QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Dinamiche demografiche e mercato del lavoro in Italia

3.2. Gli indicatori del mercato del lavoro

In questo quadro di sintesi, delineato attraverso l’osservazione del valore assunto dai diversi indici di struttura e dall’analisi grafica, di quale connotazioni assumerà in futuro la struttura per età e sesso della popolazione italiana appare chiaro come siano necessari degli interventi strutturali per far fronte agli squilibri che si ingenerano a seguito del processo di invecchiamento. L’attenzione istituzionale per le conseguenze economiche del processo di invecchiamento demografico è testimoniata dalle diverse risoluzioni adottate a livello europeo. In particolare, nel Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 e nei successivi consigli di Stoccolma 2001 e Barcellona 2002, sono stati fissati una serie di obiettivi da raggiungere per mitigare gli effetti negativi del processo di invecchiamento sul mercato del lavoro dei paesi interessati (cfr. Stranges 2007a).
Sinteticamente, gli obiettivi che i paesi europei dovranno cercare di raggiungere entro il 2010 sono i seguenti: innalzare il tasso d’occupazione totale in tutti i paesi al 70%, innalzare il tasso di occupazione femminile al 60%, innalzare il tasso di occupazione dei lavoratori più anziani (55-64 anni) al 50%. Inoltre, nell’intento di affrontare con maggiore incisività le conseguenze del processo di invecchiamento demografico, il Consiglio europeo di Barcellona del marzo 2002 esorta i governi dell’Unione a “ridurre gli incentivi al prepensionamento dei singoli lavoratori e l’introduzione di regimi di prepensionamento da parte delle imprese”, e aggiunge: “[…] entro il 2010 occorrerebbe aumentare gradualmente di circa 5 anni l’età media effettiva di cessazione dell’attività lavorativa nell’Unione europea”, fino ad un valore di 65,4 anni. Per comprendere in quale posizione si trovi il nostro paese nel cammino verso il raggiungimento di tali obiettivi e, quindi, quali siano le aree di intervento prioritarie in relazione al mercato del lavoro può essere utile osservare, come riassunto nella tabella 4, quali sono i valori italiani in merito a ciascun obiettivo e quanto distante tale valore sia dal target prefissato.

Tabella 4: L’Italia e gli obiettivi europei. Valori al 2005
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* media Ue25
** calcolata come differenza tra il valore obiettivo e il valore reale italiano
*** percentuale calcolata come rapporto tra il valore italiano sul valore obiettivo
Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat, 2006b.

L’Italia mostra di essere indietro nel raggiungimento degli obiettivi europei, sia guardando proprio al valore obiettivo, sia guardando al valore medio Ue25, di gran lunga superiore a quello italiano per tutti gli indicatori misurati. Il tasso di occupazione generale italiano è stato pari al 57,6% nel 2005, contro un valore medio europeo del 63,8% e ben distante dal 70% dell’obiettivo fissato in sede istituzionale (meno 12,4 punti percentuali). Il primo obiettivo appare, quindi, raggiunto per l’82,3%. Una distanza più marcata si nota in relazione al tasso di occupazione femminile e, ancora di più, in relazione a quello dei lavoratori maturi e anziani.
Il tasso di occupazione delle donne italiane al 2005 è stato pari al 45,3%, 14,7 punti percentuali in meno rispetto all’obiettivo del 60% e 6,2 punti percentuali in meno rispetto al valore medio europeo, con un livello di raggiungimento del 75,5%. L’aumento del tasso di occupazione femminile è stato individuato come obiettivo in ragione dell’attenuazione che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro può fornire, almeno nel breve periodo, agli squilibri derivanti dal processo di invecchiamento. Occorre, però, considerare che una grossa quota dell’aumento dell’occupazione femminile è costituito da lavoro part-time (come indicano in dati provenienti dalle rilevazioni trimestrali della forza lavoro condotte dall’Istat), forma sempre più preferita dalle donne, in quanto consente di conciliare meglio gli impegni lavorativi e quelli familiari. Stime dell’OECD (2006) mostrano una generale crescita della diffusione del lavoro part-time in Italia, dall’8,9% del totale dell’occupazione nel 1990 al 14,9% del 2004. Anche in questo caso il valore italiano è inferiore a quello europeo (in questo caso Ue15, 17,4%) e leggermente inferiore anche alla media OECD (15,2%). Tra i paesi europei spicca il valore dell’Olanda (35,5%). Al 2002, come mostrano i dati in tabella 5, il 30,5% delle madri lavoratrici aveva forme di contratti part-time, valore più elevato di altri paesi europei (Francia, Danimarca, Spagna, Grecia, Finlandia), ma più basso dei valori di Olanda, Austria, Belgio, Lussemburgo, Germania, Regno Unito, Irlanda.

