L’apprendimento contro l’invecchiamento. Le opportunità di formazione per gli anziani all’uso delle nuove tecnologie
L’introduzione e il miglioramento di sistemi di istruzione e dei processi di lifelong learning, attuate con l’obiettivo dell’aggiustamento progressivo delle abilità e delle competenze, possono permettere l’incontro tra i bisogni e le esigenze di una popolazione che invecchia con quelli di un mercato e di un’economia mondiale in continuo divenire. Ciò può altresì favorire la creazione e il mantenimento di una forza lavoro che comprenda tutte le età, cioè un mercato del lavoro in cui le competenze e le capacità contino più dell’età cronologica. Le iniziative legate ai processi di formazioni continua, vanno considerati con un approccio basato sulla cosiddetta “doppia elica” (Malitza & Gheorghiu, 2006), che considera il sistema dell’apprendimento e quello del lavoro come correlati e inscindibili.
Il dibattito europeo sull’apprendimento permanente2 diviene molto attuale in quella che oggi viene definita la “società della conoscenza” nella quale la capacità di produrre e scambiare conoscenze attraverso artefatti tecnologici viene considerata uno dei fattori determinanti dell’inclusione sociale. Lo stesso immaginario connesso a “qualcuno che impara” non evoca più solamente un bambino che usa carta e penna seduto in un’aula scolastica, ma anche una persona, di qualunque età, seduta di fronte allo schermo di un computer. Secondo l’art. 150 del Trattato della Comunità europea3 uno dei compiti fondamentali della Comunità è quello di contribuire allo sviluppo di una formazione professionale, permanente e di qualità. Negli ultimi anni un ulteriore impulso al tema dell’educazione degli adulti è stato dato dalla comunicazione della Commissione Europea (ottobre 2006) con una comunicazione dal titolo “Adult learning: it is never too late to learn” e dall’istituzione di un Programma d’azione comunitaria nel campo dell’apprendimento permanente (Lifelong Learning Programme)4.
L’apprendimento permanente sta diventando quindi un processo cruciale della configurazione sociale contemporanea. Nell’esame del panorama italiano il riferimento si innesta non solo sulle politiche per l’educazione degli anziani quanto più in generale sull’educazione degli adulti. I recenti orientamenti legislativi nazionali sembrano accogliere le esigenze della formazione lungo il corso della vita5 e delineano una prospettiva orientata alla costituzione di un sistema integrato di educazione degli adulti attraverso: centri di formazione permanente (CTP) o istituti d’istruzione che rilasciano o meno diplomi o attestati (apprendimento formale e non formale); luoghi di lavoro oppure organizzazioni del privato sociale (apprendimento informale). La legge di riforma del sistema integrato di interventi e servizi sociali (L:328/00) esprime la necessità che gli interventi ed i servizi sociali siano strettamente integrati con altre politiche tra cui quelle educative e della formazione permanente, senza tuttavia regolare direttamente le attività in questo ambito. E’ stato recepito un concetto di sistema integrato di formazione degli adulti che ha mosso i primi passi dalla Conferenza unificata Stato, Regioni e Autonomie locali, con l’approvazione di un documento6 volto a facilitare la riorganizzazione ed il potenziamento dell’educazione permanente degli adulti, definendo le materie che lo Stato mantiene a sé e quelle attribuite alle Regioni ed agli Enti locali.
A livello istituzionale lo Stato definisce le priorità strategiche, gli indirizzi generali e le risorse attivabili; alle Regioni compete la pianificazione e la programmazione dell’offerta formativa. Province e comuni oltre a concorrere nella programmazione regionale, sono responsabili della progettazione e dalla realizzazione nel loro territorio delle politiche di educazione degli adulti, rilevando ed esaminando le domande ed i bisogni formativi, nonché avviando iniziative specifiche. Il sistema si regge sotto il profilo economico su un finanziamento plurimo dei diversi soggetti pubblici, oltre che dell’Unione Europea. Se focalizziamo la nostra attenzione nello specifico delle attività di formazione degli anziani, è opportuno constatare che lo scenario attuale dell’apprendimento degli anziani si declina secondo gli studiosi (cfr. Ripamonti, 2005) in tre direzioni diverse: l’educazione come socializzazione, l’educazione come cittadinanza attiva e l’educazione come aggiornamento culturale.
