QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Gli anziani sono adulti strani? Il contributo della psicologia sociale allo studio dell’invecchiamento

1. Introduzione

Due tendenze sono presenti nel pensiero collettivo sugli anziani: da un lato si nega la specificità dei fenomeni che accompagnano l’invecchiamento, immobilizzando lo sviluppo in un perpetuarsi di giovane adultità; dall’altro si tratta l’anziano come un essere completamente “altro”, quasi nato anziano, spontaneamente e minacciosamente sorto dal nulla. Che abbiano origine nelle difese dell’Io o nelle strategie cognitive, in modo diverso questi atteggiamenti hanno tenuto lontano anche la scienza da un’autentica comprensione dei processi di invecchiamento.
    Forse le cose stanno cambiando, e al cambiamento contribuisce in parte quello che la psicologia ci ha fatto conoscere finora sul modo di percepire ed elaborare gli stimoli che provengono dalla realtà sociale.

2. La grande categoria vuota

È banale ma indubitabile affermare che l’interesse per le tematiche dell’invecchiamento, in psicologia come in altre scienze, ha tra le sue cause principali l’aumento dell’età media, le migliorate condizioni sociali, economiche e di salute delle popolazioni occidentali. Questi sono i fattori che hanno portato alla ribalta il gruppo sociale degli anziani, diventato talmente ampio da non poter più passare inosservato, né agli studiosi, né ai politici, né all’uomo della strada.
Contemporaneamente si è verificato un curioso fenomeno: si è allargata la categoria degli anziani, ma paradossalmente è una categoria vuota. Nessuno vi si inserisce spontaneamente, nessuno si definisce spontaneamente anziano (Bultena e Powers, 1979). Seguendo le ipotesi della terror management theory (Greenberg, Schiemel e Martens, 2002), questo rifiuto potrebbe derivare dal tentativo di difendersi dall’idea di fine della vita che accompagna la vecchiaia. Il “terrore primordiale” associato alla morte viene affrontato negando la propria vecchiaia e allontanando i vecchi da sé, sia fisicamente attraverso diverse vie di segregazione, sia mentalmente attraverso l’ageism, il pregiudizio legato all’età.
La terror management theory postula non solo reazioni individuali alla minaccia indotta dal pensiero della mortalità, ma soprattutto visioni del mondo, costruzioni culturali collettive che hanno lo scopo di limitare l’impatto di questa minaccia sul funzionamento “normale” della società. C’è quindi un fattore “cultura” che condiziona pesantemente il vissuto che accompagna l’invecchiamento, ma nello stesso tempo proprio attraverso la cultura potrebbe essere possibile un intervento decisivo per la riduzione dell’ageism e per lo sviluppo di un invecchiamento più sano. È questa anche la posizione di Baltes (1997), che parla della necessità di far crescere la cultura nella terza età, per due ordini di motivi. Da un lato, la cultura ha permesso, in quanto conoscenza accumulata, di aumentare notevolmente l’aspettativa di vita e può ora contribuire allo sviluppo della qualità di vita. Da una seconda prospettiva, la cultura, come possibilità di allargare la mente, di accedere alle conoscenze e di rendere più flessibile il pensiero aiuta ad invecchiare meglio, offre la possibilità di mantenere più a lungo la propria efficienza attraverso un buon livello di funzionamento e l’accrescimento delle possibilità di risposta e di soluzione dei problemi.

