Capitolo 3: Battaglia per l’Europa (1962 – 1969)
***Al castello di Duino
L’anziano Signore, gentile e distinto, mi chiede inaspettatamente: “Lei appartiene forse alla famiglia dei conti Tschyariny che hanno un castello non lontano da Praga?”. Non sono in grado di garantire che il nome scritto qui corrisponda a quello citato dal mio interlocutore e neanche che egli abbia menzionato Praga piuttosto che un’altra città della Cecoslovacchia. Ma questo non è di grande importanza. Ahimé, no, non ci sono conti nella mia famiglia. Solo dei contadini sulle rive del Brenta, vicino a Venezia, che avevano preso il nome di Giarini dalle piccole spiagge ciottolose lungo il fiume. Dopo Napoleone e la grande crisi economica dell’antica Repubblica di Venezia, un piccolo nucleo di quei contadini se ne venne a Trieste, città che era allora in pieno sviluppo.
Questa domanda mi venne rivolta durante un ricevimento al castello di Duino, a venti chilometri da Trieste in direzione di Monfalcone, che era ancora a quell’epoca la dimora ben protetta del Principe Raimondo della Torre e Tasso. A picco sul mare Adriatico, con delle terrazze dove poeti ed artisti si erano variamente ispirati. Il fortepiano del salotto era quello sul quale Liszt aveva posato le sue dita e fatto lezione – così come si conviene – alla nonna del Principe Raimondo. Lo stesso castello che ispirò a Reiner-Maria Rilke, il grande poeta tedesco, le “Duiner Elegien” – le Elegie di Duino.
Allora – come ancor oggi – il castello era costruito in parte su fondamenta romane: un giorno, il Principe ci raccontò che, volendo scavare una nicchia in un muro per collocarvi un bar, vi aveva trovato delle monete romane.
Raimondo della Torre e Tasso aveva fatto di tutto per preservare il suo castello ed il simbolo che esso rappresentava di una vecchia Europa. Aveva venduto un po’ alla volta, dopo la guerra, degli appezzamenti di terreno circostanti che comprendevano due o tre villaggi. Durante la guerra, si diceva che quando il comando alleato requisì il castello, si fosse sistemato sotto una tenda nel giardino per far ben capire che era a casa sua.
Con alcuni amici studenti, eravamo entrati in contatto con lui grazie alle nostre attività europee. Già alla fine degli anni cinquanta, cominciammo col chiedergli se potevamo concludere un seminario con una breve visita. Tanto più che, alcuni anni prima, era stato ospite della prima assemblea generale dell’Associazione degli Universitari d’Europa, presieduta da Michel Mouskhely, un’altra delle organizzazioni nate sotto l’impulso dei movimenti federalisti europei.
Al castello c’erano anche alcune stanze destinate ad alloggiare le personalità e questo ci era di grande aiuto. Una volta o due, dormii in una stanza con decori cinesi – sembra che alcune pitture fossero state eseguite dal padre del principe. Più tardi mi dissero che la stanza era frequentata da un fantasma ma, anche se è venuto, io dormivo della grossa. Dalla finestra si vedevano, allora come ora, i resti di un antico castello medievale, quasi interamente distrutto che porta il nome di Dama Bianca. Si racconta che fosse il nome della moglie di un crociato il quale, avendone constato l’infedeltà al suo ritorno, l’aveva murata viva. Si diceva che si sentivano le sua grida quando, nelle notti di tempesta, la bora, soffia a più di cento chilometri l’ora.
Questa lunga collaborazione toccò l’apoteosi nel settembre 1983, quando insieme ad André Reszler, il nuovo direttore del Centro Europeo della Cultura, proponemmo una conferenza per sottolineare l’importanza della cultura della “Mitteleuropa” nel mondo moderno.
Con la promessa di una stanza di fronte alla “Dama Bianca”, mi assicurai la partecipazione di Karl Popper, il grande filosofo della scienza, che ha scritto il libro di riferimento sull’argomento negli anni trenta. Intervenne per mettere in dubbio il valore scientifico della psicanalisi ma quello che mi interessava era che evidenziasse la nozione di incertezza nella scienza contemporanea. Cosa che fece nel grande anfiteatro dell’Istituto di Fisica Teorica di Miramare a Trieste, diretto allora dal premio Nobel pachistano Abdus Salam, anch’egli membro del Club di Roma. La conferenza aveva come titolo “Post scriptum alla logica della scoperta scientifica”.
