QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Allungamento della vita: scenari per uno svecchiamento della popolazione

Il processo di invecchiamento in Italia è relativamente recente: in un secolo la speranza di vita si è triplicata e si è ridotta di un terzo la fecondità. Tali eventi hanno inevitabilmente portato ad una trasformazione della struttura demografica della popolazione italiana con un capovolgimento della piramide per età rispetto al passato. Tale evoluzione è stata determinata da un controllo più consistente sulle nascite e sulle morti, che ha comportato un aumento della popolazione anziana – sia in valore assoluto sia in proporzione rispetto alla popolazione totale – rispetto alla popolazione cosiddetta ‘attiva’ (15-64 anni) e rispetto all’altra parte di popolazione ‘non attiva’, ovvero la popolazione giovane (0-14 anni).
    Il dibattito sull’invecchiamento è di grande portata, in quanto lo squilibrio tra questi aggregati di popolazione sta portando ad un’alterazione degli equilibri tra generazioni, con un forte impatto sulla struttura economica e l’organizzazione sociale del Paese. Tale fenomeno investe, infatti, sia gli aspetti sociali che economici legati alla vita dell’individuo; da un punto di vista economico l’impatto sul risparmio, sui consumi e sugli investimenti e l’attuale dibattito sui regimi fiscali e pensionistici; da un punto di vista sociale, la questione dell’assistenza sanitaria, la composizione delle famiglie e le condizioni di vita.
Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è di portata mondiale. Ma soprattutto, come affermato dall’Assemblea mondiale della popolazione delle Nazioni Unite (2002), è irreversibile; ed è proprio la presunta irreversibilità che porta a riflettere su un’altra caratteristica dell’invecchiamento a livello mondiale: la volontarietà (Cagiano de Azevedo, 2003). La riduzione della fecondità, come anche l’evidente allungamento della speranza di vita, sono il risultato, a livello macro, di una serie di scelte razionali operate a livello individuale. Queste scelte, che riguardano la maggior parte dei paesi occidentali, hanno portato ad una modifica nella percezione dei confini che separano le diverse fasi del ciclo di vita individuale; in questo scenario, la linea che separa l’adolescenza, dall’età adulta e poi a quella anziana diventa labile, in termini demografici, ma anche biologici, psicologici, economici.
L’Italia, nello scenario demografico attuale, caratterizzato dalla fecondità tra le più basse al mondo e dal più veloce aumento della sopravvivenza nelle età avanzate, assume una posizione “eccentrica” rispetto alla media europea (Istat, 2002).
Infatti, la fecondità italiana ha sempre avuto dei livelli più bassi rispetto alla media europea, sia nel periodo di massima espansione dal dopoguerra alla metà degli anni sessanta, definito baby boom, sia durante il periodo del declino durato trenta anni che ha portato al minimo storico nel 1995, sia nei giorni odierni, nonostante si sia assistito ad un lieve recupero della fecondità che, nel 2007, si è attestata a 1,341 figli in media per donna.
Quanto alla sopravvivenza, gli indicatori testimoniano che l’Italia è tra i paesi europei con la più alta speranza di vita per entrambi i sessi. Si è registrata, nel corso degli anni ’90, un’inversione fra presenza di giovani e presenza di anziani, in particolare, il Rapporto Annuale (2002) dell’Istat ricorda che “l’Italia è oggi il paese con l’indice di vecchiaia più alto del mondo (133 persone di 65 anni e oltre ogni 100 persone sotto i 15 anni). Rispetto a soli trenta anni fa la quota di popolazione con almeno 65 anni è aumentata dall’11,3% al 18,5%: quasi un italiano su 5. Nei prossimi trenta anni la medesima quota è destinata a crescere fino a sfiorare il 30%, quasi un italiano su tre”.
I progressi della mortalità, unitamente al calo dei livelli di fecondità, hanno determinato di fatto uno slittamento in avanti della soglia di ingresso nelle età anziane.
Per comprendere al meglio l’effetto di questi due fenomeni, è stata costruita una piramide per età della popolazione italiana, in cui viene messa a confronto la distribuzione per età della popolazione residente al primo gennaio 2006 e quella al Censimento del 1951 (cfr. Figura 1).