Nell’educazione come socializzazione si possono far rientrare occasioni di apprendimento volte ad incrementare la quantità e la qualità delle relazioni sociali dei soggetti anziani per contrastare i rischi di isolamento ed emarginazione promuovendo le capacità delle persone di costruire e mantenere reti di comunicazione e di scambio. Gli ambiti di maggiore applicazione di questa prospettiva posso essere considerati i Centri anziani e le strutture residenziali. Tralasciando le strutture residenziali, il cui approfondimento esula dal presente contributo, è invece opportuno approfondire il ruolo dei Centri di aggregazione per anziani. La natura di questi centri è differente da quella legata alla formazione esclusivamente attraverso i “corsi”.
Il Centro anziani è un luogo in cui trovano connubio le risposte a diversi bisogni dell’anziano: quelli di relazione, di divertimento, di apprendimento di abilità e conoscenze (nel caso in cui si ospitano conferenze, corsi e laboratori) e di partecipazione all’organizzazione del Centro stesso. Da qui l’accezione di un servizio polivalente (Tramma, in Facchini a cura di, 2003). Si distinguono due tipologie di Centro che presentano tratti profondamente diversi nella situazione odierna: il Centro diurno integrato per anziani, quale struttura di sostegno e socializzazione, caratteristiche socio-sanitarie, rivolta in particolare a soggetti con forme di disagio bisognosi di interventi assistenziali; ed il Centro di aggregazione che può esso stesso assumere diverse forme di configurazioni7. Questi ultimi sono presenti in molti Comuni come punto di incontro in cui sono organizzate attività di vario tipo, anche di impegno sociale, culturale e di divertimento (e ciò li colloca a metà tra quella che è stata definita educazione alla socializzazione e l’educazione alla cittadinanza attiva). Le strutture e i locali sono spesso messe a disposizione dai Comuni, nell’ambito di interventi a sostegno delle attività di inclusione sociale e di promozione della socialità, ma l’attività della maggior parte dei centri è in autogestione degli stessi anziani. Riguardo all’educazione come formazione alla cittadinanza attiva, il riferimento è ai quei percorsi formativi che sviluppano competenze nella realizzazione di servizi di utilità sociale, questioni di carattere ambientale, assistenziale e culturale. I contesti dove vengono sperimentati questi percorsi sono progetti di sviluppo locale partecipato il più delle volte promosse dai Comuni o dai Centri per anziani e iniziative di utilità sociale e volontariato che fanno riferimento a diverse organizzazioni del terzo settore.
Il concetto di educazione come aggiornamento culturale si riferisce infine all’apprendimento legato al desiderio di arricchire le proprie conoscenze e le proprie competenze, ad esempio avvicinandosi a temi e discipline che nel periodo lavorativo o di maggiore impegno di gestione della famiglia non si ha avuto modo di coltivare. Tra queste rientra l’acquisizione delle abilità operative connesse all’innovazione tecnologica, come l’utilizzo di un personal computer o la navigazione in Internet. Le maggiori esperienze in questo senso sono rappresentate (oltre dai CTP) dai Centri anziani e dalle Università della terza età. L’aumento esponenziale del numero di Università della Terza Età (e della Libera Età) – più di 600 in Italia – rappresenta una delle conseguenze del processo di svecchiamento, e sembra rispondere al bisogno (manifesto o latente) di attività di apprendimento formale, informale e non formale dedicate agli anziani.
Alcune di queste realtà rappresentano la continuazione e lo sviluppo dell’esperienza delle Università popolari, nate nell’Italia degli inizi del Novecento su iniziativa del movimento sindacale e caratterizzate per il loro impegno nella promozione del sapere come strumento d’emancipazione delle classi meno abbienti. Oggi lo scenario è considerevolmente cambiato, ma è interessante notare come l’attività che viene svolta considera forse la stessa condizione anziana contemporanea come un settore a rischio di nuova marginalità sociale e la formazione come un decisivo strumento di sviluppo individuale e collettivo. Nel nostro studio ci si è concentrati sulle Università della terza età che fanno capo alle maggiori associazioni nazionali: Federuni, Unitre e Auser (di cui brevemente accenniamo le peculiarità).