Ebbi l’occasione di conoscere ancora meglio Karl Popper accompagnandolo all’aeroporto di Venezia. Discutemmo durante tutto il viaggio della logica della malattia mentale, argomento che lo appassionava. Avevo letto un articolo che spiegava come uno scienziato sembri uno psicopatico all’inizio di un lavoro di ricerca: è talmente concentrato da non vedere o sentire ciò che succede intorno a lui. La grande differenza si manifesta alla fine del processo di ricerca: arrivato al punto in cui è dimostrato che un’idea o un’ipotesi è falsa, lo scienziato – soddisfatto di aver capito, malgrado il risultato negativo – mette la documentazione da parte e va a cercare altrove. Il malato mentale continua invece nella stessa direzione, non potendo accettare l’incertezza e la discussione.
“Mi ricordo ancora dei funerali di Francesco Giuseppe nel 1916, lungo il Ring, ai quali mi aveva fatto assistere mio padre”. È così che Victor Weisskopf, ex Direttore Generale del Centro Europeo di Ricerca Nucleare a Ginevra, cominciò la sua relazione a Duino. Ero riuscito a convincerlo a dare il suo contributo dopo un pranzo al CERN al quale mi aveva invitato perché gli fornissi i dettagli sullo scopo dell’incontro. Mentre discutevamo dell’avvenire dell’Europa dell’Est e della “nostra” cultura “mitteleuropea”, mi chiese: “Giarini, non lo si direbbe dal suo cognome ma Lei è forse ebreo?”. Non esitai a rispondergli: “No, ma grazie per il complimento!”.
Ero anche riuscito a far venire a Duino suo fratello Walter Weisskopf, docente di economia all’Università Roosevelt di Chicago e “Visiting Scholar” a Stanford. Organizzai per lui una conferenza speciale, proprio prima di quella di Karl Popper al Centro di Fisica Teorica, su “L’incertezza nel pensiero economico” alla quale ha contribuito anche un vecchio amico della Sorbona, René Passet. Mi trovavo a sostenere in linea diretta ciò che il professor Robert Montgomery mi aveva inculcato in Texas. Ecco le parole introduttive all’argomento di Walter Weisskopf: “L’uomo è un attore che recita in un dramma senza sapere veramente in quale tipo di intrigo si trovi. Il nostro ruolo nell’esistenza si svolge nell’incertezza del suo significato, è un’avventura della decisione entro i limiti della libertà e della necessità”. Proprio nel bel mezzo del mio lavoro per l’Associazione di Ginevra, il cui Presidente Fabio Padoa era anch’egli presente…
André Reszler era riuscito a far venire a Duino Eugène Ionesco, nato in Romania, e molti altri scrittori, storici e poeti originari dell’Europa dell’Est. C’erano Andrzej Kusniewicz, Matei Calinescu, Antonin Liehm, Miklos Molnar, György Ranki. Come organizzatore, mi ero concesso il privilegio di filmare tutta la conferenza. Non mancavano neppure numerosi autori triestini per nascita o per scelta come Claudio Magris o Enzo Bettiza che mantengono ancor oggi l’altissimo livello della cultura letteraria locale inaugurato da Italo Svevo e Umberto Saba.
Il Principe Raimondo aveva personalmente invitato Otto d’Asburgo, figlio dell’ultimo imperatore Carlo d’Austria e Ungheria, succeduto nel 1916 a Francesco Giuseppe e costretto ad abdicare nel 1918. Deputato tedesco per il partito democristiano, egli ha mantenuto alta con grande dignità nel contesto attuale una vecchia tradizione nella sua parte migliore – la capacità di far convivere dei popoli molto differenti.
Oggi, a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, l’Europa ritrova ad Est una parte essenziale di se stessa. I disastri del XX secolo devono servire da spauracchio contro quello che non deve più succedere. In ogni caso, ecco un nuovo progetto dinamico per l’Europa e forse anche per Trieste, l’unica città in cui convergono le tre grandi matrici del continente: i latini, i germanici e gli slavi. È una grande sfida, alla portata di quello che sapranno fare di meglio le generazioni future.
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