QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Capitolo 1: Da Trieste al Texas

*** Cameriere ad Aspen, Colorado…
“Guardi, com’è bello il cielo, e le nuvole”. Il luogo era Taos, nel Nuovo Messico, ed ero entrato con Mario e Janko in un negozio di souvenir per turisti e di chincaglierie fabbricate dai membri della tribù dei “pueblos” locali. Il proprietario, un vero indiano di quelli che si vedono nei western, con una grande faccia rugosa, era rimasto seduto sulla sedia vicino all’ingresso, ritenendo evidentemente che non valesse la pena di lasciare lo spettacolo del cielo per guadagnare qualche soldo con noi.
In quel villaggio, Frieda, la moglie di D.H. Lawrence (lo scrittore divenuto celebre col suo romanzo sugli amori di Lady Chatterley), aveva stabilito la sua residenza in una casa costruita di paglia e mattoni di argilla, come quelle degli indigeni. Mario la conosceva ma lei non c’era. Ad accoglierci c’era la sua amica Gisela, pittrice, tutta avvolta – così come la casa – in scialli e panni coloratissimi.
Eravamo giunti fin là con la macchina di Mario, una vecchia Pontiac decappottabile che mi aveva impressionato quanto una Rolls-Royce. Eravamo partiti da Austin (Texas) alla fine dell’anno universitario. Un po’ frettolosamente, per dire la verità, fermandoci una sola volta durante il viaggio e stando attenti a barricare le porte e le finestre di una casa prestata da amici. Infatti, quell’incosciente di Janko, uno studente jugoslavo che come me aveva ricevuto una borsa Fulbright, era reduce da un’avventuretta con una bionda (almeno credo) texana, ed era fuggito. Niente di più banale forse, ma da quanto diceva si trattava della figlia di una famiglia molto potente che – secondo la leggenda – aveva acquisito una proprietà terriera immensa nel secolo scorso, a colpi di pistola. Era una vicenda alla “Dallas” ante litteram. Forse c’erano anche delle esagerazioni visto che Janko era un po’ sbruffone. Comunque, ci siamo barricati in casa per dormire e siamo partiti molto presto il mattino seguente.
Mario invece viveva negli Stati Uniti da qualche anno. Veniva da un paesino vicino Bergamo ed era agronomo. Un giorno, sempre come nei film di Hollywood, un’amabile signora americana lo aveva incontrato al suo paese e, giudicandolo molto intelligente, gli aveva proposto di andare a studiare negli Stati Uniti aiutandolo a sostenere le spese. Mario, che da bambino aveva dovuto spesso sacrificare la sua stanza da letto per lasciar lavorare in pace i bachi da seta, colse l’occasione al volo ed era ormai prossimo al dottorato in economia. Sarebbe divenuto in seguito docente di quella materia e perfino Preside di Facoltà all’Università di Santa Clara (California).
Era diventato mio amico all’Università di Austin e insieme avevamo fatto molte cose: per esempio, eravamo andati in macchina in Messico, fino alla capitale. A Città del Messico, ho ritrovato un pezzetto di Trieste. Infatti, Napoleone III aveva convinto Massimiliano, fratello di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e Ungheria, a diventare lui stesso imperatore del Messico. A tal fine, Massimiliano era partito dal castello di Miramare sul golfo di Trieste, che aveva appena inaugurato con sua moglie Carlotta del Belgio. Nel palazzo di Massimiliano in Messico si trova un ingresso che ricorda quello di Trieste.
Fu però un disastro. Scoppiò la rivoluzione e, mentre Carlotta impazzita cercava appoggi in Europa, egli venne fucilato dagli insorti. Ecco gli strani legami e i drammi che la storia ci presenta, nei quali ritroviamo un che di familiare.
Eravamo allora in viaggio per il Colorado, verso la città di Aspen che è un po’ per gli Americani quello che è Cortina per gli Italiani o Courchevel per i Francesi. Mario aveva un amico italiano, di nome Mario pure lui, che possedeva il ristorante più celebre della città e che aveva chiesto al suo amico italiano del Texas di venire a cucinare durante la stagione estiva, portando con sé dei giovanotti per servire ai tavoli. Fu così che Janko ed io entrammo in gioco.
