QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Gli anziani tra bisogni di cura e invecchiamento attivo

1. Premessa

L’articolo muove dalla dicotomia che attualmente caratterizza il dibattito, scientifico e politico, sull’invecchiamento. Due tesi, tra loro contrapposte eppure speculari, qualificano la discussione sulla “questione anziani”. Da un lato si rileva come il progressivo invecchiamento della popolazione comporti costi crescenti per il sistema di welfare, visto l’incremento della spesa previdenziale e sanitaria. È in aumento infatti, nel nostro paese, la domanda sociale di cura da parte degli anziani (secondo gli ultimi dati Istat 2007, gli anziani non autosufficienti sono circa 2 milioni, e quelli affetti da malattie croniche e pluripatologie sono più di 4.800.000). Dall’altro canto si sostiene che, in generale, gli anziani possano essere una risorsa per l’intera società non solo perché vivono di più, ma anche perché sovente, fin oltre gli ottant’anni, godono di buona salute. In merito diversi studi epidemiologici hanno evidenziato che si stanno realizzando guadagni in salute per la popolazione in generale, e per gli anziani in particolare, che non hanno precedenti; ciò grazie al progresso economico e sociale e grazie alla scoperta di nuove cure e nuove tecnologie mediche, che oggi sono in grado di agire maggiormente sulla condizione di multicronicità, rallentando o comunque procrastinando l’insorgenza della vera e propria disabilità.

Ciò a conferma di quanto sostenuto da Riley (1979), ovvero che l’invecchiamento non può considerarsi un processo inesorabilmente degenerativo, bensì è l’esito dell’interazione sistematica di processi biologici, psicologici e sociali e, dal momento che i processi biologici, psicologici e sociali sono in continuo mutamento nel tempo, l’invecchiamento è un processo in continua trasformazione (corsivo nostro), che non si dà mai uguale a se stesso. In quest’ottica poiché ogni nuova coorte, nasce in un momento particolare e fronteggia una sequenza unica di ruoli e di avvenimenti ambientali, ha un carattere proprio; perciò le persone appartenenti a coorti diverse tendono a invecchiare in modi differenti. Così gli anziani del terzo millennio stanno sperimentando l’invecchiamento in buona salute.

In proposito vale la pena sottolineare che i dati più recenti confutano l’ipotesi, da alcuni studiosi ipotizzata (Kramer 1980), che tra aumento dell’aspettativa di vita e incremento del tasso di non autosufficienza sussista una relazione direttamente proporzionale. Nel nostro paese dal 1994 al 2005 l’incidenza della disabilità tra gli anziani è diminuita, sebbene nello stesso decennio la popolazione sia notevolmente invecchiata (cfr. Graf. 1). Migliorano anche le condizioni di salute degli anziani spagnoli. Secondo una stima recente (cfr. Libro Blanco de dependencia) dei circa vent’anni che resterebbero da vivere alle donne di 65 anni, circa 12 sarebbero privi di disabilità, dei circa 16 invece che resterebbero agli uomini, 11 sarebbero privi di disabilità. È interessante notare che anche in altri paesi, come Francia e Stati Uniti, si è registrato un declino progressivo non solo delle disabilità gravi ma anche di quelle lievi (Jacobzone 1999; Manton e altri 1993 e 1997; Costa 2000; Cutler 2001). Tant’è che alla luce di ciò Combois e Robine (1996), concludono che è lecito attendersi, per il futuro, quanto teorizzato da Manton (1982, 1993 e 1997), ovvero che l’allungamento della aspettativa di vita e, quindi, lo spostamento in avanti dell’età di morte, sarebbe stato accompagnato non già dall’aumento delle malattie mentali, delle malattie croniche e della disabilità (Kramer 1980) bensì dall’aumento dell’aspettativa di vita senza disabilità.

