QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il pensionamento progressivo negli USA: chi lo sceglie e a che scopo?

2.1 Aspetti demografici dell’invecchiamento

In base alle tendenze relative a fertilità, mortalità e condizioni di salute, si prevede che nel corso della prima metà del Ventunesimo secolo la popolazione americana continuerà a invecchiare. È naturalmente possibile che tali stime vadano riviste, ma esiste uno studio che indica che le previsioni attuali potrebbero essere eccessivamente prudenti e che la società potrebbe invecchiare più rapidamente di quanto non dicano i dati ufficiali (Anderson, Taljapurkar, and Li, 2002). Qualunque siano gli sviluppi futuri, è probabile che gli anziani continueranno a lavorare.
Uno dei principali fattori che conducono all’invecchiamento della popolazione è dato dalla diminuzione della fertilità. Il tasso di fertilità medio (il numero medio di figli concepiti da una donna nel corso della sua esistenza) è crollato da 3,61 nel 1960 a 2,04 nel 1998 e si prevede che entro il 2025 scenderà ancora a 1,90 (U.S. Census Bureau, 2000). Se nascono meno bambini, gli anziani rappresenteranno una fetta sempre più grande del totale della popolazione, mentre se vi saranno sempre meno lavoratori giovani, gli anziani diventeranno sempre più necessari e avranno più opportunità di continuare lavorare.
Dato che vivono più a lungo, negli Stati Uniti gli anziani dovrebbero avere sempre di più la possibilità di partecipare alla popolazione attiva. La speranza di vita alla nascita è aumentata da 70,6 anni nel 1970 a 76,9 anni nel 2000 e ci si attende che continuerà a crescere nel corso di tutto il secolo. Oggi la speranza di vita dei sessantacinquenni è 18 anni, quando nel 1950 arrivava a 13,9 anni (U.S. Census Bureau, 2000; 2004). La figura 1 illustra l’aumento della speranza di vita dei sessantacinquenni negli Stati Uniti tra il 1950 e il 2000.

Figura 1: Speranza di vita a 65 anni d’età, 1950-2000
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Fonte: U.S. Census Bureau, 2004.

In America gli anziani non solo vivono più a lungo: in genere godono anche di una salute migliore. I problemi fisici aumentano con l’età e le malattie croniche non sono diminuite di molto con l’andare degli anni.3 Tuttavia, benché gli individui tendano in genere a perdere efficienza fisica mentre invecchiano, le indagini sanitarie indicano che oggi in America gli anziani siano meno “anziani” (in termini di abilità e funzionalità) rispetto alle generazioni precedenti (Riche, 2001). Tra il 2001 e il 2003, il 73% degli Americani in età avanzata riteneva le proprie condizioni di salute buone, molto buone o addirittura ottime, con uno scarto minimo in base ai sessi. La percentuale di ultrasessantacinquenni che lamentavano condizioni di salute discrete o insoddisfacenti è passata dal 29% del 1991 al 27% del 2001 (Federal Interagency Forum on Ageing Statistics, 2004).4 Anche le dimensioni delle coorti influisce sul quadro generale: il grande numero di baby-boomers (circa 76 milioni di nati tra il 1946 e il 1964) nei prossimi decenni farà aumentare la popolazione anziana ancor più rapidamente.
Le variazioni dei dati relativi a fertilità, longevità, condizioni di salute e dimensioni delle fasce d’età fanno sì che in America il gruppo dei lavoratori giovani si restringa mentre aumenta il numero di anziani ancora abili al lavoro, il che dovrebbe condurre a un aumento della manodopera oltre i 65 anni d’età pronta a sfruttare l’opportunità data dal pensionamento progressivo. Inoltre, i vincoli normativi per l’assunzione di manodopera in età avanzata vanno indebolendosi, alterando a favore degli anziani la composizione della popolazione attiva.