Tabella 5: Donne e mercato del lavoro in alcuni paesi OECD. Valori percentuali, paesi ordinati per valore decrescente del tasso di occupazione delle madri 2002
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Fonte: nostre elaborazioni su dati OECD, 2002, 2003 e 2004

La partecipazione femminile al mercato del lavoro si connota, dunque, come una prima importante area di intervento. L’Italia è ancora abbastanza indietro rispetto agli altri paesi europei per quanto concerne il sostegno alla conciliazione di maternità e occupazione, come testimoniano gli elevati tassi di non rientro nel mercato del lavoro dopo la maternità: nel 2005 era inattivo il 41% delle donne italiane tra i 25 e i 54 anni con un figlio di età inferiore ai sette anni, rispetto ad un valore medio europeo (Ue25) del 35% (OECD, 2006). Osservando i dati relativi al 2002 (tabella 5), risultava occupato il 53% delle madri italiane con figlio più piccolo di età inferiore ai 6 anni, valore comunque in crescita rispetto al 45,3% del 1990. L’Italia, come si può notare si trova in una posizione intermedia rispetto agli altri paesi OECD, ma il valore assunto da tale indicatore nel nostro paese appare basso se confrontato con tutti quelli dei paesi che lo precedono, in particolare Portogallo, Austria, Danimarca e Paesi Bassi, dove il tasso di occupazione delle madri con figlio più piccolo minore di 6 anni è superiore al 70%.
Appare, dunque, chiaro come forme di lavoro part-time e flessibili e la maggiore presenza di strutture adeguate per l’assistenza all’infanzia possano favorire l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro13. Oltre a ciò, politiche di sostegno alla maternità, alla partecipazione femminile e alla conciliazione maternità-lavoro, potrebbe anche determinare un miglioramento sul fronte della fecondità: i dati recentemente diffusi dall’Istat (2006c)14, infatti, mostrano come, mentre nelle regioni meridionali continua la discesa della fecondità, nelle regioni settentrionali, dove vi sono migliori condizioni occupazionali per le donne e dove la presenza di strutture di assistenza infantile, quali gli asili nido, è più capillare, si registra al contrario una ripresa. Quindi, l’aumento del tasso di occupazione femminile potrebbe avere un duplice vantaggio: da un lato, quello di innalzare il tasso di occupazione totale, con benefici per tutto il sistema economico e produttivo nel suo complesso; dall’altro, potrebbe anche agire su una delle concause del processo di invecchiamento stesso (la denatalità), contribuendo a mitigare l’effetto dal basso e, quindi, migliorando la situazione complessiva di squilibrio tra le diverse fasce che compongono la popolazione.
Concentrandoci sul livello dei tassi di occupazione dei lavoratori maturi e anziani (dati in tabella 4), la distanza tra l’obiettivo e il valore italiano è di quasi 19 punti percentuali, con un livello di raggiungimento del 62,8%. Il dato italiano è, peraltro, anche distante dalla media europea, che è di ben 11,1 punti percentuali al di sopra del nostro valore nazionale. Come mostra sinteticamente la tabella 6, il tasso di occupazione dei lavoratori senior in Italia ha, in realtà, avuto un incremento negli ultimi anni15, dal 27,7% del 2000 al 31,4% del 2005, ma ancora insufficiente rispetto a quanto richiesto per il raggiungimento dell’obiettivo di Stoccolma.
Proprio sulla consistenza del tasso di occupazione dei lavoratori anziani si concentra l’attenzione degli studiosi quando si parla delle ricadute del processo di invecchiamento demografico sul mercato del lavoro. Se, infatti, la popolazione dei paesi industrializzati invecchia così rapidamente, appare obiettivo prioritario incrementare i tassi di partecipazione di questa fascia di popolazione, che avrà una consistenza progressivamente crescente nel tempo rispetto alla popolazione complessiva. Il problema principale, in questo caso, diviene quello di favorire l’active ageing16, ossia l’invecchiamento attivo, secondo cui attraverso il mantenimento della partecipazione degli individui alla vita sociale ed economica si può migliorare notevolmente anche la qualità della loro vita17.