Federuni viene costituita a Vicenza ed attualmente raccoglie circa 250 Università in Italia, con oltre 60 mila corsisti. Le sedi federate sono presenti in ogni regione italiana. Unitre nasce nel 1975 a Torino con una sigla rappresentativa dell’apertura di queste Università ai tre stadi di età. Associa oggi 268 sedi operanti su tutto il territorio nazionale e si propone di contribuire alla promozione culturale dei soci con l’attivazione di Corsi e Laboratori su argomenti specifici, favorendo anche la partecipazione degli iscritti attraverso la predisposizione ed attuazione di iniziative concrete. Ad Auser invece afferiscono Università della Terza età sparse su tutto il territorio italiano, circa 140 istituti, con circa 25mila iscritti. La sfida proclamata da Auser è quella di raggiungere anche quella che è definita la “domanda debole”, di coinvolgere cioè gli adulti e gli anziani più a rischio di emarginazione, che magari non conoscono le attività organizzate o che non riescono a esprimere e concretizzare i propri interessi.
4. Gli anziani e l’accesso ai nuovi media
Nell’attuale welfare state sta crescendo una domanda di comunicazione che stimola ognuno a ripensare le forme del rapporto con gli altri e che sembra portare verso reti tecnologiche che veicoleranno i servizi ai soggetti direttamente nelle proprie case (domotica, telemedicina, teleassistenza, etc.) (Moruzzi, 2005). Tuttavia, ciascuno di noi esperisce come, a fronte dei cambiamenti che investono il proprio contesto spazio-temporale, si possa reagire in diversi modi: ci sono coloro che si entusiasmano di fronte alle novità, ne colgono a pieno tutte le opportunità e cercano di adeguarsi il più in fretta possibile; ci sono invece altri che per molto tempo ignorano o fingono di non vedere che qualcosa nel modus vivendi della società sta cambiando.
La constatazione che molti degli anziani nella nostra società facciano infatti fatica ad accettare lo sviluppo tecnologico e le nuove pratiche di comunicazione, costituisce la base per alcuni interrogativi di ricerca, che comprendono discipline e studi afferenti al cosiddetto divario digitale. A causa della centralità attuale dei media digitali, coloro che non vi hanno accesso, lo hanno in maniera limitata oppure non sono in grado di usarli efficacemente, rischiano di trovarsi in posizioni marginali. Nei paesi membri dell’OECD il gruppo dei più alti utilizzatori risulta dai 35 ai 45 anni, mentre c’è un calo consistente con l’aumentare dell’età. Analizzando i rapporti dei Paesi dell’area OECD, si nota che oltre i 65 anni di età gli individui che hanno accesso a Internet sono percentualmente in misura minore rispetto agli altri gruppi della popolazione (sebbene l’influenza della variabile geografica di rilevazione sia rilevante e presenti forti differenze tra un Paese e l’altro).
Livraghi (2006) analizza le statistiche pubblicate dall’Unione Europea dalle quale si evince che nella media dell’Unione Europea, le persone che non hanno alcuna esperienza nell’uso dell’internet sono il 43% della popolazione. Nei paesi del Nord Europa (Svezia, Norvegia, Islanda, Netherland), in Germania e Regno Unito, nonostante la relazione inversa tra accesso ad Internet ed età, la popolazione con più di 55 anni che ha accesso ad Internet è superiore alla media europea (media stimata del 28% per gli uomini e 17% per le donne). Negli altri paesi, tra cui l’Italia, la situazione risulta particolarmente debole e squilibrata, specialmente per la popolazione anziana. La questione del rapporto dei soggetti anziani con le tecnologie è stata particolarmente considerata a livello europeo, al fine di attuare una politica integrata e comune per lo sviluppo della cosiddetta società dell’informazione.
