Dinamiche demografiche e mercato del lavoro in Italia
3. Conseguenze del processo di invecchiamento demografico sul mercato del lavoro
3.1. Gli squilibri strutturali
Il problema principale connesso al processo di invecchiamento è, dunque, la sproporzione che si ingenera tra i diversi gruppi che compongono la popolazione, in particolare tra le classi centrali, economicamente produttive, e le altre improduttive. Le conseguenze più forti del processo di invecchiamento saranno avvertite all’interno del mercato del lavoro, dove il numero di persone che compongono la forza lavoro scenderà drasticamente nei prossimi anni, come conseguenza della denatalità che caratterizza ormai da decenni il nostro paese. La portata di tali squilibri può essere inquadrata in via preliminare osservando i valori attuali e futuri degli indici di struttura calcolati e raccolti nella tabella 3. La popolazione italiana in età di lavoro8, ossia la popolazione occupata e disoccupata di età compresa tra i 15 e i 64 anni passerà dagli attuali 38 milioni 827mila individui, a poco più di 30 milioni nel 2050, diminuendo il proprio peso percentuale sul totale della popolazione dal 66,53% al 53,69%. Per tenere conto degli elevati tempi medi di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro che caratterizzano l’Italia, appare più opportuno osservare le variazioni che subirà la popolazione produttiva (o potenzialmente tale), che qui considereremo come la popolazione di età compresa tra i 209 e i 64 anni (in età lavorativa) per tenere conto dell’età di termine degli studi superiori: l’ammontare di tale fascia di popolazione nel nostro paese scenderà dagli attuali 36 milioni di individui (pari al 60,74% del totale della popolazione), a poco più di 35 milioni nel 2015 (59,57%), a quasi 33 nel 2030 (55,49%) e a 27 milioni e mezzo di persone nel 2050 (49,29%).
Tabella 3: Popolazione in età di lavoro, popolazione potenzialmente produttiva e indici di struttura in Italia. Situazione attuale (2005) e previsioni (2015, 2030 e 2050)

Fonte: per il 2005, nostre elaborazioni su dati Istat, 2006a; per gli anni 2015-2050, nostre elaborazioni su dati Istat, 2006b.
In ragione di tale diminuzione appare chiaro come anche il ricambio all’interno della popolazione produttiva non sarà più garantito. L’indice di ricambio, infatti, calcolato come rapporto percentuale tra la prima classe che la compone (20-24 anni) e l’ultima (60-64) mostra una progressiva diminuzione, pur se con una lieve ripresa prevista per il 2050, ma sempre al di sotto del rapporto 1:1 (100%). L’indice di ricambio ha importanti implicazioni, in quanto misura quanti individui stanno entrando o sono appena entrati nel mercato del lavoro, rispetto a quanti stanno per uscirne o ne sono appena usciti, quindi permette già di stimare lo scompenso tra segmento produttivo (quello che lo sarà per un periodo di tempo più lungo, perché appena entrato) e segmento improduttivo della popolazione (anche questo che lo sarà per un periodo più lungo perché appena pensionato). Parallelamente crescono, invece, l’indice di vecchiaia (già visto in precedenza per il valori dell’Ue 27) e l’indice di struttura della popolazione in età attiva, che si misura come rapporto percentuale tra le quindici generazioni più vecchie che compongono la forza lavoro (40-64 anni) e le quindici più giovani (15-39 anni), fornendo un’indicazione del grado di vecchiaia della forza lavoro medesima.
In aumento anche gli indici di dipendenza, detti anche di carico sociale in quanto misurano quale sia l’entità dell’aggravio sulla popolazione produttiva da parte delle fasce non produttive. L’indice di dipendenza totale, che si misura come rapporto percentuale tra la popolazione non produttiva (0-19 anni e 65 e più) sulla popolazione produttiva (20-64 anni), mostra una netta tendenza alla crescita fino ad un valore (stima) di 102,86% nel 2050. In aumento anche l’indice di dipendenza giovanile (seppur con lievi oscillazioni) e, ancora più marcatamente, quello di dipendenza anziani, destinato a raddoppiarsi nel prossimo quarantennio.