3. Gli anziani: uno, nessuno, centomila?

Abbiamo detto che le analisi demografiche indicano che il gruppo sociale degli anziani si è ampliato notevolmente nelle società industrializzate, ed è destinato a crescere ulteriormente.
Tuttavia, la categoria degli anziani è molto differenziata al suo interno, per caratteristiche sociali e bisogni, al punto che parlare genericamente di “anziano” è fuorviante e limitante. Le ricerche più recenti ribadiscono la necessità di separare terza e quarta età (Baltes e Smith, 2003), anziano “giovane” e anziano “anziano”, perché se è vero che il passaggio dall’adultità alla vecchiaia non è tanto una questione di età quanto di eventi, è pur vero che di per sé il passaggio degli anni rende più probabili alcune esperienze piuttosto che altre, fa emergere alcuni bisogni piuttosto che altri. Solo per fare alcuni esempi, il cosiddetto “anziano giovane” deve fronteggiare l’adattamento al ritiro del lavoro e alla modificazione del nucleo familiare; l’anziano-anziano si trova davanti al compito evolutivo del bilancio esistenziale, per usare i termini di Erikson (1959), con risorse che cominciano ad essere limitate tanto dal punto di vista cognitivo quanto dal punto di vista del supporto sociale; i “grandi vecchi” devono gestire perdite significative a livello di funzionamento cognitivo, fisico e sociale. Ma anche all’interno di ciascuna di queste sottocategorie, possiamo individuare numerosi stili di adattamento e di compensazione, per cui davvero non possiamo parlare di “anziano-tipo” ma di “tipi di anziani”, tanti quanti sono le persone che invecchiano.
Già nel 1970 Thomae (riportato in Cesa-Bianchi, 2001) ci ricordava l’importanza di osservare l’interazione tra i diversi sistemi che operano nell’essere umano che invecchia. I tre postulati della sua teoria cognitiva affermano che:
1.    Il cambiamento “vissuto” è più importante del cambiamento “oggettivo” ai fini della variazione comportamentale.
2.    L’invecchiamento è influenzato da aspettative tanto del singolo quanto del gruppo e della società.
3.    L’adattamento del singolo al processo di senescenza è funzione dell’equilibrio in atto fra i sistemi cognitivi e motivazionali che operano in lui.
Di nuovo, la vecchiaia è il risultato dell’azione di molteplici fattori di natura diversa, che determinano una decisa individualizzazione dell’invecchiamento. Studiare e rispondere in maniera adeguata alle sfide poste dall’invecchiamento della società significa quindi assumere una prospettiva complessa, lavorare all’integrazione tra le diverse specializzazioni della psicologia e al dialogo tra la psicologia e le altre discipline. È fondamentale un’approfondita conoscenza del funzionamento mentale dell’anziano, ma anche di ciò che può influenzarlo.
Finora infatti ignorare la molteplicità dei fattori che influenzano l’invecchiamento ha condotto a errori e ritardi tanto nella ricerca quanto nella pratica clinica: pensiamo all’applicazione acritica del metodo trasversale nei primi studi sulle abilità cognitive in età avanzata. In quel caso, inappropriati confronti tra prestazioni cognitive di adulti anziani e giovani hanno portato a conclusioni pessimistiche sulle abilità cognitive degli anziani, nascondendo dietro fattori di coorte (ad es., una maggiore scolarità nel gruppo dei giovani) un sostanziale equilibrio tra giovani e anziani (Amoretti e Ratti, 2000). L’anziano sano infatti conserva a lungo abilità e modalità di funzionamento del tutto paragonabili a quelle di un adulto più giovane. È interessante notare che le prestazioni cognitive dell’anziano possono venire alterate da fattori altri che non il solo deterioramento cerebrale: (Levy 1996) ha sottolineato ad esempio il ruolo degli stereotipi, osservando che gli anziani in cui era stato attivato uno stereotipo negativo della vecchiaia riportavano punteggi sistematicamente più bassi in compiti di memoria, rispetto ad anziani in cui tali stereotipi non venivano attivati, o erano di tipo positivo.
Da un punto di vista solo apparentemente opposto, i modelli psicosociali della demenza, sottolineando l’influenza dei fattori relazionali sullo sviluppo del processo dementigeno in età avanzata, e allargando la prospettiva puramente medica dei modelli che finora si erano occupati di demenza senile (Morton, 1999), stabiliscono che tanto per l’anziano sano quanto per l’anziano affetto da demenza, esiste solo una parziale correlazione tra stato biologico e stato funzionale: tra i due ci sta il mare dei fattori che guidano l’invecchiamento e ne fanno un’esperienza unica, positiva o negativa, per ciascuno. Se neppure la demenza senile può essere spiegata completamente solo in termini di degenerazione cerebrale, tanto meno si può ormai affermare che le presunte modificazioni cerebrali che intervengono con il passare del tempo e che per anni sono state considerate indizi biologici di vecchiaia, siano determinanti: in alcuni casi non sono nemmeno presenti e, se ci sono, hanno un impatto limitato sul livello funzionale delle persone per il fenomeno della plasticità cerebrale (Cesa-Bianchi, 2001).
In tutti i casi fin qui esaminati, fattori culturali piuttosto che biologici spiegano i diversi fenomeni associati all’invecchiamento. Nella lista di questi fattori sta ai primi posti la rappresentazione che l’anziano stesso e gli altri si creano a proposito della vecchiaia. Curiosamente, la struttura delle rappresentazioni sulle persone anziane è stata studiata finora più che il contenuto, continuando a dare per scontata l’esistenza di stereotipi negativi di un certo tipo, legati a debolezza, passività, depressione. È importante invece condurre parallelamente alle indagini sulla struttura anche delle osservazioni sul contenuto degli stereotipi age-related, poiché la definizione stessa di “anziano” cambia al rapido mutare delle condizioni socio-economiche e culturali. Alcuni dati preliminari sembrano indicare una sopravvivenza di primitive caratteristiche negative nelle rappresentazioni sugli anziani, ma ne stanno emergendo due elementi importanti: la multidimensionalità e l’ambivalenza. Non abbiamo più “lo” stereotipo (ammesso che ce ne sia stato solo uno: già possiamo storicamente recuperarne almeno due, il vecchio saggio e potente da un lato, il vecchio decrepito dall’altro) ma “gli” stereotipi. Intorno agli anni ’80 ad esempio, Schmidt e Boland (1986) osservano che sulla base del ruolo sociale rivestito dalla persona anziana vengono creati stereotipi diversi, per cui identificano il “cittadino anziano”, il “nonno”, l’“anziano uomo di Stato”, ciascuno con caratteristiche proprie.
Inizialmente la scoperta di molte diverse immagini sui vecchi è stata salutata come il superamento di antichi pregiudizi e la valorizzazione della persona anziana all’interno della società, ma ad un’osservazione appena appena più attenta è diventato evidente che — per gli anziani come per altri soggetti sociali storicamente oggetto di pregiudizio — la moltiplicazione delle categorie non corrisponde ad un approccio più flessibile e positivo. Aumenta semplicemente le possibilità di segregazione intellettuale, è un’arma più sottile di “definizione costrittoria”.
Se consideriamo il robusto intervento dei meccanismi ego-protettivi contro la minaccia indotta dalla vecchiaia, di cui abbiamo parlato sopra, la battaglia contro l’ageism appare una spinosa questione di cambiamento sociale e culturale.

Antonella Deponte: Università di Trieste, e-mail: deponte@psico.units.it


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