall’altro sembra inevitabile modificare il sistema di tutele, nate in un sistema socio-economico ben diverso da quello odierno. La revisione, una ricalibratura (Ferrera 2006) dei sistemi stessi che i governi stanno operando, si scontra con un sistema di aspettative dei cittadini sulle tutele ritenute acquisite e non contrattabili. Nei paesi europei i decisori politici hanno teso a mettere in campo misure adattive di portata ridotta per non rischiare di perdere consenso nell’elettorato. La palese interdipendenza tra settori di welfare e l’auspicabilità di un sistema di riforme integrato presenta un coefficiente ulteriore di difficoltà per le politiche di invecchiamento attivo. Infatti l’azione riformatrice appare sempre più un processo graduale, dalle velocità diverse nei differenti comparti del welfare. A fronte di un obiettivo di riordino profondo dei sistemi di sicurezza sociale, i decisori politici sono stretti tra la paura di perdere consenso e la difficoltà di immaginare e declinare riforme di taglio sistemico. Questo sovente si traduce con la proliferazione di interventi settoriali dalla portata limitata, di cui è difficile cogliere il quadro generale di riferimento e ampliare l’efficienza di policies con interventi integrati. Le politiche di invecchiamento attivo appaiono perciò particolarmente difficili da implementare perché scardinano un sistema culturale di aspettative sedimentato negli anni (es. soglia di pensionamento), si scontrano con alcune dinamiche reiterate tra attori sociali nella continua trasformazione produttiva (es. consuetudine al prepensionamento, ecc), scuotendo dalle fondamenta assetti consolidati dei sistemi di sicurezza sociale e meccanismi di sussidiarietà (es. nei welfare familisti il ruolo degli over rappresenta un pilastro nell’aiuto economico per le seconde generazioni e nell’assistenza e cura per le terze, per cui la permanenza nel mercato potrebbe interrompere l’aiuto intergenerazionale). Inoltre la complessità e l’interdipendenza delle diverse agenzie di welfare per le politiche di active ageing sovente si scontra con una capacità ridotta di visuale da parte dei diversi policy makers, cui competono i diversi comparti di policies.

Aumentare i tassi di occupazione dei maturi è di fondamentale importanza per la sostenibilità finanziaria legata agli aspetti previdenziali, e interessa sia strategie di mantenimento nel mercato del lavoro che di occupabilità degli over inattivi. Come emerge dalla tab.1, il rapporto tra occupati e pensionati al 2020 mostra degli evidenti squilibri nella sua composizione, diminuendo significativamente in tutti i paesi considerati, con una particolare performance negativa dell’Italia, che -secondo le proiezioni dell’Ilo- sarà il fanalino di coda con 1,4 occupati per ogni pensionato. La sostenibilità del sistema occupazionale e l’equilibrio di quello pensionistico dipendono dalle riforme e dalle politiche che si metteranno in campo nei prossimi anni, anche per scongiurare il pericolo di un difficile face to face con un numero rilevante di anziani poveri.

 

Tab. 1 – Rapporto tra occupati e pensionati in alcuni paesi dell’Ocse

Fonte: Ageing of the Labour Force in Oecd Countries: Economic and Social Consequences, Ilo, 2000.

 

E’ difficile pensare che le future coorti di anziani, espulsi o non inseriti nel mercato del lavoro, possano insistere interamente sui sistemi di sicurezza sociale, o meglio, che questi possano rispondere ad una platea così vasta di bisognosi: il rischio effettivo di un aumento degli ageing poors pone quindi problematiche economiche e sociali di primaria rilevanza.

Gli over sono soggetti attivi e attivabili; costituiscono una risorsa strategica da impiegare per l’implementazione della civil society, e particolare attenzione viene posta in questa prospettiva ai temi della solidarietà intergenerazionale e al ruolo sociale dei maturi. L’approccio olistico alle tematiche dell’ageing society si caratterizza per l’ampio respiro della concezione dell’invecchiamento e per il superamento di una frammentazione tra i comparti di interesse (sociale, politico, previdenziale, lavorativo, ecc).

In questo senso l’Unione Europea promuove un aumento nella partecipazione al mercato del lavoro degli over, all’interno di un contesto più ampio di active ageing, sostenendo un approccio orientato al ciclo di vita. L’anzianità attiva costituisce un obiettivo cardine della Strategia Europea per l’Occupazione, SEO e degli Orientamenti Integrati per la Crescita e l’Occupazione, OICO (2005). Nel Libro Verde ‘Una nuova solidarietà tra le generazioni di fronte ai cambiamenti demografici’ (2005) e negli ‘Orientamenti per la politica di coesione 2007-2013’ (2006), emerge dalla Commissione Europea la promozione di un approccio integrato tra i diversi settori alle sfide dell’ageing society e un più generale sostegno al coinvolgimento degli over alla vita sociale e alla territorializzazione della loro partecipazione.

