Capitolo 5: Il Club di Roma e i limiti della crescita
*** Dalla Rivoluzione industriale all’Economia dei Servizi
La questione della legittimità è legata al problema del potere e dei suoi effetti su una gestione equa della società. In quale misura le istituzioni economiche sono considerate legittime? Nell’atmosfera di dibattito appassionato che seguì la pubblicazione del primo rapporto del Club di Roma, un certo numero di reazioni violente manifestavano il timore che la legittimità del sistema industriale venisse rimessa in questione. Da ciò, a mio parere, la necessità di verificare gli scopi e i mezzi delle attività economiche attraverso una disciplina o una “scienza” economica in grado di essere a sua volta credibile. Ne va dello sviluppo “civile” della società, che diventa sempre più difficile sottomettere alla dittatura, come mezzo ultimo di controllo sociale. Il mondo economico contemporaneo ha bisogno di stabilità, di consenso, di partecipazione.
Certo, è difficile, ma si tratta di un passaggio obbligato e il crescente livello di istruzione, largamente diffuso, rende tutto ciò ancora più necessario. Esistono naturalmente delle attività cosiddette economiche dagli effetti negativi, come la vendita di droga, la corruzione, il furto e le frodi nelle loro varie forme: ma un sistema economico fondato su quelle basi e che si definisse “realistico”, non produrrebbe alla fine che ingiustizia e povertà per la maggior parte della popolazione.
Vincere la battaglia della legittimità economica e sociale vuol dire contribuire, a termine, all’aumento della ricchezza e del benessere in tutte le sue forme.
Ecco perché ho cercato di avanzare l’idea che una migliore liceità economica potesse essere fondata sulla consapevolezza del passaggio dalla Rivoluzione industriale all’Economia dei Servizi. Era la mia maniera di “fare Club di Roma”.
*** “Si finisce sempre per parlare di Dio”
Il successo iniziale del Club ebbe come effetto quello di accendere dibattiti e confronti a tutti livelli e in tutti i paesi. Le assemblee annuali e i convegni si sono susseguiti da Tokio ad Algeri, da Kuala Lumpur a Madrid, Salisburgo, Montevideo, Parigi e tante altre città. Quasi sempre vi partecipavano dei ministri, degli uomini di Stato anche dei massimi livelli.
Alcuni anni dopo, Karl Schwab diede un grande impulso al World Economic Forum che aveva ripreso, ampliandole e migliorandole, le prime esperienze del Club di Roma, concentrandosi sempre più sulle questioni economiche dibattute dalle istituzioni mondiali. I grandi responsabili della politica e dell’economia avevano bisogno di un luogo privato, non istituzionalizzato, per poter confrontare le loro idee e discutere dei grandi temi del momento. Tre volte sono stato invitato a Davos, per suggerire delle discussioni sull’assicurazione, in particolare sulla gestione delle nuove vulnerabilità. Il mio successo è stato però molto modesto: né il mondo economico né gli assicuratori (dei quali soltanto alcuni venivano a Davos e in ordine sparso) erano pronti a considerare l’importanza strategica dell’assicurazione e degli istituti di gestione del rischio nel mondo moderno. Ciononostante, mi sono impegnato a dimostrarlo per ventotto anni, presso l’Associazione di Ginevra. Ora, ci si è arrivati, probabilmente. Il cambiamento è in corso e si presenta ovviamente la necessità di nuovi punti di riferimento.
Molte altre iniziative sono nate dopo lo choc del Club di Roma. A Ginevra, per esempio, Jacques Freymond, direttore dell’Istituto Superiore di Studi Internazionali – e membro del Club – ha coordinato per anni un gruppo di discussione al quale Hugo Thiemann, direttore di Battelle, mi aveva delegato a partecipare, sull’impatto della tecnologia sulla società. In quell’ambito, un gruppetto di scienziati sostenuti dal Club, ha presentato il progetto di uno studio sull’importanza e il significato di possibili variazioni climatiche.
Accadeva trent’anni fa e nessuno, in quel momento, aveva idea di un possibile riscaldamento del pianeta e del ruolo dell’effetto serra.
A queste riunioni partecipava anche il direttore di Pugwash, M. Kaplan, che conduceva un’iniziativa in quell’ambito, insieme al gruppo degli scienziati, per approfondire gli aspetti della loro responsabilità sociale. Nella stessa epoca, ho conosciuto bene a Londra Maurice Goldsmith, animatore della Science Policy Foundation, che aveva gli stessi obiettivi. Con Walter Stahel e l’aiuto di Charles Enz, professore di fisica all’Università di Ginevra, abbiamo organizzato la sezione europea di questa fondazione… nei miei uffici.
Lew Kowarsky era uno dei partecipanti più assidui alle riunioni di Jacques Freymond. Era lo specialista della filiera nucleare dell’acqua pesante che, dopo la guerra, era stata sviluppata soprattutto dai Canadesi. Durante il conflitto mondiale, Lew Kowarsky aveva fatto partire dalla Norvegia l’acqua pesante disponibile, prima dell’occupazione tedesca. Hanno girato persino un film sull’argomento, che ha avuto un discreto successo. Avevo preso l’abitudine di accompagnarlo a casa in macchina dopo le riunioni, una volta anche con François Perrin. Lew Kowarsky era un uomo apertissimo a ogni tipo di discussione. Pensava che fosse importante e legittimo studiare e verificare le ipotesi del Club di Roma. Una volta, durante una cena, mi sorprese nel bel mezzo di una discussione con una frase filosofica. “Sa, ad un certo punto, si finisce sempre per parlare di Dio”.
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