La Commissione Europea si è impegnata ad approvare recentemente un nuovo piano di azione: eEurope 2005. In esso si evidenzia una sostanziale differenza: si passa dall’obiettivo generale dell’accesso fisico alle tecnologie all’obiettivo di inclusione sociale dei gruppi più svantaggiati, come requisito per l’accesso alla società dell’informazione: la “partecipazione digitale” è una delle problematiche orizzontali comuni a tutte le aree tematiche del piano di azione eEurope 20058. Le ricerche hanno demistificato l’idea che l’anziano, che ne abbia il desiderio, non abbia le capacità di apprendere per fattori connessi all’età. Anche se tendenzialmente gli anziani rilevano una diminuzione di alcune abilità connesse all’invecchiamento psico-fisico (velocità di percezione, intelligenza flessibile, memoria di lavoro, abilità spaziali) essi sono comunque in grado di apprenderne di nuove (White et al., 1999), preferendo tuttavia che qualcuno li assista nell’apprendimento (Fisk et al., 2004). Sono quindi degne di nota le iniziative che fanno perno sulla creazione di relazioni intergenerazionali per creare occasioni di supporto nell’apprendimento per gli anziani (tipicamente organizzando progetti in cui giovani studenti si adoperano al tutoraggio nell’accesso di soggetti anziani ai media digitali).
Lo scetticismo in merito all’evoluzione del rapporto tra gli anziani e i nuovi media, ha rafforzato fino ad oggi il seguente paradosso: una diversa gamma di servizi offerti delle tecnologie digitali avrebbe alte potenzialità di offrire supporto e migliorare la qualità della vita di questi soggetti, tuttavia rimangono ancora poche le applicazioni studiate e sviluppate apposta per loro. Con la conseguenza che tali tecnologie finirebbero per non risultare importanti al punto di essere inseriti nelle pratiche quotidiane di queste persone (Lenhart e Horrigan, 2003).
Come si è in precedenza affermato, il numero di quei soggetti che si allontanano dallo stereotipo dell’anziano sta lentamente aumentando e si ipotizza che essi siano meno coinvolti da tecnofobia o ansietà connessa all’uso delle tecnologie, ma sia invece interessati a cogliere i benefici e le opportunità offerte dai nuovi media. Questi anziani potrebbero dare impulso non solo al superamento degli stereotipi legati all’anzianità, ma anche ai timori dei coetanei di non essere in grado di usufruire delle tecnologie (Fox, 2004). Gli anziani lasciano tendenzialmente che siano i giovani (figli o nipoti in particolare) ad acquisire le abilità per accedere alle tecnologie digitali; molti di essi beneficiano comunque dell’uso delle informazioni reperite attraverso i nuovi media (anche senza utilizzarli) tipicamente tramite famigliari ed amici.
Consapevoli delle informazioni e servizi che nell’immaginario collettivo la navigazione in Rete permette di reperire, possono chiedere ad altri di farlo per conto loro (Van Dijk, 2005).
Coloro che sono inseriti in dense relazioni sociali e in gruppi basati sul contatto faccia a faccia, tendono inoltre, in generale, a navigare in Rete meno favorevolmente (Lenhart e Horrigan, 2003). La prossimità fisica dei soggetti soddisfa un bisogno di comunicazione che non necessita di essere mediato da altri strumenti. Sembra invece divenire importante per quelle persone anziane che sebbene abbiano un network sociale di riferimento, presentino sia reti di relazione non solo con contatti prossimi, ma anche con soggetti geograficamente distanti.
