Capitolo 3: Battaglia per l’Europa (1962 – 1969)
Quando presi in mano il lavoro della segreteria generale, la cosa più urgente era quella di rinsaldare i rapporti con tutte le regioni e tutte le sezioni possibili, con i miei viaggi del fine settimana. Cercai anche di intervenire, per mezzo di scritti e conferenze, nel dibattito politico europeo. A quell’epoca, Pierre Mendès-France aveva appena pubblicato un libro sulla sua esperienza di primo ministro. Come tutti i “progressisti” apprezzavo l’uomo ma la sua azione europea aveva finito per essere recepita abbastanza male dai federalisti. Ecco la lettera aperta che gli ho inviato nel 1963 e che riassume i principali argomenti di politica europea.
Si tratta dell’ “Epistola di Paolo al suo amatissimo fratello Pietro”:
Mio carissimo Pietro,
Ho letto che la vocazione si è manifestata ancora una volta e che hai portato il tuo fervente contributo alla formazione di una repubblica moderna. Di questi tempi, non si cerca più di fondare nuove chiese ma nuovi Stati. Tuttavia, ci sono sempre le voci di alcuni apostoli ad indicare il buon cammino all’umanità esitante.
Di questi tempi, anche le parole sono cambiate. Una volta, bastava parlare del buon pastore e del bravo artigiano per dare un senso umano e comprensibile ai nostri concetti. Oggi invece, il bene e il male sembrano passare attraverso i movimenti di capitali e gli equilibri instabili delle regioni in via di sviluppo.
Ecco perché tenterò anch’io, mio caro Pietro, di adattarmi a queste necessità e di riprendere gli argomenti che tu tratti nell’ultima delle tue sagge parabole, che ho appena letto.
Permettimi innanzi tutto di ricordare le parole di uno dei più famosi profeti dello Stato. Come me, anch’egli amava scrivere delle lettere sebbene fosse ispirato dai persiani infedeli. Disse un giorno che tra l’Europa e il mondo, egli avrebbe scelto il mondo, e che tra la Francia e l’Europa, avrebbe scelto l’Europa. E qui sta il mio dubbio, caro fratello: avresti forse, nell’ambito della tua repubblica moderna, invertito questa scelta? La tua opera si ispira certo a scienza e coscienza, ma non hai forse tentato di inserire un grande quadro in una piccola cornice?
Mi sono sforzato di capire i problemi che esamini con tanto discernimento. Ho letto, per esempio, che nei paesi europei gli scambi esteri sono situati tra il 20 ed il 40% del prodotto nazionale. Ho letto più in là che alcuni progetti di impianto e di produzione sono spesso superflui in Europa: citi l’industria automobilistica, tessile, siderurgica, aeronautica, chimica, i prodotti di sintesi, gli apparecchi elettronici… (che cosa rimane dunque di importante al di là di questi?). Ho capito allora che per poter parlare di un migliore utilizzo dei fattori di produzione, senza rischiare le conseguenze di una distribuzione irregolare, si dovrebbe partire dal piano continentale per considerare le strutture economiche e politiche che sono essenziali per assicurare un avvenire democratico e quindi umano a donne e uomini. Capisci allora che sono meravigliato dal fatto che tu non consideri il quadro europeo come preliminare a tutta la tua opera.
Tu, Pietro, hai capito qual è la realtà perché dici che bisogna adattare il sistema politico alla necessità di coordinare e di programmare la vita economica se si vuole stabilire un regime di democrazia e di libertà nuova, all’altezza dei tempi e dei problemi. Ma quello che non si può fare senza rischiare di voler attraversare l’oceano su una barchetta a vela è proporre degli strumenti teoricamente accettabili, in una dimensione in cui non possono essere che molto parzialmente utilizzati, e soprattutto non per combattere per la democrazia, come tu auspichi.
