QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il pensionamento progressivo negli USA: chi lo sceglie e a che scopo?

3.2 Definire e misurare il pensionamento parziale

Anche se il presente articolo si concentra principalmente sul pensionamento progressivo, ci accingiamo a discutere gli studi relativi al pensionamento parziale alla luce dei punti di somiglianza che accomunano i due sistemi. Per comodità si utilizzerà l’espressione “pensionamento parziale” per indicare lo svolgimento di mansioni part-time a favore di un datore di lavoro diverso da quello per il quale si è lavorato nel corso della propria carriera professionale. Tuttavia, nella maggior parte delle ricerche sulle alternative al pensionamento completo questo termine viene impiegato per riferirsi a qualsiasi riduzione graduale dell’attività lavorativa, a prescindere dall’identità del datore di lavoro.
I tassi di partecipazione alla popolazione attiva vengono comunemente utilizzati quali indici della prosecuzione dell’attività lavorativa da parte di soggetti anziani (Quinn, 1999; Toossi, 2002; 2004), anche se si tratta di strumenti poco adatti a rendere conto della transizione dal lavoro alla pensione. In un qualsiasi momento, il tasso di partecipazione alla popolazione attiva rilevato per una fascia di età avanzata è dato dal numero degli anziani che abbandonano la popolazione attiva e di quelli che entrano a farne parte: di conseguenza non si tratta di un flusso unidirezionale di individui dal lavoro alla pensione. Sono dunque necessarie altre misurazione per valutare le variazioni relative alla situazione pensionistica (Hayward et al., 1994).
Un ulteriore aspetto teorico riguarda il valore attribuibile alle valutazioni personali rispetto a uno standard oggettivo come le ore lavorate o il reddito da lavoro. È abbastanza chiaro che l’autovalutazione circa lo status di pensionato possa evidenziare differenze sostanziali rispetto a una misurazione oggettiva (Honig e Hanoch, 1985; Ruhm, 1990; Gustman e Steinmeier, 2001; ma cfr. anche la nota 7 in Gustman e Steinmeier, 1984). Molti tra quelli che si descrivono come pensionati parziali percepiscono una retribuzione uguale o analoga allo stipendio precedente, mentre molti di quelli che hanno assistito a una riduzione dello stipendio si considerano dipendenti o pensionati a tempo pieno (Honig e Hanoch, 1985: 23). Si vede dunque che affidarsi esclusivamente alle autovalutazioni può non essere molto utile se si vogliono analizzare i dettagli del passaggio dal lavoro alla pensione.
Anche le misurazioni assolutamente oggettive possono nascondere delle insidie. Per esempio, la diminuzione della retribuzione, sia essa dovuta a demansionamento o trasferimento, potrebbe far erroneamente concludere che siamo di fronte a un pensionamento progressivo, mentre in realtà il soggetto non ha ridotto l’orario di lavoro né ha iniziato la transizione verso il pieno pensionamento. L’utilità dell’autovalutazione risiede nel fatto che ci dà un’idea delle intenzioni individuali. Alcuni degli studi descritti più avanti si rifanno a una definizione del pensionamento parziale che è il risultato congiunto dell’autovalutazione e di misurazioni oggettive (Ruhm, 1990). L’approccio qui utilizzato, come è stato descritto nel paragrafo dedicato alla metodologia, ai risultati dell’autovalutazione affianca l’analisi delle variazioni delle ore lavorate.
Gustman and Steinmeier hanno condotto una delle prime ricerche empiriche su quello che hanno definito “pensionamento parziale”. Grazie alle prime quattro onde dello studio storico sulle pensioni realizzato dalla previdenza americana (Social Security Administration’s Retirement History Study—RHS), consistente in un’indagine longitudinale condotta su soggetti maschi in età compresa tra i 58 e i 63 anni all’inizio dei rilevamenti nel 1969, si è dimostrato che non è corretto affidarsi a un esito dicotomico (pensionato, non pensionato) se si intende prevedere il comportamento individuale di fronte alla pensione. Il campione è stato limitato ai maschi di razza bianca la cui occupazione principale non era un lavoro autonomo, intendendo per “occupazione principale” il lavoro a tempo pieno svolto all’età di 55 anni. Lo studio ha dimostrato che circa il 3% dei lavoratori non soggetti al pensionamento obbligatorio si trovava in regime di pensione parziale in relazione all’occupazione principale, mentre nell’11% dei casi il pensionamento parziale non riguardava l’occupazione principale. Inoltre, i pensionati parziali aumentavano con l’avanzare dell’età. Per esempio, sull’onda del 1975 la percentuale del campione che denunciava il pensionamento parziale evidenziava un incremento monotonico dal 23,5% a 64 anni fino al 38% a 69 d’età (Gustman e Steinmeier, 1984).