In merito la Commissione Europea ha ribadito che l’allungamento della vita media è accompagnato sempre di più dalla continua crescita della speranza di vita in buona salute (COM 2005, 94) e che se i futuri incrementi in materia di speranza di vita fossero acquisiti essenzialmente in buona salute e senza invalidità, l’aumento previsto della spesa pubblica per la salute e per l’assistenza agli anziani non autosufficienti si ridurrebbe della metà (COM 2006, 574). D’altro canto è empiricamente constatabile che il decadimento psico-fisico e perdita dell’autonomia funzionale si stanno spostando sempre più avanti negli anni e che, di conseguenza, molti sono gli anziani che restano attivi riprogettandosi la vita dal punto di vista professionale e familiare (Repubblica 16 maggio 2007)1.

In considerazione di tutto ciò l’articolo intende specularmente analizzare i due aspetti dell’invecchiamento, cercando di tenere insieme, per così dire, le due facce della stessa medaglia, argomentando, per un verso, i fattori che determinano la domanda sociale di cura, e per l’altro, i molteplici fattori che influenzano il prosieguo dell’attività lavorativa fin oltre i 65 anni (dato cui generalmente si fa riferimento quando si discute di active ageing in letteratura e nel dibattito politico). In questo articolo presentiamo nel primo paragrafo i dati relativi all’invecchiamento degli italiani dal 1995 al 2005, evidenziando non solo la velocità e l’intensità del fenomeno, ma anche la sua differenziazione territoriale. Nel secondo paragrafo, muovendo dalla prospettiva teorica dei determinanti in salute (Geddes da Filicaia M. e Maciocco G. 2007), che considera la salute il prodotto di variabili individuali e ambientali, ipotizziamo che i diversi gradi di sviluppo socio-economico che caratterizzano il Nord e il Sud del paese (Pugliese 2006) e lo squilibrio territoriale del sistema dell’offerta dei servizi socio-assistenziali (Caltabiano 2004), costituiscano variabili ambientali che possono comportare disuguaglianze in salute nelle diverse macroaree del paese e quindi incidere su una diversa articolazione territoriale della domanda sociale di cura.

Nel terzo paragrafo, poi, in considerazione del fatto che alcuni indicatori quali il divario dei tassi di disabilità, la distribuzione geografica della povertà, le differenze territoriali di reddito, lo squilibrio socio-economico tra il Nord e il Sud del paese e le carenze dell’offerta di servizi assistenziali e sanitari nel Mezzogiorno, definiscono una condizione di svantaggio sociale per gli anziani meridionali, ci interroghiamo sui possibili effetti del disagio sociale sull’ invecchiamento attivo. Le ipotesi che avanziamo sono due: il disagio sociale influisce negativamente sulla qualità della vita intesa, in senso ampio, con Donati (1997) “progettualità e padronanza di sé, vitalità esistenziale e opportunità di vita”, e finisce per inibire le capacità di autopromozione degli anziani, pregiudicando così la possibilità stessa di vivere l’invecchiamento in modo attivo; il disagio sociale e la deprivazione economica sono fattori che, viceversa, costringono gli anziani a proseguire l’attività lavorativa per far fronte alle esigenze personali e familiari (si pensi in proposito alla piaga della disoccupazione giovanile nel Sud Italia). Nel quarto paragrafo, infine, muovendo dai risultati di una ricerca di campo svolta in una cittadina del Sud Italia (Vallo della Lucania), documentiamo il vissuto di alcune donne settantenni e ottantenni che sperimentano percorsi propri di invecchiamento attivo.

Graf. 1: Persone di 65 anni e più con disabilità – Confronto anni 1994, 1999,-2000, 2005 (tassi standardizzati per età con dati del censimento 2001)

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Fonte Istat 2007

Tiziana Tesauro: ricercatrice, Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche sociali, Consiglio Nazionale delle Ricerche
Luca Pianelli: ricercatore, Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche sociali, Consiglio Nazionale delle Ricerche
1 Nel maggio 2007 il quotidiano La Repubblica ha presentato diversi articoli in proposito.


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