Tabella 6: Tasso di partecipazione dei lavoratori 55-64 anni per genere in Italia. Valori percentuali, anni 2000-2005
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Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat, 2006b

La bassa partecipazione al mercato del lavoro delle persone mature e anziane ha diverse cause, tra cui un ruolo rilevante è certamente giocato dalla crescente richiesta da parte delle aziende di lavoratori altamente qualificati, che potrebbe sfavorire la permanenza dei lavoratori più anziani, almeno di quelli meno propensi alle innovazioni (si pensi al crescente uso dell’informatica e delle nuove tecnologie) e più restii ai cambiamenti. Vi sono poi tutte le considerazioni concernenti la ridotta disponibilità alla mobilità e all’aggiornamento che, secondo alcuni, caratterizzerebbero i lavoratori più anziani, nonché l’idea, comunemente molto diffusa, che le performance lavorative degli anziani siano meno brillanti di quelle dei giovani. Spesso, però, queste motivazioni, come mostrato anche da diversi studi empirici, sono basate più su stereotipi e pregiudizi che su fatti concreti (Stranges, 2006, p. 127-132). Non bisogna, inoltre, dimenticare altri fattori, quali la scomparsa di alcuni settori produttivi tradizionali, ad esempio quelli artigianali, quasi del tutto soppiantati dalle produzioni industriali, nelle quali sono spesso richieste competenze più elevate e profili formativi più alti (lauree, qualifiche e altro) non possedute dai lavoratori più anziani. Occorre, ancora, ricordare come vi sia una correlazione positiva tra età e stipendio che potrebbe scoraggiare l’assunzione o il trattenimento nelle aziende dei lavoratori più anziani, a favore invece dell’acquisizione di risorse più giovani per le quali sono spesso previste forme di agevolazioni ed incentivi fiscali, oltre che salari decisamente più ridotti (Livi Bacci, 2005).
Infine, è necessario rilevare che in taluni paesi il pensionamento anticipato è stato incoraggiato nella speranza, poi rivelatasi vana, che l’uscita delle coorti più anziane di lavoratori avrebbe favorito l’ingresso di quelle più giovani. Una ricerca comparata internazionale tra i paesi dell’OECD (2000) ha messo in evidenza come non vi sia correlazione tra la diminuzione dei tassi di partecipazione dei lavoratori anziani e livello di disoccupazione, permettendo di comprendere come la pratica dell’old-out/young-in attuata tramite programmi di pensionamento anticipato si riveli assolutamente fallimentare in termini di riduzione della disoccupazione. L’inefficacia delle politiche di pensionamento anticipato nel ridurre i tassi di disoccupazione è legata a tre motivi principali: innanzitutto, il ritiro di un lavoratore anziano dal mercato non si traduce necessariamente nell’assunzione di un disoccupato che riempia il posto rimasto vacante. Si pensi a quelle aziende di tipo industriale dove le conoscenze tecniche e le competenze di un lavoratore anziano non possono essere rimpiazzate con tanta facilità. Occorre anche tener presenti i vincoli spazio-temporali che rendono l’incontro tra domanda e offerta di lavoro un meccanismo sostanzialmente imperfetto e spesso poco fluido e immediato. In secondo luogo, anche se i lavoratori anziani fossero licenziati da un certo posto di lavoro, potrebbero mettersi alla ricerca di un’altra occupazione (e, quindi, entrare a far parte anch’essi della schiera dei disoccupati), ed eventualmente trovarlo (e anche in questo caso la correlazione old out/young in si rivelerebbe nulla). Infine, bisogna tenere conto del fatto che le pensioni anticipate sono spesso finanziate attraverso tassazioni più elevate, per cui nel lungo periodo, forzare il pensionamento anticipato potrebbe addirittura peggiorare il problema, in termini di sostenibilità del sistema economico, conti pubblici e produttività, piuttosto che migliorarlo.
Nell’analizzare i problemi del mercato del lavoro italiano non bisogna trascurare di considerare, come si accennava in precedenza, anche la questione del ritardo con cui i giovani italiani entrano nel mondo del lavoro. Osservando i dati riportati in tabella 7, è possibile notare come in Italia, al 2004, solo il 27,2% dei giovani tra i 15 e i 24 anni risulti occupato, mentre in altri paesi europei (Danimarca, Regno Unito e Austria) tale percentuale supera il 50%. Valori più bassi di quello italiano tra i paesi presi in considerazione si registrano, invece, in Slovacchia, Francia, Ungheria e Lussemburgo. Il valore italiano è anche inferiore al valore medio UE15 (38,8% al 2004) e a quello medio OECD (42,7%): tali valori medi sono abbastanza alti grazie al contributo di paesi che presentano tassi di occupazione femminile molto elevati. Ad esempio, i Paesi Bassi, che mostrano il valore più alto, pari al 65,4%, la Svizzera (62%), la Danimarca (61,3%), il Regno Unito (60,1%). Il dato italiano appare, inoltre, in diminuzione rispetto al valore del 1990 (29,8%), e questo può essere in parte spiegato osservando i maggiori tassi di iscrizione all’università e tenendo conto della difficoltà che i giovani potrebbero riscontrare nel conciliare studi e lavoro.

