QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Strategie possibili d’attivazione per lavoratori maturi precocemente espulsi dall’occupazione dipendente

7. Considerazione di sintesi

Come evidenziato nella prima parte del saggio, il modello italiano di regolazione della transizione dall’occupazione al pensionamento sta subendo un progressivo slittamento verso una situazione in cui alla drastica delle protezioni passive rispetto al rischio di disoccupazione dei lavoratori anziani, non si accompagna lo sviluppo della politica di attivazione nel mercato del lavoro. La conseguenza di questo processo è un tasso di occupazione oltre i 55 anni tra i più bassi d’Europa e l’esposizione al rischio di esclusione sociale di quote crescenti di persone mature che perdono l’occupazione e arrivano al pensionamento attraverso percorsi sempre meno lineari. Dall’analisi condotta nella seconda parte del saggio, riferita prevalentemente ai lavorati precocemente espulsi dal settore manifatturiero, sono emerse le possibili linee di definizione di una strategia complessa di invecchiamento attivo con l’obiettivo prioritario di allungare la permanenza nel mercato del lavoro. Si evidenzia la necessità di una differenziazione degli strumenti di policy in relazione alle diverse caratteristiche professionali e personali dei lavoratori maturi che non possono essere ricondotte alla sola età anagraficao.

In sintesi, l’analisi suggerisce di articolare la strategia dell’invecchiamento attivo su tre assi che, riprendendo concettualmente il modello esplicativo di Jensen (2007) basato sui modelli “Push, Pull e Jump”, potrebbero rispondere alle tre diverse facce dell’uscita anticipata dal mercato del lavoro: il primo, di tipo difensivo rispetto ai processi Push, diretto ai lavoratori più anziani che hanno subito la perdita dell’occupazione e non sono in possesso di requisiti di professionalità richiesti dal mercato; il secondo, di tipo promozionale a contrastare gli effetti Pull, indirizzato ai lavoratori più anziani con professionalità spendibili sul mercato, sia che essi siano stati espulsi dall’occupazione, sia che essi siano usciti volontariamente dal mercato del lavoro; il terzo, di accompagnamento ai processi Jump, adotta una prospettiva comprehensive d’invecchiamento attivo, è si indirizza verso persone in età avanzata con orientamenti alternativi a quelli strumentali dell’occupazione di mercato. Nelle tre strategie indicate è cruciale il buon funzionamento dei centri per l’impiego, sia nel fornire servizi per l’occupazione, sia nel costruire un sistema di governance del mercato locale del lavoro con la partnership delle istituzioni che governano il territorio, le parti sociali e le imprese.

L’analisi compiuta evidenzia, inoltre, che le attuali politiche di invecchiamento attivo si muovono con una logica “adattiva”, poiché operano su una generazione di lavoratori con tipi di carriere e aspettative personali conformati in un sistema economico e di protezione sociale oggi ampiamente destrutturato. Già per le attuali coorti di adulti e, soprattutto, la prossima generazione di giovani maggiormente esposta alla flessibilità occupazione nel corso dell’intero ciclo di vita, l’invecchiamento attivo dovrà necessariamente assumere tra i suoi principali obiettivi l’innovazione sociale di gestione dell’invecchiamento in tutte le fasi del percorso biografico e professionale, con un ripensamento dell’organizzazione dei tempi di lavoro e di non-lavoro sull’interno corso di vita, in relaziona anche all’allungamento della speranza di vita media. Il mondo della produzione dovrà necessariamente elaborare una nuova cultura delle età coerente con le dinamiche demografiche, per riequilibrare le esigenze di efficienza del sistema economico e le protezioni sociali, garantendo il più possibile margini di libertà e di autonomia personali all’avanzare delle età (Paci, 2005).

Il caso italiano resta particolarmente problematico per l’inerzia del sistema d’imprese nell’adottare sistemi di Age Management (Ilmarinen, 2007) coerenti con gli obiettivi collettivi di allungamento della vita media attiva: sono, per esempio, poche sviluppate pratiche di pianificazione delle carriere, di tutela della salute e di aggiornamento professionale. Le politiche attive del lavoro, nonostante interessanti sperimentazioni a livello locale, sono ancora lontane dall’incorporazione dei principi dell’invecchiamento attivo come linee guida per supportare lo sviluppo dei percorsi lavorativi sull’intero arco del corso di vita.

La debolezza, in particolare, della formazione continua (Isfol, 2008) rappresenta un freno alla sviluppo di un approccio innovativo all’invecchiamento attivo, se si considera, come scrive Orio Giarini, che “la formazione, anche quella continua, non deve limitarsi solo all’aggiornamento della specializzazione di ciascuno (anche se è bene che ce ne sia una, ben approfondita), ma deve permettere e facilitare il cambiamento di direzione, nel corso della vita, con attività consone ad ogni gruppo di età” (2005). Quest’ultimo aspetto sembra rappresentare la sfida più complessa, ma anche più coerente con le trasformazioni del sistema socio-economico contemporaneo, che amplia il dibattito sull’invecchiamento attivo verso tematiche d’innovazione sociale più generali, quali ad esempio il riconoscimento sociale del lavoro fuori mercato, in cui si conciliano in maniera individualizzata – come evidenziano le esperienze di seconda carriera – esigenze personali di autorealizzazione, con esigenze collettive di produzione e riproduzione sociale.


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