QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Capitolo 3: Battaglia per l’Europa (1962 – 1969)

“Ah, la pasionaria!” esclamò ridendo Henri Frenay. Era un giorno d’estate 1962, ero seduto sul divano in pelle stile inglese nel salotto un po’ scuro del suo appartamento situato al centro di Parigi. Ero venuto a confermargli che mi ero sposato qualche mese prima, con la segretaria del Movimento Federalista Europeo di Ginevra. Cosa c’era di meglio che condividere un ideale, fare delle attività insieme, avere gli stessi progetti nella vita, oltre che avere una famiglia e dei figli?…
Come coppia, non eravamo all’altezza né di Monsieur e Madame Curie né delle coppie di rivoluzionari citati nei libri di storia ma avevamo un certo stile. Per quanto mi riguardava, pur riconoscendo di avere delle ambizioni, mi ritenevo piuttosto moderato e poco incline alla demagogia. Per convincere gli altri, devo credere innanzi tutto in me stesso, dopo aver effettuato molte verifiche.
Mia moglie era un tipo piuttosto radicale. Speravo che mi avrebbe aiutato non soltanto come collaboratrice ma anche come pungolo. Esercitava la libera professione di interprete di conferenze: aveva la possibilità di viaggiare molto e di scegliere fra molte proposte, visto che allora il mercato era molto meno affollato di oggi.
Henri Frenay, il capo del Movimento “Combat”, uno dei grandi della resistenza francese interna durante la seconda guerra mondiale, aveva contribuito allo sviluppo dell’Unione Europea dei Federalisti. La loro prima riunione aveva avuto luogo nel 1946 a Hertenstein, nel cuore della Svizzera di Guglielmo Tell, ed era stata seguita da un’assemblea costitutiva del movimento a Parigi, in dicembre 1946. In quell’occasione, Alexander Marc divenne il primo Segretario Generale e Henri Brugmans il primo Presidente. Al secondo Congresso dell’UEF a Roma nel 1948, Henri Frenay gli succedette in questo incarico.
Il primo Congresso dell’Unione Europea dei Federalisti fu organizzato a Montreux e preparò il terreno per il grande Congresso del 1948 all’Aja che lanciò il Movimento Europeo. È importante ricordare che a Montreux furono invitati dei tedeschi, per la prima volta dopo il conflitto, grazie agli sforzi di uno Svizzero, Ernst von Schenk, al fine di sottolineare che non si trattava soltanto di ricostruire ma anche, e soprattutto, di costruire l’Europa su nuove basi. D’altronde, persino nella Germania nazista era comparsa una luce democratica e federalista, come il gruppo della Rosa Bianca e il sindaco di Colonia, ben presto eliminati dal potere in carica, ovviamente.
In quel giorno del 1962, Henri Frenay, anziano fondatore dell’Unione Europea dei Federalisti e a lungo membro del Comitato esecutivo, mi stava esaminando sotto tutti gli aspetti, mentre la situazione era un po’ delicata. Il Movimento federalista era in crisi e aveva perso una parte della sua influenza. Negli anni cinquanta era partito alla grande, con svariate decine di migliaia di membri e militanti in tutta Europa ma, dopo il fiasco della Comunità Europea di Difesa, si era spaccato in due “internazionali”.
Un gruppo era più moderato e mirava a continuare nell’opera di convincimento presso i partiti politici tradizionali in ogni paese. Comprendeva la maggioranza dei federalisti o “europeisti” dei paesi nordici e germanici sotto la sigla AEF (Azione Europea Federalista). Davanti all’insuccesso della CED, l’altro gruppo sosteneva una critica di fondo ai poteri esclusivi degli Stati-Nazione. Era il MFE (Movimento Federalista Europeo) e per ben sottolineare la sua vocazione e il suo modo di agire, aveva abolito dalla sua struttura la gerarchia nazionale, conservando semplicemente alcuni organi di coordinamento. La segreteria di Parigi era direttamente in contatto con tutte le regioni in cui si trovavano degli associati.
Nel 1962, il MFE contava ancora diecimila soci all’incirca; la sede si trovava a rue de l’Arcade, poi trasferita a rue de Trévise, ma essenzialmente non poteva più contare su denaro o finanziamenti di nessun genere tranne che sulle quote associative, piuttosto modeste.
L’ultimo Segretario generale, André Delmas, un grande Europeista proveniente dai sindacati della Pubblica Istruzione, succeduto a un’altra grande figura della Resistenza italiana, Umberto Usellini, non era più in grado di assicurare quel compito ed era deciso a passare la mano.
Il riferimento di Henri Frenay a mia moglie non era un caso: era a lei che dovevo indirettamente la mia candidatura a quell’incarico, per il quale non c’era alcuna possibilità di ricevere uno stipendio, in un momento di crisi dei movimenti federalisti. Era previsto che lasciassi il mio lavoro nell’industria chimica e che andassi a Parigi ad esercitare le mie funzioni, sperando di trovare un modo per finanziare tutta l’attività. La mia sopravvivenza personale era infatti garantita dalle possibilità di lavoro di mia moglie.
Ho accettato il posto ma ho mantenuto il mio impiego a Zurigo. Ho spiegato chiaramente le mie intenzioni: se mi fossi subito trasferito a Parigi, avrei passato tutto il mio tempo a cercare denaro. Mi sembrava invece più utile dedicarmi alle attività del Movimento nelle ore serali, durante i week-end e nei giorni liberi per la mia azione federalista.
Fui guardato con scetticismo ma non c’era altra scelta, e fu così che questo impegno temporaneo di prova durò sette anni. Con un’ulteriore complicazione: mia moglie mi trovava troppo moderato. Viste le conseguenze del mio impegno, scelse, un anno dopo, di avere dei figli. Si poteva capirla. Infatti, nel solo 1963, ho viaggiato durante cinquantadue fine settimana su cinquantadue, in tutta l’Europa. Partivo direttamente dall’ufficio il venerdì sera, dalla stazione di Zurigo, in treno di seconda classe, qualche volta in cuccetta, se ce n’erano, e spesso ritornavo direttamente in ufficio il lunedì, dopo esser stato a Graz in Austria, o a Rennes in Bretagna o a Lubecca in Germania. Andavo a Parigi di media due volte al mese. A rue de Trévise, c’era una giovane e gentile segretaria, poco pagata, Yvonne, che faceva del suo meglio. A Zurigo, due o tre volte alla settimana, andavo a mangiare il piatto del giorno in un ristorante tra la Bahnhofstrasse e il Niederdorf, con una segretaria pagata ad ora, prima una ticinese e poi una svizzera tedesca, alle quali dettavo lettere o altri testi che mi venivano restituiti il giorno dopo.
Negli anni, ho iniziato a ridurre gradatamente questi ritmi, aspettando invano che si presentasse l’occasione di “professionalizzare” il mio lavoro. Ma, viste le circostanze, lo scetticismo iniziale era stato sostituito dal seguente commento: “Perché cambiare, se va bene così?”. Anche per il fatto che, con tutte le spese, costavo meno di 1.000 franchi svizzeri al mese (un po’ più di 1.000 euro attuali).
A conti fatti, è ben valsa la pena di fare questa esperienza. Ma, a parte le considerazioni sulle capacità lavorative di mia moglie, com’è che ero arrivato a far visita a Henri Frenay? Quell’incontro mi ha molto colpito, per la nobiltà di pensiero, la gentilezza, l’evidente dirittura e la determinazione del personaggio che, al momento del commiato, mi salutò con il classico “Buona fortuna e dritto alla meta!”.


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