Figura 1: Piramide per età della popolazione residente, Italia, 1951 e 2006 (valori percentuali)
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Fonte: Censimento generale della popolazione (1951, de jure population) e Popolazione residente per età, sesso e stato civile al 1° gennaio 2006.

La base della piramide si presenta “erosa” nel 2006 rispetto al 1951; infatti, mentre la popolazione tra 0 e 4 anni nel 1951 risultava il 9,5% e l’8,7% rispettivamente per maschi e femmine sul totale della popolazione per sesso, nel 2006 questa percentuale si presenta pressoché dimezzata, risultando rispettivamente 4,9% e 4,4%.
Come si nota, la percentuale di ultrasettantenni risulta raddoppiata per entrambi i sessi ed è molto marcato il vantaggio femminile in termini di sopravvivenza rispetto agli uomini.
Per quantificare il fenomeno dell’invecchiamento, è stata considerata l’età di 65 anni, quella oltre la quale si colloca la popolazione tradizionalmente definita “anziana”.
Tale definizione risponde a criteri meramente economici, dal momento che 65 anni è l’età estrema fissata per l’ingresso nella fase pensionistica; tutti gli indicatori statistico-demografici che misurano l’invecchiamento della popolazione sono pertanto costruiti in funzione di tale soglia.
Nel 1951 i cosiddetti “anziani” erano l’8,2% e corrispondevano agli individui con 65 anni e oltre (cfr. tavola 1); nel 2006, sono invece gli individui con più di 76 anni a rappresentare l’8,2% circa della popolazione. Come emerge dal confronto delle età mediane delle popolazioni al 1951 e al 2006, 13 generazioni risultano “ringiovanite” fra i 29 e i 42 anni passando dalla popolazione più anziana a quella più giovane nei 55 anni trascorsi; ed altre 5 generazioni ringiovaniranno nei prossimi 15 anni sapendo che nel 2020 l’età mediana raggiungerà i 47 anni.

Tabella 1: Indicatori dell’invecchiamento della popolazione, Italia, 1951, 2001, 2006 and 20202
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Fonte: Censimento generale della popolazione (1951, de jure population) e Popolazione residente per età, sesso e stato civile al 1° gennaio 2006 e Previsione Istat sulla popolazione al 2020 nell’ipotesi centrale.

