QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Lavorare oltre i 60 anni: aspetti fondamentali e raccomandazioni

3. Chi potrebbe e vorrebbe lavorare dopo i 60 anni?

3.1 Il bisogno di tener conto delle differenze e l’importanza dell’equità

Quando le aziende adottano e applicano politiche volte al prolungamento della vita lavorativa, grande importanza viene assegnata al bisogno di tener conto delle differenze. Ciò avviene perché gli accessi al mercato del lavoro avvengono a età diverse e in situazioni personali differenti, come diversa è l’aspettativa di vita di ciascuno.


3.2 Periodi di istruzione e formazione prolungati

Nel corso delle ultime due generazioni, in tutti i Paesi sviluppati si è avuta una vera e propria rivoluzione in seguito alla quale in genere i giovani beneficiano di periodi di istruzione e formazione molto più lunghi che in passato, risultando maggiormente qualificati. Mai come ora i giovani sono entrati tardi a far parte del mondo del lavoro. Pur con variazioni in funzione dei singoli Paesi, in genere ciò avviene intorno ai 20 anni o anche dopo. Per esempio, l’età media in cui si inizia a lavorare risulta tra le più alte dell’UE in Francia e in Germania (rispettivamente 21 e 22 anni), è leggermente inferiore nel Regno Unito (circa 20 anni) e tocca la soglia minima in Danimarca, dove si avvicina ai 18 anni. Questi valori differiscono enormemente dall’età in cui hanno iniziato a lavorare molti di coloro i quali stanno per andare in pensione oggi (tra i 14 e i 17 anni). Il momento in cui i giovani ottengono il primo impiego cambia non solo da una generazione all’altra, ma anche nello spazio di una sola generazione e dipende principalmente dal livello di istruzione raggiunto. Ovviamente, se il sistema pensionistico prevede almeno 40 anni di contributi, risulterà fondamentale l’età a cui si inizia a lavorare. Proprio per questo motivo, molti sociologi pensano che sia ingiusto imporre a tutti la medesima età pensionabile. A ciò si aggiunga che le mansioni svolte differiscono enormemente a seconda del settore e della categoria professionali considerati. Per esempio, i lavoratori del comparto dell’edilizia non sono evidentemente in grado di continuare a svolgere le proprie mansioni per 40 anni ed è assolutamente necessario prevedere un’età pensionabile diversa.


3.3 L’età pensionabile deve essere stabilita in funzione delle condizioni di lavoro?

L’età pensionabile dovrebbe dunque essere stabilita in base alle condizioni più o meno usuranti del lavoro svolto? In linea di principio la risposta è sì, ed è proprio per questo motivo che ciò già avviene, tra gli altri, nel caso dei vigili del fuoco, del personale militare e dei piloti di aerei. Oggi tutti i Paesi prevedono condizioni specifiche per determinate categorie di lavoratori.
In Svizzera, l’età pensionabile delle donne va aumentando e, dietro consiglio dell’OCSE, si sta considerando la possibilità di arrivare a 67 anni per tutti. Ciononostante, qualche anno fa, l’età pensionabile degli addetti all’edilizia è stata ridotta da 65 a 60 anni in considerazione delle condizioni di lavoro usuranti, ma anche per abbassare il tasso di invalidità del comparto.
Anche se il fattore appena descritto è stato e in parte continua a essere responsabile dei pensionamenti anticipati in alcuni settori, in molti casi si è verificato un netto miglioramento. In passato nelle miniere di carbone il lavoro era estremamente usurante, ma nella maggior parte degli stati europei, se non in tutti, i minatori si possono dire estinti: oggi forse guidano un treno ad alta velocità e, anche se sotto molti punti di vista tale compito comporta maggiori responsabilità, non è certamente faticoso come lo era condurre una locomotiva a vapore 50 o 60 anni fa.
È necessario mantenere i privilegi e le prerogative concessi in passato ora che la situazione è cambiata? Quasi sicuramente no. Tuttavia, in molti casi, la seconda metà della vita lavorativa va profondamente riconsiderata e ridisegnata per prevedere mansioni che richiedano minor sforzo fisico e risultino più sedentarie. In alternativa, i vigili del fuoco e le infermiere che devono andare in pensione prima dei loro coetanei potrebbero trovare un impiego part-time di altro tipo. Per esempio i settori dell’educazione, delle iniziative culturali e della formazione offrono molte opportunità per iniziare una nuova “carriera”.
Gli esempi sono numerosi. Ne forniamo alcuni a titolo illustrativo, ma il lettore non avrà sicuramente difficoltà a immaginarne altri. Dopo i 55 anni i membri del personale infermieristico trovano spesso difficile continuare a lavorare a tempo pieno in ospedale. Tuttavia, essi dispongono di esperienza e conoscenze e spesso sanno come trattare i pazienti; sarebbe dunque possibile assegnare loro funzioni diverse, per esempio al centralino dell’ospedale (per le emergenze), nelle scuole, nelle strutture mobili per l’emotrasfusione, nell’assistenza sanitaria a lungo termine per gli anziani residenti in città o nell’assistenza a domicilio per pazienti in età avanzata che necessitano di una presenza competente e di conforto morale. Anche gli insegnanti dopo i 55 anni e 30 anni di esperienza trovano difficile il loro lavoro. In molti casi se ne potrebbe ridurre l’orario lavorativo per trasferirli ad altre mansioni retribuite (biblioteche, librerie, lezioni private, attività in enti non governativi, ecc.). Anche i servizi al cittadino offerti dai comuni si giovano dell’apporto di personale di esperienza proveniente da background diversi e quindi rappresenterebbero uno sbocco valido per continuare a lavorare.


