QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

L’assicurazione: una protagonista del New Welfare

5. I limiti culturali del sistema Italia

Fino a oggi, i lavoratori italiani sono stati piuttosto riluttanti a convertire il proprio Trattamento di Fine Rapporto in una forma pensionistica privata: il principale ostacolo alla diffusione di questa forma previdenziale è un limite culturale, cioè l’inclinazione a una prudenza acritica e disinformata. Se guardiamo le statistiche di chi ha sottoscritto un fondo collettivo o un PIP (Piano Individuale Previdenziale), ci accorgiamo che a ricorrere alla previdenza integrativa sono per lo più famiglie che hanno un’elevata capacità di raccogliere, valutare ed elaborare informazioni di tipo finanziario. Questo dato conferma l’esigenza di formare nella popolazione, in particolare nei giovani, una più profonda conoscenza dei mezzi finanziari e una cultura orientata al futuro, propensa alla pianificazione di lungo termine e consapevole dei rischi anche lontani nel tempo. Mentre nei paesi del nord Europa l’esigenza di accrescere il tasso di alfabetizzazione finanziaria (financial education) è sentito come urgente, ed è oggetto di campagne informative ad hoc, oggi in Italia c’è ancora un numero troppo alto di lavoratori che sovrastima la quota di previdenza pubblica di cui godrà al momento del pensionamento, che sarà inferiore al 50% dell’ultimo stipendio.

6. Longevità come risorsa

È sufficiente il fattore conoscenza per fare fronte al rischio di un collasso del sistema previdenziale italiano? Certamente no. Accanto alla necessità di una più diffusa e maggiore informazione finanziaria, dobbiamo considerare con attenzione gli obiettivi stabiliti nelle Agende di Lisbona, Stoccolma e Barcellona per garantire la sostenibilità dei sistemi economici e sociali dei paesi europei. Se nel marzo del 2000 il Consiglio europeo straordinario di Lisbona sottolineò che nel mercato del lavoro europeo “il tasso di occupazione è eccessivamente basso e caratterizzato da un’insufficiente partecipazione al mercato del lavoro di donne e lavoratori anziani”, appaiono ancora più vincolanti i traguardi di Stoccolma, che ha stabilito al 50% il tasso di partecipazione dei lavoratori maturi che dovrà raggiungere la Comunità Europea entro il 2010, e Barcellona, dove l’età media di cessazione dal lavoro è stata fissata a 65,4 anni. A questo riguardo è doveroso rimarcare che mentre altri paesi europei come il Regno Unito o la Svezia sono prossimi a tali obiettivi o li hanno addirittura superati, in Italia il tasso di partecipazione dei lavoratori maturi, cioè di età compresa tra i 55 e i 64 anni è del 31,4%, con un’età media di cessazione del lavoro di 59,7 anni. Tuttavia, come ci ricorda Cicerone nel De Senectute, “non con la forza, con la rapidità o l’agilità della persona, bensì con il senno, con l’autorità e l’insegnamento si compiono le grandi imprese: sono queste le doti delle quali la vecchiaia non solo non rimane priva, ma si fa solitamente più ricca”. Per aumentare la presenza di persone “mature” all’interno del mondo del lavoro sarà importante che il sistema economico-produttivo valorizzi il patrimonio di conoscenza di chi ha grande esperienza, affidando a queste figure ruoli meno operativi ma più di indirizzo e consulenza strategica. Occorre quindi ripensare il mondo del lavoro alla luce di una diversa visione dell’invecchiamento e del contributo che il lavoratore maturo può dare: si tratta, in sintesi, di operare un salto culturale in avanti, verso una concezione che individua nella longevità una risorsa preziosa, tanto più importante in un contesto competitivo in cui il valore aggiunto è sempre più costituito da valori ed elementi immateriali. Risulta quindi fondamentale, in questo senso, investire nel capitale umano, cioè in una formazione continua e allargata a ogni fase della vita professionale. Ripensare il legame tra economia e longevità, in definitiva, ci permetterà non soltanto di rispettare gli obiettivi comunitari che intendono preservare la sostenibilità dei sistemi sociali continentali, ma offrirà una carta in più per governare l’economia della conoscenza.
Tutto ciò significa che l’attuale sistema previdenziale non solo dovrà evolvere verso un modello a tre pilastri, ma fondarsi su uno “schema a quattro”, migliorando in solidità e flessibilità.

7. Integrazione tra Pubblico e Privato: il ruolo delle Assicurazioni

In un contesto dinamico e in rapida evoluzione, quale compito sono chiamate a svolgere le società assicurative? Con la responsabilità sociale d’impresa, le Compagnie hanno arricchito il tradizionale ruolo di fornitore di polizze e coperture con la dimensione etica del business, diventando di fatto attori sociali, protagonisti insieme all’ente pubblico nella realizzazione del bene comune attraverso il sostegno a iniziative culturali, sportive e di solidarietà. L’integrazione e la complementarità dell’azione pubblico-privata si estende al settore previdenziale, dove la graduale affermazione del sistema pensionistico multipilastro aprirà alle Compagnie nuove opportunità di sviluppo ma anche nuove responsabilità e un ruolo sociale sempre più rilevante. La funzione assicurativa sta cambiando anche in ambito sanitario, dove l’assicuratore non è più soltanto la figura che materialmente paga una prestazione sanitaria a titolo di indennizzo, ma è ormai un vero e proprio Care Manager, vale a dire un gestore dell’assistenza sanitaria.
Lo scenario economico-sociale in cui viviamo, in definitiva, spinge le imprese assicurative a rafforzare ulteriormente la propria mission sociale, trasformando così la percezione dell’assicurazione presso il pubblico da semplice tariffa a public utility orientata sul lungo periodo.
L’integrazione sinergica tra Pubblico e Privato — in particolare Assicurazioni e Banche — potrà concretizzarsi appieno solo all’interno di un sistema regolamentare basato su chiarezza, certezza e capacità di “guardare lontano”.


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