Tabella 7: Tassi di occupazione giovanile (15-24 anni) in alcuni paesi OECD. Valori percentuali, paesi ordinati per valore decrescente al 2004
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* per i Paesi Bassi il dato riportato per il 2004 è quello del 2003.
Fonte: nostre elaborazioni su dati OECD, 2006.

Secondo alcuni dati recentemente diffusi dall’Istat (2006d), sintetizzati in tabella 8, il tasso di occupazione dei giovani 15-24 ha al 2005 un valore del 25,5%, con un differenziale di genere abbastanza marcato (29,9% per i maschi e 20,8% per le femmine). E’ possibile, inoltre, rilevare delle notevoli differenze tra le diverse aree del paese, con tassi di occupazione giovanili di gran lunga superiori nelle regioni settentrionali rispetto a quelle centrali e meridionali. Se al Nord i giovani tra i 15 e i 24 anni che lavorano sono il 38,8% dei maschi e il 30,2% delle femmine, tali percentuali scendono al 29,2% e 21,1% al Centro e al 22,3% e 12,4% nel Mezzogiorno. Anche i tassi di occupazione dei giovani 25-34 anni risultano più bassi rispetto a quelli della classe d’età immediatamente successiva 35-44 anni, mentre per quanto riguarda la fascia d’età seguente (45-54 anni) si nota che i maschi presentano tassi di occupazione maggiori rispetto ai giovani 25-34 anni, mentre per le femmine l’occupazione si riduce ancora una volta in corrispondenza di tali fasce più elevate. Nell’analisi di questi differenziali di genere occorre considerare che la partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia è, come si accennava, un fenomeno abbastanza recente e, quindi, grosse porzioni delle coorti più anziane di donne non risultano coinvolte nel mercato del lavoro.

Tabella 8: Tassi di occupazione per età, genere e ripartizione geografica. Valori percentuali, Italia, 2005
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Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat, 2006d.

