QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Gli anziani tra bisogni di cura e invecchiamento attivo

5. L’invecchiamento attivo delle donne anziane a Vallo della Lucania

In una ricerca di campo, maturata nell’ambito di un progetto IRPPS-CNR e condotta con un gruppo di colleghi in una cittadina del Sud Italia, Vallo della Lucania (cfr. Milione, Nicolaus 2008) abbiamo indagato il vissuto di donne e uomini anziani, tutti nati a cavallo degli anni venti e trenta, nell’intento di capire come questi ultimi vivessero l’invecchiamento attivo, una volta usciti dal mercato del lavoro. È emerso il ruolo centrale che le anziane vallesi hanno, anche in età avanzata, nelle reti familiari. Vivono, complice la buona salute, la vecchiaia in autonomia e grande operosità. Dalle numerose testimonianze raccolte, risulta che queste donne finché sono autosufficienti, anche dopo la morte del coniuge preferiscono, in linea di massima, continuare a vivere in casa propria. Una donna di sessantasette anni ci ha detto: «Non voglio andare a vivere con mia figlia, preferisco rimanere nella mia casa». Un’altra: «Vivo [solo in inverno] con mia figlia perché ha bisogno di aiuto, è ginecologa, ed è sempre molto impegnata. In estate torno a casa mia, vicino a mia sorella […] e, per la verità, preferisco quando sono sola, posso uscire con lei, andare a prendere il caffè dalle mie cugine, frequentare il gruppo. Quando vivo sola mi sento più libera […] posso cucinare fare quello che voglio, uscire e tornare quando voglio, senza dare conto a nessuno». E un’altra, prossima ai novanta anni, racconta: «Io sto sola, mio figlio vive a fianco, ma io sto sola e faccio tutto da sola. Non ho bisogno di nulla, che mi serve poi? Un po’ di pulizia […] ma la pulizia mica la fai tutti i giorni?». Emerge dalle loro parole una tenace difesa della propria autonomia, nonostante l’età: scelgono di vivere da sole, infatti, nell’intento di continuare a decidere e agire in autonomia.

E finché le forze lo consentono sono loro che offrono aiuto e sostegno ai figli, come risulta da un’altra testimonianza «Mi alzo alle sette perché guardo i bambini di mia figlia: uno ha sette anni e uno quattordici. Mi devo trovare là presto. Devo preparare per la scuola e cucinare, mi occupo di tutto. Poi torno a casa mia, vivo sola da quando mio marito è morto». Ormai nonne, queste anziane assumono spesso il ruolo di mamme part-time. La doppia presenza nel lavoro extra-domestico e nel lavoro domestico non è facile per le donne, e in particolare per quelle che vivono nel sud e nei piccoli comuni. In questi contesti territoriali si registra, infatti, una mancanza cronica di servizi in grado di alleviare il doppio lavoro. Di conseguenza alle nonne spetta sostituirsi agli enti.

L’impegno e la disponibilità delle nonne sono necessari alle figlie e perciò, come risulta dalle testimonianze da noi raccolte, le nonne occupano una posizione tutt’altro che marginale nella rete familiare. Non è un caso che il loro ruolo sia incentrato essenzialmente su compiti di cura. Nell’età anziana esistono infatti delle forti continuità con il lungo tratto di vita percorso1: nel tempo si sono consolidate abitudini e routine di vita quotidiana che, spesso, appare ovvio riprodurre in età anziana. Per le donne che hanno quindi trascorso gran parte della loro vita a prendersi cura della famiglia e della casa è “scontato” continuare a svolgere lavori domestici e ad assolvere compiti di cura, supportando le figlie che spesso lavorano e necessitano quindi di aiuto. Proprio svolgendo compiti di cura, di fatto, restano attive a lungo. Dalla nostra ricerca emerge infatti che il ruolo attivo, svolto nelle reti familiari, rafforza ulteriormente l’autonomia di queste donne anziane che, efficienti dal punto di vista fisico e attive nella famiglia, riescono poi a mantenere una rete ampia di relazioni familiari e extrafamiliari. L’impegno nella rete familiare non assorbe tuttavia tutto il tempo e le loro energie. Il tempo “liberato” dalle esigenze dei figli e dei nipoti diventa un tempo tutto loro da investire in altre relazioni. Si ritrovano tra loro, ballano, escono, recitano, in altri termini dedicano un tempo a loro stesse. Vivere da anziane attive per queste donne significa anche questo: esplorare percorsi di autonomia in contesti extra-familiari.