2.2 Partecipazione degli anziani alla popolazione attiva

Sebbene nella seconda metà del XX secolo la partecipazione degli anziani alla popolazione attiva americana si sia indebolita, emergono segnali in base ai quali saremmo di fronte a un’inversione di tendenza. Nella fascia d’età che va dai 55 ai 64 anni, i tassi di partecipazione alla popolazione attiva hanno subito variazioni comprese tra il 56,7% nel 1950 al picco del 61,8% del 1970, per toccare il minimo storico del 55,7% nel 1980 prima di riprendere a crescere fino al 61,9% del 2002. Per il 2015 le proiezioni indicano un tasso del 61,6%. I tassi di partecipazione alla popolazione attiva relativi agli anziani (oltre i 65 anni d’età) sono diminuiti in maniera costante sin dagli anni Cinquanta, arrivando al 10,8% nel 1985. Tuttavia, in questa fascia d’età la partecipazione alla popolazione attiva è salita al 12,8% nel 2000 e si prevede un ulteriore aumento fino a superare la soglia del 16% entro il 2015 (Toossi, 2002; 2004).
Anche l’età media della manodopera ha subito variazioni negli ultimi 40 anni. Come sottolineato da Toossi (2004), questo valore ha raggiunto il picco di 40,5 anni nel 1962, per poi diminuire quando la generazione del baby-boom è arrivata sul mercato del lavoro, fino a un minimo di 34,6 anni nel 1982. Da quel momento in poi, l’età media dei lavoratori ha iniziato a salire fino a toccare 40 anni nel 2002. Anche se i recenti aumenti sono indubbiamente il riflesso dell’invecchiamento dei baby-boomers, si potrebbe ipotizzare anche l’influsso dell’accresciuta partecipazione alla popolazione attiva da parte degli ultrasessantacinquenni.
La tipologia del lavoro sta cambiando in modo tale che potrebbe facilitare il prolungamento dell’attività lavorativa. Un’indagine condotta da AARP tra i responsabili risorse umane indica che gli anziani ricevevano una valutazione inferiore agli altri lavoratori per quanto riguardava gli aspetti legati all’apertura nei confronti di nuovi approcci, all’apprendimento di nuove tecnologie e all’acquisizione delle qualifiche professionali più recenti (AARP, 2000). Ciononostante, i minori requisiti in termini di prestanza fisica che caratterizzano un’economia basata sull’informazione potrebbero rivelarsi un vantaggio per gli anziani che riescono ad aggiornare le proprie competenze. Tra i 50 e i 59 anni d’età, la percentuale di chi utilizzava un computer per lavoro è passata dal 43,9% del 1993 al 50,7% del 1997, un dato non troppo dissimile dal 55% registrato nella fascia d’età compresa tra i 40 e i 49 anni. Un aumento analogo ha riguardato gli ultrasessantenni: se nel 1993 solo il 27,3% utilizzava un computer sul luogo di lavoro, nel 1997 si era arrivati al 32,6% (U.S. Census Bureau, 1995: Tabella 671; 2000: Tabella 690). Anche se l’ufficio censimenti americano dopo il 1997 non ha più aggiornato i dati, rilevazioni più recenti indicano sviluppi simili in relazione alla presenza di un computer a casa: la percentuale dei proprietari di computer tra gli ultrasessantacinquenni è passata dall’8,3% del 1993 al 24,3% del 2000 (U.S. Census Bureau, 1993; 2001).
Anche per quanto riguarda la struttura delle prestazioni sanitarie e pensionistiche si stanno verificando dei cambiamenti, il principale dei quali è stato il mutato atteggiamento delle imprese, passate dai piani pensionistici di assegni definiti a quelli di contributi definiti, come per esempio il 401(k). Se nel 1980 esistevano oltre 148.000 piani di assegni definiti che coprivano 30 milioni di lavoratori economicamente attivi (38% della popolazione attiva), entro il 1999 questi dati hanno registrato un calo enorme: poco meno di 50.000 piani di assegni definiti per neppure 23 milioni di lavoratori americani (21% della popolazione attiva). Nello stesso lasso di tempo, i piani di contributi definiti sono passati da 340.850 a 683.100, mentre i lavoratori interessati sono cresciuti da 14 milioni (14% della popolazione attiva del 1980) a oltre 46 milioni — 43% della forza lavoro del 1999 (U.S. Department of Labour, 2004: Tabella E24). In genere i piani di assegni definiti assicurano il pagamento di una rendita per l’intera durata della vita del lavoratore o del beneficiario, mentre quelli di tipo contributivo non prevedono una simile possibilità, per cui chi va in pensione in base a questi ultimi potrebbe anche esaurire le risorse accumulate ed essere obbligato a tornare a lavorare.

3 I disturbi cronici come l’artrite, il diabete e le affezioni cardiache sono malattie raramente curate in maniera definitiva e rappresentano un notevole fardello a livello economico e sanitario. Nel periodo 2001-2002, il 40% degli ultrasessantacinquenni era affetto da artrite, il 50% da ipertensione, il 31% da problemi cardiaci e il 21% soffriva di una qualche forma di cancro (Federal Interagency Forum on Aging Statistics, 2004). Tra il 1982 e il 1994, la percentuale di americani affetti da malattie croniche è leggermente diminuita, passando dal 24% al 21%, ma il totale dei malati è aumentato da 6,4 milioni a 7 milioni di persone (Manton et al., 1997).
4 Tra il 1984 e il 1995, in America gli ultrasessantacinquenni hanno indicato un miglioramento dell’efficienza fisica valutata in base alla capacità di camminare per un quarto di miglio, salire le scale, raggiungere un oggetto posizionato al di sopra della propria testa, chinarsi, accovacciarsi o inginocchiarsi. Emergono tuttavia grandi differenze tra i vari gruppi etnici. Per esempio, nel 1995 il 33% degli anziani afroamericani non era in grado di eseguire almeno un’attività fisica su nove, mentre tra i bianchi la percentuale era di appena il 25%. Considerando uomini e donne in ogni fascia d’età, neri non ispanici e ispanici avevano meno probabilità dei bianchi di descrivere come buone le proprie condizioni di salute, mentre il numero di valutazioni soddisfacenti tendeva a diminuire per tutti con l’aumentare dell’età (Federal Interagency Forum on Ageing Statistics, 2000).


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