QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Verso il nuovo welfare: punti di arrivo

Quasi vent’anni orsono, in un programma di ricerca intitolato “I Quattro Pilastri”, l’Associazione di Ginevra, considerando l’allungamento in vari paesi del ciclo di vita, ipotizzava che prima o poi si sarebbe cominciato a ritardare l’età della pensione. Le prime reazioni a questa ipotesi furono decisamente negative: si mandino a casa le persone più anziane — si diceva — e largo ai giovani.
Occorre tener presente che in Italia, come ha recentemente ribadito il governatore della Banca d’Italia, il tasso di occupazione nella fascia di età tra 55 e 64 anni supera di poco il 31%: oltre 10 punti in meno rispetto alla media dell’Unione Europea; quasi venti punti al di sotto dell’obiettivo per il 2010 condiviso dall’Italia al Consiglio europeo di Lisbona nel 2000.
Quasi nessuno oggi osa riprendere quest’ultimo argomento perché significa far pagare ai giovani il peso di una popolazione che al momento del pensionamento effettivo ha in media circa 20 anni da vivere. L’articolo dei giovani Fernandez e Wollgam (vedi il n. 4 di questi quaderni) inoltre mette in evidenza la preoccupazione che esista, fra 30 anni, un sistema di pensionamento “sostenibile”, soprattutto per i giovani di oggi.
L’età della pensione dipende dai rapporti all’interno delle generazioni e una popolazione come la nostra, per la quale l’età media è aumentata di oltre 3 anni, è destinata a dover affrontare una vera e propria crisi del sistema pensionistico. Quindi è necessario assicurare l’equilibrio finanziario nel lungo periodo del sistema, dato che nel 2038 la spesa aumenterebbe del 2% del PIL.
Vediamo quindi di elencare brevemente, per i prossimi, non lontani decenni, alcuni punti chiave di arrivo verso il nuovo welfare, che sono spesso alquanto offuscati:
• l’allungamento della vita attiva, sotto varie forme, non è una punizione, ma una grande opportunità: è il modo migliore per essere vivi, in migliore salute, integrati nella società. Per la grande maggioranza di coloro che arrivano almeno agli 80 anni, si devono aprire le strade e le mentalità, verso la valorizzazione di un nuovo continente umano e sociale. Naturalmente con programmi e possibilità di formazione e di nuove opportunità. Vivere in un’economia fondata ormai prevalentemente su funzioni di servizio, facilita questo sviluppo;
• molte imprese, in varie parti del mondo, hanno cominciato negli ultimi anni a riscoprire e valorizzare il contributo fornito dai lavoratori anziani con la loro esperienza;
• elemento chiave in questo quadro è il lavoro a tempo parziale, anche se alcuni potranno naturalmente lavorare a tempo pieno. Il cosiddetto lavoro a metà tempo (attorno alle 20 ore settimanali) dovrebbe diventare il fondamento (lo “stumbling block”) del nuovo welfare, a partire dai 60 anni o con vari metodi graduali. Comunque sia il pensionamento obbligatorio a qualunque età sarà molto probabilmente, via via, abolito;
• altro elemento essenziale: combinare lavoro e pensione in proporzioni adeguate. Ci sono già molti esempi, che cominciano a farsi luce in questa direzione, soprattutto nei paesi europei del nord. Alcuni paesi hanno già in pratica previsto le conseguenze fiscali di questa soluzione, che rende il costo del lavoro degli anziani (soprattutto a partire dai 65 anni) meno oneroso e migliora nello stesso tempo il gettito fiscale;
• il sistema di pensionamento per ripartizione, dovrà via via cercare di rispondere sempre meglio a criteri di giustizia retributiva. Il sistema svizzero attuale è probabilmente il più adeguato in questo senso.
• il sistema di pensionamento per capitalizzazione, generalizzato (che alcuni paesi hanno già reso obbligatorio), dovrà rispondere sempre meglio a criteri di responsabilizzazione personale delle persone e delle famiglie, legato a politiche serie di controllo dell’inflazione;
• le spese sanitarie che in Italia, nei prossimi 30 anni, potrebbero anche raddoppiare in percentuale al PIL, dovrebbero potersi gestire ed essere meglio garantite, da un sistema di doppio pilastro, come nel caso del pensionamento. Si creeranno anche dei ponti fra pensionamento e spese sanitarie (sia nella logica della ripartizione che in quella della capitalizzazione);
• si dovrebbe arrivare prima o poi a una sintesi dei vari sistemi di “negative income tax”, redditi detti di “cittadinanza”, sovvenzioni e contributi di varie origini, che riguardano non solo gli anziani indigenti, ma l’insieme della popolazione;
• per quel che riguarda la politica europea, questa è ancora di una estrema timidità (anche sul piano degli studi) in questo settore chiave per il futuro sociale e umano dell’ Europa e del mondo. Si avanza sovente l’ipotesi che i sistemi di protezione sociale resteranno diversi perchè dipendono dalla storia, dalla cultura e dalle tradizioni di ogni paese: se si tratta di attività benevole e comunque non monetizzate, ciò è spesso vero. In alcuni paesi africani, ad esempio, è più efficiente curare i malati in ospedale con l’ausilio e la presenza della famiglia. Ma sul piano delle attività monetizzate, le differenze fra paesi traducono quasi sempre gradi diversi di efficienza sia economica che sociale. E per tutti i paesi europei (e di gran parte del mondo, oggi o domani) i problemi di fondo sono essenzialmente gli stessi: allungamento del ciclo di vita, raccolta, gestione e distribuzione delle risorse finanziarie e tecnologiche. Tutto deve convergere per il miglior benessere dei cittadini.