Sono tutte donne che appaiono attente alla cura di sé, lucide e capaci di raccontarsi. Hanno per dirla con Micheli (2002) la capacità di ridisegnare la propria autonomia al succedersi degli eventi della vita dentro le reti familiari e fuori in contesti più ampi. Sembrerebbe quasi, ascoltando le loro storie, che l’autonomia sia una risorsa personale in grado di riprodursi attraverso l’attività: più sono attive e più restano autonome, e più sono autonome e maggiore è la loro capacità di essere attive nei diversi ambienti.

Più problematica invece è apparsa, nel contesto territoriale da noi indagato, la condizione degli uomini. La continuità in età anziana con i ruoli del passato, cui prima si faceva cenno, comporta che gli uomini, oggi avanti negli anni, siano svantaggiati rispetto alle donne coetanee socializzate al lavoro di cura. Se le donne, come si è visto, continuano spesso ad avere un ruolo centrale nella rete familiare perché capaci di erogare servizi, diversa è la posizione degli uomini anziani che non sono in grado di fare altrettanto. Gli attuali settantenni e ottantenni sono parte di una generazione di uomini che non è stata per nulla socializzata al lavoro domestico: dentro la rete familiare non conservano dunque un ruolo strategico, mentre d’altro canto faticano a trovarne uno una volta fuoriusciti dal mercato del lavoro.

Mettendo a confronto i vissuti delle donne e degli uomini molto anziani, secondo i loro racconti, emerge che le donne esprimono un benessere maggiore rispetto ai coetanei uomini. Sono soddisfatte e partecipe, continuano a sentirsi protagoniste della loro vita e delle vicende familiari dei figli e tutto sommato non si sentono vecchie. Gli uomini invece, soprattutto se vedovi, vivono spesso una condizione di marginalità, dentro e fuori la famiglia, descrivono la loro quotidianità come una condizione di forzata inattività e percepiscono il tempo libero come una sorta di condanna piuttosto che una risorsa.


6. Conclusioni

Come si è visto il divario dei tassi di disabilità, il mancato guadagno in salute, la distribuzione geografica della povertà, le differenze territoriali di reddito e le carenze dell’offerta di servizi assistenziali e sanitari nel Mezzogiorno, sono tutti indicatori che dimostrano come l’invecchiamento nel Mezzogiorno sia un processo influenzato dalla concentrazione di molteplici svantaggi legati al territorio. In questo senso gli anziani nel Sud del paese impattano con una serie di vincoli che condizionano il loro benessere. Tuttavia proprio il loro stato di disagio socio-economico li costringe a mantenere la propria occupazione. Non si abbandonano a comportamenti passivi e rinunciatari, ma al contrario si attivano, restando nel mercato del lavoro. Sono a tutti gli effetti anziani attivi, secondo l’uso che nel dibattito politico, ma anche in letteratura, si fa del concetto stesso di active age, riferendolo appunto all’esperienza di chi sceglie di proseguire la propria attività lavorativa nel mercato del lavoro.

Ma il concetto di active age probabilmente definisce una realtà più complessa e variegata. Come infatti è emerso nell’ambito di una ricerca di campo condotta a Vallo della Lucania, appare riduttivo riferire il suddetto concetto esclusivamente al prosieguo dell’attività lavorativa nel mercato del lavoro. Gli anziani, soprattutto le donne anziane, sono una risorsa necessaria e preziosa dal momento che mettono a disposizione dei circuiti familiari le loro energie, il loro tempo e il loro “saper fare”. Come concettualizzare il vissuto di queste donne se non come “invecchiamento attivo”? E quanti altri modi gli anziani hanno, e avranno, di vivere la vecchiaia da protagonisti, sperimentando percorsi di reinvenzione del sé? Quali spazi di vita sono possibili per fare dell’invecchiamento attivo una pratica invece che solo una possibilità? Domande aperte sul futuro che ci fanno concordare con quanto si legge nel Libro Verde sul Welfare: “La sfida a cui siamo chiamati non è solamente economica ma, prima di tutto, progettuale e culturale”. Si tratta cioè di riconfigurare, anche con una buona dose di immaginazione e contro gli stereotipi ancora così diffusi sulla vecchiaia, il ruolo degli anziani non solo nel mondo del lavoro, ma in tutti gli altri ambiti della vita sociale. E per farlo, forse, sarebbe necessario iniziare proprio dagli interessati, mettersi in ascolto delle loro storie per scoprire cosa ancora hanno da dare alla società.


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