Gli anziani tra bisogni di cura e invecchiamento attivo
4. L’invecchiamento attivo
Il divario dei tassi di disabilità, il mancato guadagno in salute, la distribuzione geografica della povertà, le differenze territoriali di reddito e le carenze dell’offerta di servizi assistenziali e sanitari nel Mezzogiorno, sono tutti indicatori che forniscono una fotografia d’insieme dello svantaggio sociale degli anziani meridionali. Tutti i fattori elencati hanno infatti un impatto rilevante sul benessere (nel senso del termine più ampio possibile) delle persone. È ipotizzabile che sussista una relazione tra i suddetti indicatori del disagio sociale e l’invecchiamento attivo? E di che tipo? In questa sede formuliamo due ipotesi in merito:
a) il disagio sociale influisce negativamente sulla qualità della vita intesa, in senso ampio, con Donati (1997) “progettualità e padronanza di sé, vitalità esistenziale e opportunità di vita”, e finisce per inibire le capacità di autopromozione degli anziani, pregiudicando così la possibilità stessa di vivere l’invecchiamento in modo attivo;
b) il disagio sociale e la deprivazione economica sono fattori che, viceversa, costringono gli anziani a proseguire l’attività lavorativa per far fronte alle esigenze personali e familiari (si pensi in proposito alla piaga della disoccupazione giovanile nel Sud Italia).
Per verificare queste ipotesi analizziamo la distribuzione per macro aree geografiche dei tassi di occupazione degli over 65 (dal 1993 al 2003). Come si evince dalla Tab. 4 i tassi di occupazione degli anziani sono più alti nel Mezzogiorno (in tutto il decennio considerato).
Plausibilmente, dunque, come avevamo ipotizzato al punto b, il disagio sociale e la deprivazione economica “spingono” in qualche modo gli anziani a mantenere la propria occupazione. In altri termini questi ultimi, anche se in una condizione di vita difficile e, in uno stato di salute non ottimale, “tengono duro”, non si abbandonano a comportamenti passivi e rinunciatari, ma al contrario si attivano, restando nel mercato del lavoro.
Tab. 3: Andamento dei tassi di occupazione, per la popolazione di età 65 anni e più per anno, ripartizione geografica e genere (dati ricostruiti e percentuali per persone aventi uguali caratteristiche)

Fonte: ISTAT Rilevazione sulle forze di lavoro – Ricostruzione delle serie storiche IV trim 1992 – IV trim 2003,
ISTAT dati demografici, nostra elaborazione.
In un articolo comparso su La Repubblica (14 agosto 2008) si legge: “È cresciuto del 101% il numero dei lavoratori ultra sessantacinquenni negli Stati Uniti dal 1977 al 2007 ed entro il 2016 è previsto un ulteriore balzo dell’80%. Tra i lavoratori anziani negli ultimi 30 anni le donne anziane sono aumentate del 147% e gli uomini del 75%. I lavoratori con più di 75 anni sono cresciuti del 172% e anche se nel 2007 rappresentano lo 0,8% del totale, la quota è destinata a lievitare dell’80% entro il 2016, complici la buona salute e le ristrettezze economiche”. Sembra dunque che l’esperienza degli anziani statunitensi sia analoga a quella degli anziani meridionali: a prescindere dalle proprie condizioni di salute, buone o discrete che siano, si continua a restare nel mercato del lavoro ma, più che per scelta, per necessità.
Le scarse risorse economiche, in una fase della vita del resto in cui si paventa la malattia e il bisogno di assistenza, costringono gli anziani a continuare a lavorare al fine di autonomamente tutelarsi dai rischi legati all’invecchiamento. Ciò accade soprattutto in quei contesti territoriali, come appunto risulta essere il Mezzogiorno d’Italia, dove il sistema carente di servizi socio-sanitari costringe gli anziani a ricorrere, più che altrove, alle cure e all’assistenza privata.
Considerando ora gli andamenti dei tassi di occupazione nel decennio (cfr. Graf. 7) è emerso che, nonostante i guadagni in salute degli anziani (cfr. Graf. 1), l’occupazione, dal 1993 al 2003, è calata per entrambi i generi e in tutte le aree geografiche.
Graf. 7: andamento del Tasso di occupazione della popolazione italiana dai 65 anni e più, per ripartizione geografica (Valori percentuali per persone aventi le stesse caratteristiche)
Fonte ISTAT Rilevazione sulle forze lavoro – Ricostruzione delle serie storiche IV trim. 1992 IV trim. 2003, ISTAT dati demografici, ns elaborazione
Questi andamenti ci fanno riflettere sul fatto che, in realtà, i fattori che favoriscono il prosieguo dell’occupazione sono molteplici e che la buona salute è soltanto uno di essi. In una ricerca di qualche anno fa (Irpps-Cnr 2001) si è dimostrato che le attività che in prevalenza occupano il tempo libero degli over 65 restano quelle domestiche (78%) tra cui spicca la cura dei nipotini. Le terze generazioni, i nonni, funzionano da ammortizzatori, e questa funzione ha motivato il ritiro dal lavoro di molti adulti-anziani. Come ha sostenuto Livi Bacci (La Repubblica 13 aprile 2008) l’ulteriore aumento del rapporto nonni-nipoti nei prossimi vent’anni rischia di accentuare il fenomeno, mantenendo bassa l’occupazione delle terze generazioni (la più bassa d’Europa) e accentuando, tra l’altro, le disuguaglianze tra chi riceve sostegno da robuste catene familiari e chi, invece, ne è privo.
Se allora il sistema di welfare non sostiene le giovani famiglie nel lavoro di cura dei più piccoli attraverso un sistema di servizi che supporti le donne che lavorano, i nonni restano l’unica e preziosa risorsa. I loro guadagni in salute e il loro tempo sono così messi a disposizione nei circuiti familiari e non in contesti sociali più allargati, né tantomeno sul mercato del lavoro.
Graf. 8: Tasso di attività per titolo di studio – popolazione 65 anni e più – Maschi
Fonte: ISTAT – Forze di lavoro – Media 2006 – ns. elaborazione
Graf. 9: Tasso di attività per titolo di studio – popolazione 65 anni e più – Femmine
Fonte: ISTAT – Forze di lavoro – Media 2006 – ns. elaborazione
Riguardando la Tab. 4 non a caso si evince che lo scarto tra i tassi di occupazione maschili e quelli femminili sono notevoli, qualsiasi sia l’area geografica e l’anno di riferimento. Le donne cioè restano, più degli uomini, coinvolte nel lavoro di cura familiare. E ciò accade, come risulta dai Graf. 8 e 9, anche per le donne che hanno titoli di studio alti. Si osserva che l’istruzione è un fattore che incide positivamente sull’invecchiamento attivo, dal momento che in età anziana restano nel mercato del lavoro soprattutto i soggetti con titoli di studio più alti (probabilmente perché hanno occupazioni migliore, con retribuzioni più alte); tuttavia le donne, anche se istruite e ben inserite nel mercato del lavoro, decidono di uscire dal mercato anche, e forse soprattutto, perché condizionate dalle richieste di cura dei familiari (i minori e i propri genitori molto anziani e per questo bisognosi di assistenza). L’anzianità attiva, in definitiva, è il risultato di politiche diverse, politiche che non solo promuovano il diritto alla salute, ma che supportino i soggetti nel lavoro di cura familiare, politiche di formazione permanente, politiche che complessivamente salvaguardino la libertà dei soggetti di scegliere come vivere la propria vecchiaia.
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