Nel 2000 Gustman e Steinmeier si sono occupati nuovamente del pensionamento parziale ricorrendo all’autovalutazione, anche se stavolta hanno utilizzato un insieme di dati diverso, fornito dallo Health and Retirement Study (HRS). Se nel 1992 il 6,3% degli intervistati si dichiarava pensionato parziale, nel 1998 questo dato era salito al 12,7%.
L’esame del reddito fornisce un altro metodo per definire il pensionamento parziale. Honig e Hanoch (1985), utilizzando le prime tre onde descritte nei dati RHS ricordati sopra, hanno correlato la nozione di “pensione parziale” al rapporto tra reddito individuale corrente e reddito massimo nel corso della vita lavorativa. Se il rapporto è uguale o inferiore a 0,5 , il soggetto in questione è un pensionato parziale. In base a tale definizione, quasi il 20% del campione si trovava in questa condizione; di questo 20%, il 39% si considerava pienamente in pensione, il 43% in pensione parziale e il restante 18% non si riteneva affatto in pensione.
Alcuni studi hanno definito il pensionamento parziale in base al numero di ore lavorate. Per esempio Haider e Loghran (2001), grazie ai dati forniti dal censimento Current Population Survey, hanno scoperto che dal 1996 a tutto il 1998 il 20% di coloro in età compresa tra i 50 e i 58 anni e il 31% di quelli tra i 59 e i 61 anni hanno lavorato a tempo parziale (meno di 1.750 ore annue). Gustman e Steinmeier (2000) sono ricorsi a due metodi per stabilire la condizione di pensionamento parziale basandosi sulle ore di lavoro: numero di ore lavorate normalmente alla settimana (il pensionamento parziale insorgeva tra 1 a 24 ore la settimana) e numero di ore lavorate normalmente all’anno (tra 1 e 1,199 ore all’anno). Grazie al primo indicatore si è stabilito che nel 1992 il 7% degli intervistati si trovava in un regime di pensione parziale, percentuale poi passata al 9,3% nel 1998. Il secondo metodo di misurazione ha invece prodotto risultati leggermente superiori, compresi tra l’8,1% del 1992 e il 10,6% del 1998.
Anche la ricerca condotta da Gustman e Steinmeier nel 2000 si basava sulle condizioni lavorative per stabilire l’eventuale regime di pensionamento parziale. Questo insorgeva quando il soggetto aveva abbandonato un impiego a lungo termine (e per “lungo termine” si intendeva almeno 10 anni di assunzione) per passare a una nuova occupazione. In virtù di tale criterio, il 24% delle quattro onde descritte dai dati HRS risultava in pensione parziale, mentre se il periodo di assunzione veniva esteso a 20 anni, la media dei pensionati parziali si attestava al 21% del totale.
Nella sua analisi dei dati RHS, Ruhm (1990) ha combinato il criterio del reddito con quello dell’autovalutazione perché temeva che gli eventuali tagli coatti all’orario lavorativo o allo stipendio potessero falsare la distinzione tra pensionamento totale e parziale. In base al criterio seguito, circa la metà del totale dei lavoratori a un certo punto della loro esistenza venivano a trovarsi in un regime di pensionamento parziale, ma solo il 6,2% aveva lasciato parzialmente l’occupazione principale. Ruhm inoltre si è concentrato sulla durata della pensione parziale, scoprendo che questa in media superava i cinque anni (dall’insorgere del pensionamento parziale al pensionamento completo).

Tabella 1: Confronto tra le ricerche sul pensionamento parziale: definizioni e risultati
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Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat, Censimenti della Popolazione.


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