QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Capitolo 4: Nel mondo della ricerca

***La Nuova Economia di Servizio
Questo tipo di esempio, all’apparenza insignificante, è invece emblematico di un periodo durante il quale la diminuzione del costo di produzione di qualsiasi oggetto doveva anche tener conto dei relativi costi crescenti in fase di utilizzo. Inoltre, la sensibilità ecologica e alcuni semplici problemi di gestione dei rifiuti a tutti i livelli, dai rifiuti domestici a quelli industriali, rendevano ancora più pesante il bilancio dei costi economici dopo l’uso. In quest’ultimo caso inoltre, si cominciavano a soppesare alcune conseguenze negative dei progressi tecnologici. Era un bene ed era utile avere dei prodotti che, come le materie plastiche, offrivano una resistenza migliore ma questa qualità diventava un difetto in fase di eliminazione del rifiuto.
In termini di analisi economica, quando questi problemi si generalizzarono, soprattutto a partire dalla prima metà degli anni settanta, non si poteva più dire di vivere ancora nell’età della rivoluzione industriale ma piuttosto in quella di un’economia fondata sulle attività di servizio. La Nuova Economia di Servizio era nata. Se si aggiungono alle spese dell’uso e a quelle per lo smaltimento dei rifiuti gli investimenti nella ricerca, nel marketing, nella sicurezza e nella formazione – tutte attività di servizio – si constata che in ogni settore dell’attività, per ogni attività di “produzione”, le spese medie (che si tratti di fabbricare e di utilizzare un’automobile, un abito o una bottiglia di bevanda, o un computer) sono determinate per almeno tre quarti dalle funzioni di servizio e per un quarto (spesso molto meno) dalla produzione dell’oggetto materiale.
Non è soltanto nel caso dei prodotti usa-e-getta che si è verificato a quell’epoca un cambiamento di rotta importante, anche se da allora si è continuato a ridurre la durata di vita di un certo numero di prodotti come strategia di vendita. Un grande mutamento è risultato evidente in tutto il settore dell’energia. In un’epoca in cui si cominciava appena a parlare dei pericoli del nucleare, si pensava che le nuove centrali potessero essere assolutamente sicure e produrre al tempo stesso dell’energia a buon mercato. Trascorsi due settimane in un Centro Battelle a Seattle, negli Stati Uniti, per un programma di quella che oggi viene chiamata formazione continua, con altri ricercatori della Fondazione. Non lontano da lì, c’erano i vecchi laboratori della General Electric, specializzati nel settore dei reattori nucleari surregeneratori, che erano stati rilevati da Battelle. In questo contesto, cominciai a discutere e a fare progetti sulle conseguenze di un importante calo del prezzo dell’energia. L’idea era quella di trasformare un buon numero di procedimenti chimici in procedimenti termici. Gli esperti di Seattle non erano così ottimisti e in ogni caso, due anni dopo, i termini del dibattito sull’energia, in particolare sul nucleare, sarebbero radicalmente cambiati. Si stava profilando una presa di coscienza sul problema della vulnerabilità e del costo per la gestione delle scorie che ha provocato in seguito un dibattito di fondo, tuttora in corso.
Tutte queste ultime esperienze mi avevano reso disponibile, nel 1973, per un nuovo cambio di lavoro che fu piuttosto radicale, anche se dopo l’esperienza di Battelle sono rimasto essenzialmente un ricercatore professionista e un manager. Per sette anni avevo fatto un lavoro duro ma molto arricchente. Avevo lavorato e fatto spesso delle proposte, venduto, presentato e portato a termine dei progetti che avevano tutti un senso, anche quelli che avevano avuto dei risultati negativi. E questo per 110 società in 19 paesi su 4 continenti.


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