Attraverso gli indicatori demografici è possibile notare lo squilibrio tra popolazione giovane e adulta da un lato, e quello tra popolazione giovane e anziana dall’altro.
Negli ultimi 55 anni la quota della popolazione anziana si presenta più che raddoppiata, risultando nel 2006 pari al 19,7% sul totale della popolazione; in particolare, si nota l’effetto della maggiore longevità delle donne rispetto agli uomini. Nella popolazione femminile infatti, l’aumento della quota di popolazione anziana è ancora più marcato, facendo emergere un incremento del 155% rispetto al 122% nella popolazione maschile. Inoltre, a dispetto di una certa stabilità della quota di popolazione adulta, gli indicatori mostrano una caduta della proporzione dei giovani rispetto al totale.
Un indicatore sintetico dei problemi di sostenibilità legati alla variabile età è fornito dall’Indice di dipendenza; questo indice può essere scomposto a sua volta in due indici; uno relativo alla quota di popolazione giovane “dipendente” (green pressure) rispetto alla popolazione in età attiva, l’altro relativo alla popolazione anziana “dipendente” (grey pressure) rispetto alla popolazione in età attiva; la somma degli indici precedentemente descritti, ovvero l’Indice di dipendenza, misura il peso che grava sulla popolazione in età attiva in termini demografici, e fornisce dunque un’indicazione dei problemi di sostenibilità che tale squilibrio può creare. Mentre un’elevata “green pressure” è usualmente correlata con gli alti costi per l’istruzione, una consistente “grey pressure” è comunemente associata agli alti costi per salute e pensioni.
In Italia, l’alto Indice di dipendenza complessivo è dovuto principalmente all’alta proporzione di popolazione anziana, come confermato anche dall’Indice di vecchiaia; infatti, l’Indice di dipendenza degli anziani risulta dominante nell’indice complessivo ai giorni nostri. Al contrario, nel 1951 l’indicatore complessivo era assorbito dalla componente dei giovani ‘dipendenti’, essendo l’Italia di quegli anni caratterizzata da una popolazione giovane e in crescita; nel 1951 la “grey pressure” incideva per il solo 12,5%, mentre tale percentuale, secondo le previsioni attuali, risulterà triplicate nei prossimi 15 anni (36,4% secondo le stime al 2020).
L’Indice di vecchiaia è il migliore indicatore demografico dello squilibrio tra giovani e anziani, che meglio sintetizza l’invecchiamento di una popolazione; tale indicatore mostra come, nel 2006, ogni 100 giovani si contavano 140 anziani, e, secondo le previsioni Istat nello scenario più probabile, gli anziani saliranno, nei prossimi 15 anni, a 176 ogni 100 giovani.
Se consideriamo la quota di popolazione ultraottantenne, vediamo come rispetto al 1951, in cui gli ottantenni rappresentavano circa l’1% della popolazione, nel 2006 tale valore si presentava quintuplicato; inoltre, nella previsione della popolazione al 2020, la quota degli ultraottantenni è destinata a crescere, raggiungendo il 7,5% della popolazione.
Aldilà delle possibili variazioni più o meno marcate dello scenario previsto per futuro, rimane la necessità di relazionarsi con la presenza sempre più massiccia degli anziani; dalle previsioni demografiche è evidente l’esigenza di programmi d’intervento ad opera dei policy makers destinati ad assorbire l’impatto sulle diverse sfere sociali — salute, sistema previdenziale, potenziale umano — e sul miglioramento dei servizi sanitari e assistenziali. Infatti, “le tematiche direttamente legate alla definizione di politiche sociali orientate alla correzione delle “distorsioni” che caratterizzano demografia, mercato del lavoro e produttività, rendono crescente la necessità di ricorrere con maggiore frequenza a benchmark demografici aggiornati” (Istat, 2006).
Le previsioni Istat rilasciate su base nazionale, costruite utilizzando i dati demografici di base più recenti, forniscono un quadro aggiornato delle dinamiche demografiche future, dando dunque indicazioni riguardo alla “sostenibilità” del sistema, sia pur solo dal punto di vista demografico. Le previsioni calcolate su base 2005 arrivano fino al 2050; tuttavia, nel presente lavoro è stato ritenuto più indicato riferire la nostra analisi al 2020. In generale, tra il 2005 e il 2050 si suppone un miglioramento dei livelli di sopravvivenza: la vita media degli uomini cresce da 77,4 anni nel 2005 a 83,6 nel 2050; quella delle donne da 83,3 anni a 88,8. Anche per la fecondità si ipotizza un aumento, sia pur contenuto, da 1,3 figli per donna nel 2005 a 1,6 figli per donna nel 2050. L’ipotesi del suddetto aumento trae il suo fondamento nel trend recentissimo della fecondità, che vede sempre di più l’affermazione di un modello riproduttivo posticipato; l’aumento dell’indicatore congiunturale potrebbe essere l’effetto del calendario posticipato delle generazioni di donne del baby-boom che stanno realizzando ora la loro fecondità; tuttavia, poiché posticipare la decisione della maternità comporta di fatto una rinuncia ad avere una famiglia numerosa per motivi biologici, è impensabile che la fecondità italiana possa tornare ai livelli sperimentati nel corso degli anni del baby-boom, intorno o oltre ai due figli per donna, ovvero oltre la cosiddetta “soglia di rimpiazzo”.


Cinzia Castagnaro: Professore Ordinario di Demografia, Facoltà di Economia, Università di Roma La Sapienza.
Raimondo Cagiano de Azevedo: Istat — Direzione Centrale per le Indagini sulle Istituzioni Sociali, Servizio Popolazione, Istruzione e Cultura.
1 Dato stimato, Istat, 2008.
2 L’Indice di vecchiaia è stato ottenuto rapportando la popolazione con 65 anni e più (grey pressure) a quella tra 0 e 14 anni (green pressure), per 100. L’Indice di dipendenza è stato ottenuto sommando la popolazione con 65 anni e più (grey pressure) a quella tra 0 e 14 anni (green pressure) e rapportando la somma alla popolazione tra i 15 e 64 anni (in età attiva), per 100.
L’Indice di dipendenza degli anziani è stato ottenuto rapportando la popolazione con 65 anni e più (grey pressure) alla popolazione tra i 15 e 64 anni (in età attiva), per 100.


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