QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Capitolo 6: Assaggi di economia nelle università (1971-1999)

*** Ribaltamento di prospettiva
Una delle idee chiave sulle quali si basa l’economia, in teoria e in pratica, è che viviamo in un mondo in cui le risorse sono rare e la povertà è ancora ben visibile, anche nei paesi più avanzati.
Esistono dei prodotti gratuiti come l’aria, almeno fino ad ora. Ma per vivere o per sopravvivere, siamo normalmente obbligati a lavorare, in un modo o nell’altro.
In paradiso invece, l’abbondanza dovrebbe essere illimitata, nessun problema di inquinamento, nessun lavoro, né salari né disoccupazione. È il paradiso, infatti! Sulla terra è evidente che ci troviamo in un purgatorio del quale è saggio fare l’uso migliore.
Lo sviluppo della Rivoluzione Industriale può essere considerato come uno sviluppo eroico nella lotta contro la rarità. Gli economisti classici si sono concentrati per capire come stimolare al massimo la capacità di produrre, quella che si chiama offerta. La domanda, motivata dalla necessità, non poteva che seguire.
Ma c’è stato un momento cruciale! Per funzionare bene, la Rivoluzione Industriale ha diffuso sempre più l’utilizzo del denaro, per costituire il capitale necessario all’acquisto delle macchine e per facilitare gli scambi.
Ne deriva che la domanda, il bisogno di avere dei prodotti da consumare, ha anche dovuto esprimersi in termini di denaro. Bisogna che i consumatori siano in grado di pagare i loro acquisti, che la loro domanda sia solvibile.
Tutto questo può sembrare banale ed evidente ma non lo è stato durante i primi 150 anni della Rivoluzione Industriale. Infatti, tranne che nei periodi di guerra, naturalmente inflazionisitici (quando i prezzi aumentano), e un breve periodo negli anni 1870 – in seguito a una forte importazione d’oro – le crisi economiche fino all’inizio del XX secolo sono state delle crisi di deflazione. Si producevano troppi prodotti che non trovavano acquirenti perché questi non avevano il denaro necessario. Penuria e povertà da un lato e superproduzione dall’altro. Anche i grandi economisti non erano riusciti a valutare realmente l’estensione del fenomeno della Rivoluzione Industriale e tecnologica ed il ruolo essenziale della monetizzazione dei rapporti commerciali e sociali.
Così, dopo un secolo e mezzo in cui gli esperti di economia si erano concentrati sull’ “offerta” (l’aspetto della produzione), si ribaltarono le priorità grazie agli economisti della prima metà del XX secolo, soprattutto John Maynard Keynes e – su un piano più filosofico – John Hicks.
Keynes era un conservatore esperto, un intellettuale amante del balletto classico e dello champagne. Di costumi piuttosto liberi per l’epoca. Rivoluzionò il pensiero economico: se c’erano delle eccedenze di produzione, si poteva pensare a finanziare la domanda – attraverso lo Stato e i poteri pubblici – anche se ciò poteva provocare dei deficit. La condizione era naturalmente che non ci si spingesse troppo oltre per non provocare l’inflazione.
Bisognava tendere ad un equilibrio della domanda e dell’offerta perché tutti i fattori che contribuivano alla produzione e al consumo fossero sfruttati al massimo.
In questo modo, Keynes provocò dei cambiamenti profondi nella cultura di quell’epoca: rendeva moralmente accettabile e addirittura auspicabile fare debiti, e per di più apriva la via all’intervento dello Stato come imprenditore economico.
Da allora, che si fosse di destra o di sinistra, si è pensato di poter regolare l’economia soprattutto in base alla domanda. In tutti questi ultimi anni, i giornali hanno effettuato indagini dettagliate per scoprire se le vendite delle automobili o di altri prodotti aumentavano abbastanza, poco o per niente. Consumate, consumate per mantenere a galla la nave dell’economia! E se siete commercianti, è evidente che preferite avere un numero maggiore di clienti piuttosto che il contrario.