Un ultimo elemento che dovrebbe essere preso in considerazione nell’analisi dei problemi connessi alle trasformazioni nel mercato del lavoro, ma di cui accenneremo solo brevemente in questa sede in ragione del fatto che tale tematica necessiterebbe di un approfondimento specifico, è certamente quello del contributo che gli immigrati possono dare al miglioramento della situazione di squilibrio del mercato del lavoro ingenerata dai processi di invecchiamento. Certamente, nel breve periodo, l’immigrazione può essere utile per contrastare gli effetti strettamente demografici del processo di invecchiamento (migliorando, ad esempio, il rapporto numerico tra le generazioni giovani e quelle anziane) e sicuramente gli immigrati hanno una maggiore produttività e un tasso di attività più elevato degli italiani, oltre ad avere una maggiore concentrazione della popolazione nelle età produttive (Fondazione Agnelli, 2006, pp. 83-84). Ma nel lungo periodo la presenza degli immigrati pone una serie di problematiche complesse, riguardanti, ad esempio, il tema dell’integrazione, che mettono in secondo piano i vantaggi relativi derivanti dalla loro presenza18.
Molti studiosi sottolineano come sia difficile prevedere se il contributo degli stranieri nel lungo periodo continuerà ad essere positivo, argomentando che la maggiore produttività è legata soprattutto alla precarietà che caratterizza la condizione di straniero e, spesso, all’assenza di diritti e che la presenza di popolazione in età lavorativa, e i conseguenti maggiori tassi di attività e di occupazione, vanno considerati come fattori temporanei (Fondazione Agnelli, 2006, p. 86), soprattutto in considerazione del naturale processo di invecchiamento che determinerà cambiamenti anche nella struttura per età e nella composizione del contingente straniero. Certamente l’emersione del lavoro irregolare può, come si diceva, migliorare la situazione del mercato del lavoro, almeno nel breve periodo, anche se la pianificazione dei flussi migratori in ragione della loro funzionalità economica19 è una questione estremamente delicata, che occorrerà certamente affrontare in futuro.


13 Si legge nel Rapporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (p. 177): «Le aree territoriali con una forte presenza di strutture di assistenza all’infanzia sono caratterizzate da una più elevata partecipazione femminile al mercato del lavoro e da un minore probabilità di occupazione part-time delle donne. […] Una elevata diffusione del lavoro part-time a livello provinciale è correlata con tassi di partecipazione femminile più elevati, con una maggiore preferenza per il part-time della popolazione femminile e con una piµu bassa incidenza dell’involontarietà del part-time».
14 Si legge in Istat (2006c): «[…] Si va dunque sempre più affermando un modello riproduttivo posticipato, collocato in contesti geografici e sociali completamente differenti rispetto a quelli di un passato ormai remoto, e che vedevano realizzare una fecondità molto più elevata nel Mezzogiorno del Paese. Oggi, al contrario, le condizioni di contesto paiono favorire di più il Nord. Si pensi ai maggiori tassi di attività femminile del Nord, alla incrementata possibilità di conciliare i tempi da dedicare alla cura della prole con quelli assorbiti dal lavoro, anche mediante la diffusione di forme di lavoro part-time, ma si pensi anche alla migliore fruibilità di servizi assistenziali fondamentali, come ad esempio gli asili nido.»
15 La maggior parte di questo incremento è da attribuirsi al contributo dell’occupazione femminile più che a quella maschile (Stranges, 2007a, pp. 110-111), come peraltro già evidente osservando il trend di crescita per sesso.
16 Per dati sui processi di active ageing in Europa, si veda Avramov e Maskova, 2003. Per un’analisi dei dati italiani e europei sui processi di lifelong learning, ritenuti fondamentali nel favorire la ritenzione dei lavoratori maturi e anziani nel mercato del lavoro si veda Stranges, 2006.
17 Infatti, secondo la definizione della World Health Organization (W.H.O.), l’active ageing è un processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza degli anziani che ha l’obiettivo di migliorare la loro qualità della vita
18 Per un’analisi del ruolo compensativo delle migrazioni nei paesi Europei, e una revisione a favore e contro tale visione, si veda Stranges 2007b. Stime dell’ammontare di popolazione richiesta per far fronte agli squilibri del mercato del lavoro in Europa possono essere trovate in Feld (2006) e Feld (2005).
19 Per far sì che gli immigrati siano solo un vantaggio per la popolazione ospitante sarebbe necessario accogliere solo quelli in età lavorativa e poi mandarli via una volta invecchiati. Questa soluzione è chiaramente impraticabile, oltre che immorale. Bisogna anche considerare che, a mano a mano che procedono i processi di integrazione, aumentano i ricongiungimenti familiari e cresce anche il contingente delle cosiddette seconde generazioni, per cui nel lungo periodo gli accresciuti bisogni sociali che derivano da queste modificazioni strutturali del contingente straniero finiranno per pareggiare i conti con la funzionalità economica di cui si accennava.


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