Diverse ricerche empiriche si sono concentrate su come l’uso dei nuovi media possa portare un miglioramento della qualità della vita dell’anziano, ad esempio con una diminuzione del grado di solitudine, con un più basso livello di stress percepito o un miglioramento del benessere psico-sociale (White et al., 1999; Cody et al., 1999; Porcu, 2006). E’ possibile ricondurre quelli che in precedenti contributi abbiamo chiamato “benefit relazionali” (Risi & Olivero, 2007), legati all’inserimento in un insieme di legami che si possono stabilire attraverso il Web, ai benefici che Maguire (1989) individua per le reti sociali: il sostegno all’identità sociale, che negli anziani diviene importante per incentivare la costruzione e ricostruzione di identità sociali meno rigide e stereotipate; una fonte di feed-back, che nella comunicazione mediata dal computer gli altri partecipanti danno basandosi sulle conversazioni che intercorrono, indipendentemente da una conoscenza “fisica” del soggetto; un flusso di informazioni e conoscenze informali, il consiglio ed il passaparola tra le persone connesse; ed infine il sostegno emotivo. Tra i benefici che gli anziani dichiarano di percepire dall’utilizzo (non sporadico) di Internet ci sono quelli legati ad un migliore accesso alle informazioni e servizi, in particolare quelli collegati alla salute, la creazione di nuove opportunità di intrattenimento e di svago, nonché la possibilità di nuove amicizie ed il collegamento con amici e parenti non raggiungibili personalmente (Adler, 2002).
Si è visto inoltre, come in tema di apprendimento permanente, si dia rilievo alla promozione della formazione sul luogo di lavoro quale strategia per incrementare la partecipazione di gruppi esclusi dalla società della conoscenza a causa dei loro scarsi livelli di competenze di base. L’apprendimento e l’uso delle nuove tecnologie divengono infatti rilevanti per svolgere un lavoro o un’attività remunerata e non. La progettazione delle attività di formazione dovrebbe altresì offrire ai soggetti più anziani, ma anche a coloro che si trovano in fase di pre-pensionamento, la possibilità di un apprendimento specifico che (seguendo l’ottica del quarto pilastro) permetta loro di proseguire un impegno lavorativo o di coniugare lavoro e pensione.
E’ interessante notare che gli anziani, soprattutto i cosiddetti “giovani anziani” abbiano indicato tra i metodi migliori per ottenere le competenze ed abilità connesse all’uso dei nuovi media quello della frequenza di un corso di apprendimento (Risi & Olivero, 2007). Questo dato è significativo nell’ottica di progettazione e promozione di corsi ad hoc per l’alfabetizzazione digitale degli anziani.
2 Cfr. Comunicazione della Commissione della Comunità Europea (2001). Al fine di facilitare la transizione verso una società fondata sulla conoscenza, la Commissione sostiene l’attuazione delle strategie d’istruzione e di formazione durante l’intero arco della vita, nonché azioni concrete, allo scopo di realizzare uno spazio europeo dell’istruzione e della formazione durante l’intero arco della vita. Tale obiettivo è stato al centro della strategia di Lisbona e in particolare del programma di lavoro “Istruzione e formazione 2010″. Gli Stati membri si sono impegnati a realizzare tali strategie entro il 2006.
3 Unione Europea, Versioni consolidate del Trattato sull’Unione europea e del Trattato che istituisce la Comunità europea, G.U.C.E. n.325 del 2002.
4 www.indire.it/socrates/content/index.php?action=read_rivista&id=6390
5 cfr. “Accordo tra Governo, Regioni, Province, Comuni e Comunità Montane per riorganizzare e potenziare l’educazione permanente degli adulti” e “Dispositivo di certificazione e documentazione dei percorsi di educazione permanente degli adulti: www.formazione80.it/contenuti/normative.html
6 Accordo (EDA) tra Governo, regioni, province, comuni e comunità montane per riorganizzare e potenziare l’educazione permanente degli adulti, Conferenza Unificata, seduta 2 marzo 2000.
7 Secondo Tramma (2003, in Facchini, a cura di) questi Centri che si rivolgono in particolare alla “terza età”, intesa come quella popolazione anziana senza particolari disagi psico-fisici sono diventati una priorità secondaria dal punto di vista amministrativo, con tutte quello che ne consegue in termini di risorse umane, ma anche di attenzioni e riflessioni rispetto alle caratteristiche e compiti di un servizio di questo tipo. Egli distingue tre tipologie di Centri di aggregazione per anziani: i Centri “servizio”, con finalità concordata con l’Ente locale, gestione complessa e risorse umane professionali; Centri “circolo” con finalità private, gestione complessa ma risorse umane prevalentemente volontarie; Centri “compagnia” con finalità private e poco esplicitate, gestione semplice e risorse umane informali.
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