Per comprendere quali potranno essere i futuri assetti del mercato del lavoro può essere d’aiuto anche l’analisi effettuata utilizzando uno strumento grafico tipico della demografia, la piramide della popolazione (figura 2). Ciascuna piramide (al 2015, 2030 e 2050) è costruita lasciando come riferimento la forma della piramide al 2005 (costituita dalle linee più chiare e sfumate che si notano in ciascuna figura), allo scopo di mostrare come il profilo e la struttura per sesso ed età della nostra popolazione stia rapidamente cambiando. La forma della piramide10 italiana, a salvadanaio nel 2005 e nel 2015, diverrà presto riduttivo, ossia a base stretta, conseguenza della denatalità, e con la parte alta più larga, a causa della longevità e, quindi, dell’accumulo di anziani nelle classi più elevate. La parte più scura in ciascuna piramide rappresenta proprio la popolazione produttiva (classi d’età 20-64 anni): è evidente come tale segmento di popolazione è destinato a ridursi progressivamente sia in termini assoluti, sia in termini relativi rispetto agli altri segmenti di popolazione (come emergeva già dall’analisi dei dati in tab. 3). In particolare, al 2050, realizzandosi tutte le condizioni previsive ipotizzate nello scenario Istat, la riduzione sarà estremamente marcata e soprattutto concentrata nelle fasce più giovani della popolazione potenzialmente produttiva, dai 25 ai 49 anni (come appare evidente confrontando il profilo del 2050 con quello in bianco del 2005.
Il processo di invecchiamento demografico, quindi, non sembra destinato a diminuire, ma anzi ad acuirsi, a mano a mano che ci saranno nuovi progressi in termini di longevità e continuerà questa fase di sostanziale bassa fecondità che, nonostante la lieve ripresa attuale e quella prevista per il futuro (fino a circa 1,6 figli per donna in età feconda nel 2050), viene oggi a ragione definita dagli studiosi lowest-low fertility11 (Kohler, Billari & Ortega, 2001). Neppure i flussi migratori saranno in grado di mitigare tale processo: diversi studi sulle cosiddette migrazioni di rimpiazzo o di sostituzione (United Nations, 2001; Lesthaeghe, 1998) o, più in generale, sugli effetti delle migrazioni sulle popolazioni riceventi (Steinmann, 1991; Espenshade T.J., 1987; Teitelbaum e Winter, 1985) hanno concluso che gli effetti positivi dell’immigrazione sulla struttura delle popolazioni in declino sono solo di breve periodo, in considerazione del fatto che anche la popolazione immigrante è sottoposta ai normali processi di senescenza e che la composizione e la struttura della popolazione immigrata può essere tale da limitare gli effetti positivi della presenza dei lavoratori stranieri, laddove, ad esempio, siano presenti anche bambini e anziani12.
Figura 2: Piramidi della popolazione italiana al 2015, 2030 e 2050 (confronto con il 2005). Valori in migliaia di unità

Fonte: nostre elaborazioni su previsioni Istat, base 2005.
8 Non possiamo definire forza lavoro la popolazione 15-64 perché ometteremmo di considerare gli inattivi ricompresi in quella fascia d’età.
9 Come soglia di inizio del periodo produttivo si sarebbe potuta anche utilizzare una soglia di ingresso più bassa, 15 anni ad esempio, in prossimità della quale è fissato il termine della scuola dell’obbligo, quindi avremmo considerato esattamente la forza lavoro, così come unanimemente definita. Ma tenendo conto del fatto che i giovani italiani studiano, mediamente, fino al termine delle scuole superiori, abbiamo fissato a 19 anni la fine del periodo giovanile di inattività e, di conseguenza, a 20 l’inizio del periodo produttivo (o potenzialmente tale).
10 Vengono solitamente individuati tre profili tipici di piramide: espansivo, riduttivo e stazionario. Il primo è quello a base larga, segno di un’alta natalità, e parte alta più stretta, segno di un’altrettanto elevata mortalità. La seconda tipologia di profilo è, invece, quello in cui la parte bassa, dove vi sono le classi d’età più giovani, è più stretta rispetto alla parte centrale e alta, segno di denatalità e bassa mortalità. Questo profilo è tipico delle popolazioni che invecchiano. Infine, il profilo stazionario si riscontra in quelle popolazioni che hanno mediamente lo stesso ammontare di popolazione in tutte le classi d’età. Chiaramente, la struttura per età e sesso delle popolazioni reali, benché riconducibile ad uno dei tre profili, assume caratteristiche peculiari che riflettono la propria storia economico-sociale.
11 Per l’esattezza si distingue la bassa fecondità dei paesi europei in lowest-low fertility, se il valore del TFT è inferiore a 1,3 figli per donna e highest-low fertility, per indicare una fecondità comunque bassa e la di sotto del valore di ricambio, ma superiore a 1,6 figli. Nel mezzo, invece, la situazione di quei paesi che presentano livelli intermedi di fecondità (comunque preoccupanti dal punto di vista demografico), compresa tra 1,3 e 1,6 figli per donna.
12 Per un’analisi sul contributo dell’immigrazione al rallentamento del processo di invecchiamento in Europa, si veda Stranges, 2007b.
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