L’Unione Europea dovrebbe poter confrontare tutti i sistemi, misure e politiche, per facilitare la scelta delle più vantaggiose: da qui nascerà prima o poi una vera politica del Nuovo Welfare in Europa, che contemperi sia criteri di solidarietà che di efficienza. È a questo livello che l’Europa si guadagnerà una credibilità e un consenso più profondi, dove le promesse di un domani migliore saranno meglio fondate. Un domani che si misurerà dal fatto di saper conquistare e valorizzare il grande capitale umano dei “dopo 60 anni” — e non si dica ancora che questi problemi riguardano solo i paesi più avanzati e “vecchi”. Tutti i paesi “giovani” con folte schiere di popolazioni sotto i 30 o magari sotto i 20 anni, saranno i “vecchi “ che si aggiungeranno fra pochi decenni alle statistiche demografiche sull’invecchiamento del pianeta. Non si tratta però di invecchiamento, ma di allungamento del ciclo di vita, che è ben altra cosa.
Approfitti l’Europa per gestire il fenomeno dello “svecchiamento” dal punto di vista di una prospettiva di “svecchiamento”. Significa essere avanti nelle cose e preparare il futuro. I Quaderni Europei cercano di apportare un modestissimo contributo in questa direzione.
Il tema conduttore di questo numero è l’analisi delle dinamiche dei sistemi previdenziali, in particolare le policy che riguardano il pensionamento flessibile e la possibilità di continuare a lavorare una volta raggiunta l’età pensionabile.
In particolare in questo numero Elsa Fornero e Chiara Monticone analizzano il pensionamento flessibile in Europa, quale proposta realizzabile per affrontare l’invecchiamento della popolazione europea e la questione della sostenibilità dei sistemi pensionistici, esaminando soprattutto il caso italiano, con gli interventi legislativi realizzati negli ultimi decenni, ed evidenziando come alcuni elementi di flessibilità siano stati ridotti.
L’articolo di Marcello Messori offre un’analisi aggiornata della previdenza complementare italiana alla luce delle più recenti evoluzioni legislative, mostrando accanto agli elementi positivi i limiti delle direttive COVIP, della legge finanziaria e dei decreti legislativi. Benché il tasso di adesione atteso sia elevato (si stima un’adesione del 70% dei lavoratori dipendenti), permane un deficit di concorrenza fra fondi pensione collettivi (quote significative nella grande e media impresa) e quelli aperti (quote potenzialmente importanti nella piccola impresa) determinano un ostacolo per il rafforzamento della previdenza complementare, mentre allo stato attuale rimangono esclusi sia i lavoratori autonomi, che non dispongono del TFR e che hanno i più bassi tassi di sostituzione da primo pilastro previdenziale, sia i lavoratori dipendenti pubblici. L’invito è a colmare le carenze legislative per rafforzare l’ancora giovane previdenza complementare alla luce dell’esperienza internazionale e delle specificità nazionali.
Per gli Stati Uniti, Yung-Ping Chen e John Scott mettono in evidenza come il tasso di partecipazione dei lavoratori in età avanzata continui ad aumentare, vista la possibilità di adottare il pensionamento graduale. Nell’articolo vengono analizzati i fattori che conducono alla scelta di tale opzione da parte dei lavoratori e l’impatto economico di tale opportunità.
Sheila Bair propone invece una panoramica sulla storia dei conti individuali previdenziali e l’attuale dibattito sulla riforma della previdenza negli Stati Uniti.
Geneviève Reday-Mulvey nel suo contributo “Lavorare dopo i 60 anni” tratto dal libro “Work beyond 60” (pubblicato nel 2005), sostiene l’idea del prolungamento flessibile della vita lavorativa. Sottolinea la necessità di incoraggiare politiche che permettano di continuare a lavorare part-time dopo i 60 anni, ma anche la possibilità per alcune categorie di lavoratori che svolgono i cosiddetti lavori usuranti di andare in pensione prima di chi svolge lavori di natura intellettuale.
Bernard Casey da un lato sottolinea il ruolo svolto dalla struttura dell’industria nell’affrontare la sfida dell’occupazione degli anziani mettendo nel contempo in evidenza le incongruenze del modello giapponese. Dall’altro lato rileva la difficoltà di individuare e sviluppare politiche e pratiche volte a migliorare l’impiegabilità degli anziani.
In un breve commento Raimondo Cagiano e Benedetta Cassani sottolineano invece come fra pensione e vecchiaia il passo sia lungo.
Manuela Stranges analizza poi i tassi di partecipazione dei lavoratori maturi in Italia cercando di individuare gli strumenti che possono incoraggiare l’aumento a tale partecipazione. L’autrice individua nei programmi di apprendimento continuo uno degli strumenti per favorire la partecipazione dei lavoratori maturi all’interno del mercato del lavoro.
Cristina Giudici mette in evidenza il legame tra la durata e la qualità della vita. In modo particolare l’articolo tratta di che cosa si intende per “qualità” e come interagiscono i fattori economici e sociali sulla qualità della vita.
L’articolo sulla relazione tra il portafoglio delle famiglie e la previdenza di Daniele Fano e Teresa Sbano, pone in primo piano la necessità di rispondere all’allungamento del ciclo di vita con soluzioni finanziarie “articolate” e “flessibili” in grado di ottimizzare la gestione del risparmio al medio-lungo termine.
Infine, Johann Eekhoff, Markus Jankowski, Anne zimmermann, prendono in esame le assicurazioni malattia sul mercato privato tedesco e le possibilità di rafforzare la concorrenza sul mercato delle assicurazioni malattie private.
Ringraziamo ancora i lettori dei Quaderni per qualsiasi commento, proposta e suggerimento affinché la nostra pubblicazione si arricchisca di ulteriori contributi e possa diventare il punto di riferimento della COUNTER-AGEING SOCIETY.



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