QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Una montagna troppo lontana? La saga dei conti individuali previdenziali negli Stati Uniti

7. Ce la farà il Senatore Bennett?

Il dibattito sulla sicurezza sociale è giunto a un’impasse a causa dei conti individuali. La strategia del Senatore Bennett sembra la più promettente se si desidera dare una scossa ai negoziati sulla solvibilità pur continuando a permettere ai repubblicani di fare pressione a favore dei conti individuali. I fautori di questi ultimi — i quali possono contare sul migliore portavoce possibile, il Presidente Bush — negli ultimi 18 mesi si sono adoperati senza risparmiarsi per spiegarne i benefici al pubblico. Tuttavia, le buone politiche non sempre sono realizzabili. I medesimi cambiamenti demografici causa dei problemi finanziari della previdenza pubblica sono in parte responsabili del clima politico ostile alle riforme strutturali.
Gli americani in pensione o prossimi al pensionamento aumentano vertiginosamente e dispongono di lobby molto sofisticate ed efficaci che si oppongono ai conti individuali. Gli anziani sono quelli che meno hanno da guadagnare — e più da temere — dai conti individuali per via dall’andamento dei costi di transizione. I lavoratori più giovani — quelli che hanno più da guadagnare dai conti individuali e da perdere a seguito dei futuri tagli alle prestazioni se il Congresso continuerà a non fare nulla — formano una forza politica meno potente e non dispongono di una lobby organizzata in maniera efficiente. Inoltre, le associazioni di anziani e i loro rappresentanti sono spinti da motivazioni più forti perché si trovano a dovere difendere in concreto le prestazioni tradizionali. Al contrario, per i giovani i conti individuali non sono altro che un’astrazione politica.
Tutto quello che si poteva fare per promuovere i conti individuali è stato fatto e più si va avanti, più il consenso pubblico sembra scemare, invece di crescere. Inoltre, il muro contro muro a livello politico sulla questione impedisce un dialogo costruttivo in un settore in cui tutte le generazioni desiderano che si faccia qualcosa per garantire la solvibilità del sistema. Forse è il caso di mettere da parte i conti individuali, almeno per un po’. Le richieste insistite affinché i tentativi di riforma affrontino entrambe le questioni simultaneamente potranno solo condurre a un atteggiamento ancor più demagogico da entrambe le parti sul problema della “privatizzazione” della previdenza sociale, spaventando ulteriormente gli americani e contribuendo a nascondere il fatto che i fautori dei conti individuali non sono riusciti a presentare una proposta alternativa.
Inoltre, chi è favorevole ai conti individuali dovrebbe prestare orecchio alle proposte di modifica avanzate dal Senatore Bennett. Persino i democratici hanno ammesso che i conti individuali potrebbero favorire i lavoratori a basso reddito, di cui solo un quinto aderisce a piani di pensionamento privati tipo 401(k) o IRA. I democratici hanno fatto capire che appoggerebbero i conti individuali che si configurassero come “strumenti paralleli”, cioè finanziati da contributi aggiuntivi rispetto alle imposte sul ruolo paga. L’opera di “intaglio” che caratterizza l’approccio del Senatore Bennett rappresenta un buon compromesso tra il “ritaglio” dei conti e le mere “aggiunte”. Adottando tale approccio, da astrazione politica i conti individuali diventerebbero una realtà concreta, otterrebbero un maggior consenso e forse si creerebbe un clima migliore anche per riforme di più ampio respiro.
Recentemente mi è capitato di chiedere al mio ex datore di lavoro, il Senatore Robert Dole, nel 1983 Presidente della Commissione finanze al Senato e co-presidente della Commissione Greenspan, perché allora si era riusciti a raggiungere un accordo bipartisan, mentre oggi sembra impossibile. La risposta è stata semplicissima: “Dovevamo fare qualcosa o non sarebbe stato possibile pagare le pensioni”. Speriamo che il Congresso stavolta non aspetti di scorgere una crisi dietro l’angolo prima di agire. Le decisioni si faranno più difficili ogni anno che passa. Io sono un esponente della generazione del baby boom ma un sistema previdenziale insolvente non è il tipo di eredità che desidero lasciare ai miei figli, e penso che altri esponenti della mia generazione siano d’accordo con me.


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