Una volta fatto un quadro della struttura produttiva in Europa, non puoi pensare di costruire la repubblica ideale che là dove questa struttura impone le sue dimensioni. Tu dai conto di questo fatto al punto da prendere in considerazione, con un certo stupore, le parole di Pflimlin: “Una pianificazione puramente nazionale perde molto della sua efficacia e anche del suo significato”. Malgrado ciò, continui a studiare il problema sul piano nazionale…
Quando cominci ad occuparti del Piano e dell’Europa, ti esprimi in maniera un po’ strana: “È impossibile – dici – al tempo del Mercato Comune, non prevedere delle estensioni europee della politica di pianificazione.” Qui, bisogna essere molto chiari su un punto: l’Europa dell’economia sovranazionale, nella misura stessa in cui esiste non è stata creata dal Mercato Comune (che l’ha tutt’al più favorita psicologicamente) ma dalla necessità intrinseca dello sviluppo della struttura produttiva moderna. Quello che dici mi porta dunque a credere che tu prevedi per gli Stati europei una serie di piani economici nazionali: il risultato potrebbe allora essere che “il resto del mondo” servirebbe da immondezzaio dove gli Stati potrebbero disfarsi di quelli tra i loro squilibri interni che persino la pianificazione non sarebbe riuscita a superare…
Ecco che il vecchio principio del “lasciar fare” internazionale che tu scacci dalla porta, rientra dalla finestra. Il solo modo di superare questa contraddizione è di cominciare a considerare tutte le proposte, a partire dal quadro europeo in quanto tale e di impegnarti nella battaglia per la creazione di un organismo sovranazionale, democraticamente responsabile. Sul piano europeo, qualsiasi altra soluzione, come per esempio quella di un trattato commerciale internazionale, non potrebbe condurre che a una rete di rapporti economici interstatali di tipo liberale, anche se le economie di tutti gli Stati nazionali sovrani fossero completamente pianificate.
Ancora più in là, tu dici: “Come conciliare le decisioni della pianificazione nazionale e l’appartenenza ad una organizzazione internazionale fondata sulla circolazione sempre più libera di merci, lavoratori e capitali, includendo dei paesi che rimangono fedeli, almeno in linea di principio, al liberalismo con il non intervento dello Stato in campo economico”.
Questa frase, mio caro Pietro, potrebbe averla scritta un economista contemporaneo di Adam Smith, e lascia pensare che tu non desideri una pianificazione europea, perché se il “libero scambio” delle merci appartiene apparentemente al vocabolario liberale (infatti, perché impedire nel tempo che ogni Europeo possa acquistare una qualsiasi merce europea senza pagare i diritti di dogana?) quando si parla di libera circolazione dei fattori di produzione (quali la manodopera ed il capitale) tra Stati (e non soltanto all’interno di uno Stato), si ha a che fare con una politica economica il cui obiettivo sono le strutture.
L’unica osservazione da fare a questo punto, è ancora una volta che le cosiddette autorità europee hanno bisogno di poteri reali per essere in grado di mettere veramente in opera questa circolazione. La realtà economica dà quindi a queste parole, che a mio avviso tu giudichi un po’ alla leggera, una prospettiva che è molto più vicina ad un piano di quanto tu non sembri accorgertene.
Ancora una volta, credi veramente che oggi si possa pensare di migliorare le strutture nazionali di un piano – con tutte le sue estensioni politiche – sulla base di una realtà che gli sfuggirà in ogni modo?
Non credo, mio caro fratello, che ti saranno necessari quaranta giorni di solitudine nel deserto per ammettere che la tua repubblica moderna – oggi – si chiama Federazione Europea. La democrazia ama sempre le roccaforti, ma ha bisogno di un continente per respirare e non morire asfissiata.
Possa la luce della verità illuminare i tuoi passi di fondatore e aiutarti ad applicare scientemente i frutti della tua esperienza. Ti esorto a raccogliere le tue, forze, i tuoi discepoli, i tuoi amici per predicare l’alternativa della democrazia sovranazionale europea.
Tuo fratello PAOLO
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19