Ma a partire dal 1973, soprattutto nei paesi industrializzati, c’è stata una tendenziale ripresa dell’inflazione, talvolta anche ad un tasso maggiore del 10% annuo. Da allora, il tasso medio di crescita è sensibilmente diminuito. Cosa era successo? Perché non era possibile rilanciare ovunque l’economia al tasso del 6% annuo, cosa che avrebbe aiutato non poco a risolvere numerosi problemi, come quello del finanziamento della previdenza sociale?
A mio parere, non si è stati abbastanza attenti al fatto che dal lato dell’offerta – della produzione – si era passati da un’economia prevalentemente manifatturiera a un’economia fondata sui servizi. Che la nozione stessa di valore economico, e quindi di crescita, tendeva a cambiare. Che il ritmo dell’innovazione tecnologica, sempre più dipendente dalla ricerca fondamentale, non poteva che avanzare irregolarmente, quando alcune scoperte di base erano disponibili e utilizzabili. Non era sufficiente investire nella ricerca tecnologica con dei programmi voluminosi per avere la certezza di risultati rapidi.
Forzate dalla necessità di arginare l’inflazione e diventate sempre più indipendenti, le banche centrali si sono allora impegnate a condurre una politica fondata sul controllo dell’economia, per mezzo di strumenti monetari.
Dal punto di vista della teoria economica in materia di equilibrio tra la domanda e l’offerta, mi sembra utile proporre un altro modo di concepire questo rapporto. L’economia classica aveva privilegiato l’aspetto dell’offerta (la produzione), l’economia neo-classica (degli ultimi sessant’anni) si è concentrata sulla domanda. Entrambe suppongono che il punto di riferimento resti la nozione di equilibrio tra la domanda e l’offerta.
Si potrebbe pensare che nell’economia di servizio, si tratti semplicemente di un ritorno all’economia dell’offerta, dato il suggerimento di analizzare meglio nel dettaglio i modi di produzione della ricchezza delle nazioni oggi.
Ma questo punto di vista non è sufficiente, se si considera anche la definizione di valore di utilizzazione data precedentemente. In realtà, nell’economia reale, come nella vita e nella natura, l’attività produttiva supera sempre, spesso di molto, le possibilità del consumo o della domanda. Ogni imprenditore sa che non venderà mai tutto quello che offre ma che ogni prodotto (soprattutto quelli nuovi) subisce un difficile periodo di prove a vari livelli, comprese quelle dei consumatori. L’insieme del processo di produzione deve quindi coprire le spese di tutte le eccedenze, come nei casi delle strategie di ricerca che tengono conto del fatto che la maggior parte dei progetti non avrà successo.
Per quanto riguarda la “domanda”, la sua funzione principale è quella di selezionare. Questa funzione è indispensabile e la domanda pagherà un prezzo non soltanto per l’acquisto di un prodotto o di un sistema ma sarà direttamente o indirettamente impegnata anche per tutte le spese relative all’utilizzo nel tempo del bene acquistato. Certi economisti classici dicono che, in una nozione di equilibrio, purché si comprenda un lato dell’equazione (offerta = domanda), si è automaticamente compreso anche l’altro.
È forse razionale ma non ha molto senso. Nell’economia di servizio, domanda e offerta, produzione e utilizzo, devono essere entrambi ben studiati e capiti nella loro propria logica e maniera di funzionare. I costi della domanda, nel periodo di utilizzazione, restano incerti a lungo (ed anche dopo la fase di utilizzo).
Infine, bisogna anche considerare che, sempre più, l’utente interviene molto spesso come produttore di risultati. Alvin Toffler ha parlato di “prosumer” cioè di produttore-consumatore, nel quale le due funzioni sono sempre meno distinte. Le vie della ricerca in economia contemporanea offrono delle enormi possibilità e sfide.


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