3.4 Differenze nella speranza di vita

È possibile misurare quanto usurante sia un lavoro o una mansione? È sicuramente difficile, soprattutto quando le condizioni di lavoro cambiano continuamente. In presenza dei dati necessari, uno degli approcci evidentemente più funzionali consiste nell’esaminare la speranza di vita e il possibile sviluppo delle condizioni di salute. In media, in Francia, la speranza di vita di un collaboratore domestico trentacinquenne è 36,5 anni, quella di un colletto blu 37. Al contrario, la speranza di vita di dirigenti statali, artisti e lavoratori di concetto sale a 46 anni. La notevole differenza relativa alla speranza di vita tra categorie di lavoratori nel caso degli uomini è doppia rispetto alle donne.12
È per questi motivi che il concetto di età pensionabile dovrebbe essere gradualmente sostituito dal numero di anni di versamento dei contributi per la pensione. È di fondamentale importanza che in futuro i regimi pensionistici si basino su criteri più oggettivi ed equi di quanto non abbiano fatto finora. Le riforme analoghe a quelle adottate in Svezia13 seguono in gran parte questi principi. Tra l’altro, tranne in casi eccezionali in cui il prepensionamento rappresenta una compensazione per svantaggi acclarati, si è parlato della necessità di riallineare le condizioni dei dipendenti del settore pubblico e di quello privato. Nella maggior parte dei casi, tra cui anche l’Italia, si è riusciti a rispettare questi criteri, anche se in altri, come in Francia, esistono ancora notevoli disparità relative all’età e alle condizioni di pensionamento.
Se dunque, per chiari motivi economici e finanziari, la società chiede ai lavoratori di rimanere più a lungo sul mercato del lavoro, occorre anche accettare il fatto che le fasi finali della vita lavorativa di ciascuno presentino delle differenze. Il dibattito pubblico sulla questione e le politiche che determina devono dunque stabilire un numero ridotto di eccezioni all’innalzamento dell’età pensionabile, contribuendo a confermare le nuove normative e a consolidare linee di condotta valide per il futuro.
In altre parole, se si intende evitare che tali misure vengano osteggiate, le imprese e le autorità pubbliche devono far sì che il nuovo corso preveda un’ampia gamma di possibilità in fine carriera e di modalità di transizione verso la pensione.14 Questa diversità si limiterebbe a riflettere le caratteristiche dei comparti, delle professioni, delle categorie in cui si dividono lavoratori e individui e delle preferenze culturali di cui occorre tenere conto.


3.5 Il bisogno di flessibilità e l’importanza di una scelta informata

In gran parte dei Paesi europei, negli ultimi 25 anni il mercato del lavoro si è fatto estremamente più flessibile. Le nuove funzioni della nostra economia dei servizi hanno contribuito grandemente a promuovere e rafforzare tale tendenza, tanto che i lavori atipici hanno conquistato uno spazio enorme. La flessibilità degli orari oggi è fondamentale non solo per chi ha figli piccoli e deve conciliare famiglia e lavoro, ma anche per chi si trova al termine della vita lavorativa, rendendo sia possibile che necessario continuare a lavorare. Tuttavia, nel caso di mansioni a tempo pieno, tale prolungamento potrà avvenire solo in pochi casi, come i lavoratori autonomi, i quali usufruiscono di orari di per sé più flessibili, chi gode di buone condizioni di salute e chi ricava maggiori soddisfazioni dal proprio lavoro. Al contrario, il dipendente medio sarà con tutta probabilità più disposto a lavorare più a lungo se potrà usufruire del part-time e quindi disporre di più tempo libero da dedicare ad attività esterne al campo lavorativo. Anche le imprese beneficeranno della situazione poiché è ormai provato che il tempo parziale riduce l’assenteismo e il costo dei lavoratori anziani. In poche parole, una simile soluzione faciliterebbe il passaggio dal lavoro alla pensione sia per l’azienda che per il lavoratore. In tutta Europa, le aziende che hanno adottato questo approccio per prolungare la vita lavorativa per mezzo del part-time sono rimaste molto soddisfatte dei risultati.

12 Conseil Economique et Social (2001).
13 Reday-Mulvey (1999, pp. 461-472).
14 Reday-Mulvey (1999, pp. 461-472).


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