Arrivammo però ad Aspen con dieci giorni di anticipo. Il ristorante era ancora chiuso, del proprietario neanche l’ombra. Avevamo speso già quasi tutto il nostro denaro poiché contavamo sui proventi del lavoro. A causa dell’altitudine non avevamo molta fame ma ogni giorno avevamo soltanto una fetta di focaccia alle cipolle da mettere sotto i denti. Per fortuna, la macchina aveva il pieno di carburante! Quindi, affamati ma in decappottabile, facevamo dei bei giri in montagna.
Una settimana dopo, tutto era rientrato nell’ordine. Mario aveva preso in mano la cucina con un’aiutocuoca locale, ed io imparavo a fare le diverse salse americana, francese e italiana per l’insalata.
Il secondo ostacolo per me fu quello dello sceriffo. Infatti, al ristorante si vendevano alcolici ed era quindi vietato l’ingresso ai minori di 21 anni, come me. Ero terribilmente imbarazzato ma lo sceriffo – anche lui simile a quelli dei western – ebbe il buon gusto di non chiedermi il passaporto al momento di verificare la mia età. Nessun minorenne sarebbe mai entrato in quel locale, poteva esserne sicuro!
Un giorno, ebbi l’onore di servire un piatto di spaghetti a Hedy Lamar, una stella del cinema di quel periodo (famoso il suo nudo, eccezionale per l’epoca), e anche ad altri personaggi americani ed europei, come van Kleffens (delle Nazioni Unite).
Al centro del ristorante c’era un pianoforte – col pianista che veniva da qualche parte del Medio Oriente. I clienti potevano sedersi intorno alla coda del piano e le arie delle opere italiane erano molto apprezzate.
In effetti, Mario – il proprietario – aveva tentato in gioventù la carriera di tenore ma aveva dovuto rinunciare. Con lui c’era anche un baritono albanese e i due allietavano i clienti tra un piatto di spaghetti alla carbonara e uno di vitello alla romana. Il pianista contribuì alla mia fortuna: mi diede una lezione sulla maniera di trattare i clienti perché mi dessero la mancia migliore possibile, tenendo conto che negli Stati Uniti la mancia – fino al 15% – è d’obbligo e che per questo motivo nei ristoranti molto cari il padrone non paga i camerieri ma avviene spesso il contrario. Ad Aspen, noi non eravamo pagati ma ci davano vitto e alloggio.
Probabilmente, avevo l’aria di una persona piuttosto onesta (più della media, diciamolo pure) perché il padrone mi affidò la chiave della cantina dei vini. La diede soltanto a me. Ne ho approfittato con moderazione quando, dopo il lavoro, all’una o alle due del mattino, discutevamo, noi “del Texas”, di politica e di economia americana. Quanto alle mance, un giorno, ad un tavolo di Texani mi lasciarono 50 dollari. Una somma enorme, soprattutto per quell’epoca. La mostrai al padrone e lui mi disse che, volendo, potevo chiedere ai clienti se si erano forse sbagliati. Li rincorsi. “That’s OK – Va bene così” mi risposero.
Una cosa non ho dimenticato: la facilità con cui i clienti mi invitavano a sedere al loro tavolo e a bere un bicchiere con loro dopo il pasto.
Così ho potuto organizzare il mio viaggio di ritorno in Europa, fino a New York, dopo due mesi passati nel ristorante di Aspen. Passando da Chicago, Buffalo, le cascate del Niagara e tanti altri posti, ho rivisto parecchi “clienti”. Uno di loro non era in casa al momento del mio arrivo ma mi aveva perfino indicato dove lasciava le chiavi dicendo che potevo usarle. L’ho fatto. Grazie, grazie ancora. Era forse un momento magico ma bisogna comunque ammettere che il gesto fu eccezionalmente simpatico.
Quando tornai al nord degli Stati Uniti, parlavo l’inglese con un accento texano che ho poi in parte dimenticato. Nel Massachussetts, una signora molto gentile e distinta, moglie di un professore della Harvard, mi fece visitare Boston e tutte le colline che erano state il teatro della guerra civile americana ricordando che in Europa, naturalmente, c’erano delle cose “molto più antiche di queste”. Alla luce di questa considerazione, dell’accento e dell’atmosfera, allora capii che il mio viaggio di ritorno in Europa era già iniziato. Dovevo riscoprirla.


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