 

1.4 Lo “svecchiamento” come cambiamento culturale

L’allungamento della speranza di vita in buona salute è negli ultimi decenni un fenomeno costante per i paesi occidentali, e seppure con dinamiche più diluite, tale trend si riscontra anche in alcuni paesi in via di sviluppo. Parlare di invecchiamento tout court della popolazione appare riduttivo, perché le soglie convenzionalmente usate (60 o 65 anni) mostrano nella realtà una vasta platea di individui in buona salute, che vantano una aspettativa di vita priva di disabilità almeno decennale.

L’idea della vecchiaia, intesa come perdita delle capacità fisiche e psichiche, si è di fatto spostata in avanti e riguarda classi di età ben oltre la convenzionale frontiera dei 60. Quello che risulta meno sviluppato è la formulazione e il consolidamento di nuovi attributi simbolici collegati alla popolazione sopra i 60 anni. Infatti l’idea astratta di over non si adatta alle caratteristiche psicofisiche dei soggetti convenzionalmente etichettati come tali: citando Bobbio, “la soglia della vecchiaia si è spostata di circa un ventennio”. Se la velocità delle trasformazioni della qualità della vita ha acquisito una forte accelerazione grazie ai processi medici, tecnologici, alla circolazione globale delle idee e dei risultati scientifici, non si può dire che il sistema di riferimento culturale si sia modificato di pari passo. Il cambiamento di parametri simbolici come è noto è un processo graduale e vischioso, che abbraccia un lungo arco temporale.

Alcuni economisti hanno proposto di riconsiderare la soglia dell’anzianità, ancorandola alle nuove prospettive di vita in buona salute, riformulando la frontiera lavoro/pensione sulla base di questa revisione: vivere meglio e più a lungo vuol dire potenzialmente aumentare gli anni di partecipazione al lavoro di mercato e ciò costituisce una possibile risorsa in termini di crescita economica (Dromont et alii, 2007).

In questa ottica, è possibile affermare che non ci troviamo perciò di fronte a una società invecchiata, quanto ad una ‘svecchiata’, perché si vive meglio e più a lungo (cfr. Giarini 2000, 2005). Il cambiamento nel ciclo di vita non va riferito solo alla componente over nei termini di un allungamento della speranza di vita, ma modifica tutta la periodizzazione delle principali tappe biografiche. Seguendo il classico schema temporale dell’avvicendamento delle fasi di vita, molti autori evidenziano una posticipazione del passaggio alla vita adulta5 (Rosina 2008). L’autonomia abitativa, finanziaria e la costruzione di un proprio nucleo famigliare si situa non più tra i 20 e i 30 anni, ma ben oltre la trentina. Tale slittamento viene attribuito per lo più, e soprattutto per il caso italiano, all’allungamento degli anni spesi in formazione e alla presenza di barriere all’ingresso nel mercato del lavoro e in quello immobiliare. Ma analizzare le trasformazioni concentrandosi sulla componente giovane o su quella matura ha l’effetto di assottigliare gli anni centrali della vita. Come sintetizza efficacemente Cagiano de Azevedo, sono spariti gli adulti “perché quello che nel 1951 si doveva fare tra i 25 e i 65 anni […] oggi si deve fare in vent’anni”. A meno che non si cambi prospettiva e si metabolizzino culturalmente gli slittamenti nel tempo delle principali tappe del ciclo di vita.

La conoscenza delle trasformazioni nelle fasi della vita e del loro complesso intreccio sono elementi di fondamentale importanza per i policy makers, per fronteggiare eventi oggi più frequenti che in passato, come ad esempio i rientri nel mercato del lavoro in età matura (Gilli 2005). In generale, la prospettiva del ciclo di vita abbandona le componenti statica e ascendente per abbracciare una maggiore frammentazione e flessibilità nel susseguirsi e sovrapporsi dei periodi, nella chiave di un uso sociale del tempo di vita degli individui (Gagliardi, Accorinti 2007: 42). Ci è utile riportare lo schema individuato da Kohli (1985) per rappresentare le tre fasi salienti della vita ‘al maschile’ nel periodo fordista: istruzione, lavoro e pensionamento. Marshall e Clarke (1998) rivedono questo schema alla luce del modello del ciclo di vita emergente, restituendo una maggiore alternanza e varietà delle fasi, pur incentrandosi sulle dinamiche lavorative. Il risultato di questa riformulazione prevede cinque momenti salienti: istruzione, lavoro instabile, lavoro lucrativo, periodo di transizione (lavori a progetto, formazione, ecc), pensionamento (cfr. Gagliardi, Accorinti 2007: 41 e segg.). Sebbene il taglio di questo schema sia lavoristico, si avverte la dinamicità e la nuova flessibilità dei percorsi degli individui. L’articolazione complessa tra il tempo per sé e quello per il lavoro impedisce una standardizzazione delle fasi di vita e richiede una architettura componibile degli interventi che mirino in prima istanza a promuove la partecipazione degli over alla vita sociale. L’integrazione socio-economica dei maturi dipende dalla considerazione e dalla promozione di comportamenti attivi e dalla tutela del benessere dei soggetti al di là del loro inserimento nel mercato del lavoro.

 


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