QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il pensionamento flessibile in Europa

4. Implicazioni economiche e valutazione delle riforme europee

L’introduzione di elementi di flessibilità in un sistema pensionistico ha delle implicazioni sia micro- sia macro-economiche. Per semplicità, qui si tratteranno solo le principali, come l’adeguatezza nel caso microeconomico e l’impatto sull’offerta di lavoro nel panorama macroeconomico, tralasciando ad esempio considerazioni sui vantaggi in termini di sostenibilità finanziaria dei sistemi a contributo definito rispetto a quelli a beneficio definito.
La prima considerazione in termini di adeguatezza11 di un sistema che consenta flessibilità nell’età di pensionamento riguarda l’età minima o il margine inferiore di un’eventuale “finestra”. Infatti, nel caso in cui tale limite sia eccessivamente basso, un individuo che decida di ritirarsi appena ne ha i requisiti corre il rischio di ricevere un ammontare decisamente insufficiente a far fronte alle sue necessità in età anziana.
Variazioni nella generosità di un sistema al variare dell’età di pensionamento si possono osservare in studi su Italia e Lettonia. Ad esempio, nel caso dell’Italia, la generosità del sistema pensionistico misurata in termini di net present value ratio12 (NPRV) può essere osservata sia nel passaggio dal vecchio sistema retributivo a quello contributivo (attraverso una fase intermedia di transizione), sia per pensionamenti a età diverse (Ferraresi e Fornero, 2000; Fornero e Castellino, 2001). Da un lato, infatti, la generosità diminuisce progressivamente passando dalle coorti più anziane che beneficiano del metodo retributivo alle coorti più giovani che vanno in pensione col metodo contributivo — data la stessa età di pensionamento. Dall’altro, la generosità del sistema a contribuzione definita è sostanzialmente indipendente dell’età di pensionamento, mentre il sistema a beneficio definito è meno generoso nel caso di posticipo del pensionamento. Un discorso analogo vale per la Lettonia, che nel 1996 ha riformato il proprio sistema pensionistico, rendendo il pilastro pubblico a contribuzione definita. I tassi di sostituzione del vecchio e del nuovo sistema sono quasi identici nel caso di pensionamenti a 60 anni, età di riferimento. Tuttavia, i tassi di sostituzione del sistema precedente al 1996 presentano una dinamica più moderata rispetto all’età pensionistica in confronto ai tassi del nuovo. Quindi pensionamenti successivi ai 60 anni danno luogo a tassi di sostituzione decisamente più elevati rispetto al sistema precedente, a differenza di quanto accade per i pensionamenti anticipati che sono più penalizzati rispetto a prima (Fox e Palmer, 1999).
Come nel caso dell’adeguatezza dei benefici pensionistici, l’impatto sul mercato del lavoro dell’introduzione di misure di flessibilità è difficilmente individuabile a priori. Da un lato questo dipende dalle proprietà attuariali del sistema, cioè da quale sia il suo grado di neutralità attuariale e se esso offra gli incentivi/disincentivi appropriati per pensionamenti posticipati/anticipati. Dall’altro, anche il comportamento individuale è determinante, a prescindere dagli incentivi offerti dal sistema. In generale interventi che siano efficaci nello spostare in avanti l’età media di pensionamento dovrebbero avere un effetto positivo anche sull’offerta di lavoro, dal momento che allungano la permanenza sul posto di lavoro dei lavoratori anziani prossimi alla pensione (anche se lo spostamento in avanti con cui si verifica l’ingresso nel mercato del lavoro adesso rispetto al passato fa sì che ad età di pensionamento più elevate non corrisponda necessariamente una carriera più lunga). Adottando una visione ex-post, l’effetto di misure direttamente mirate alla flessibilità dell’età pensionistica sul momento effettivo di pensionamento sembra essere nella maggior parte dei casi positivo. Con riferimento alle riforme francesi del 1993 e del 2003, lo studio di Aubert et al. (2005) sottolinea come i fattori di cambiamento che agiscono sull’età di pensionamento effettiva siano in realtà non solo quelli legati alla nuova normativa, ma anche dovuti all’aumento dell’età di ingresso nella forza lavoro. Tuttavia, una scomposizione dei due effetti mostra comunque come entrambi gli effetti siano positivi, anche se in misura differente per uomini e donne e per dipendenti pubblici o privati. Ad analoghe conclusioni conducono gli studi sulle due riforme occorse in Germania nel 1992 e 1999 (Berkel e Börsch-Supan, 2003). Dalle simulazioni condotte in questo articolo, l’età media di pensionamento aumenta in seguito a ciascuna delle riforme, così come la probabilità di pensionamento prima di determinate soglie di età diminuisce. Tuttavia, sottolineano gli autori, tale aumento sarebbe stato ancora maggiore se le riforme avessero introdotto un sistema NDC. Nel caso della Finlandia il lavoro di Lassila e Valkonen (2006) separa gli effetti sul tasso di occupazione delle varie componenti della riforma del 2005, in particolare degli incentivi al posticipo del pensionamento e del cambiamento dei coefficienti di rivalutazione dei salari usati nel calcolo delle pensioni (Tabella 1). Delle due, la prima misura è decisamente più efficace nell’aumentare il tasso di occupazione negli anni futuri.
Per quanto attiene al pensionamento graduale, in molti casi esso ha finalità legate a rendere meno brusca la cessazione della vita lavorativa piuttosto che a ritardarne il momento. Anche se in molti casi l’intento è quello di favorire la permanenza sul lavoro di lavoratori anziani e di arginare fenomeni di pensionamento anticipato, dato il minor sforzo che un orario di lavoro parziale consente, non è detto che tale scopo sia soddisfatto. Infatti, in molti casi tale fascia di età si colloca prima dell’età minima a cui cominciare a ricevere la pensione “piena”, configurando una sorta di pre-pensionamento graduale. Nei casi in cui, invece, la fascia di età in cui è possibile accedere al pensionamento parziale si sovrappone a quella relativa al pensionamento pieno, allora tale misura tende a spostare in avanti l’età media effettiva di pensionamento, con potenziali effetti benefici sull’occupazione.
Come descritto con maggiore dettaglio nella sezione 3.1, in alcuni dei paesi europei dove è ammesso, il pensionamento parziale è possibile solo prima dell’età minima per il pensionamento vero e proprio, riducendo di fatto la probabilità che l’età effettiva di pensionamento aumenti, dato che il pensionamento parziale si trova a essere in diretta concorrenza con gli schemi di pensionamento anticipato. Proprio su questo punto si concentra l’analisi di Wadensjö (2006), che considera lo status lavorativo alternativo nel caso in cui il pensionamento parziale non fosse stato possibile. L’effetto sull’offerta di lavoro individuale è un incremento di quattro ore alla settimana, quale impatto netto risultante da una parte dall’effetto positivo dell’attività part-time rispetto al pensionamento completo e dall’altra dall’effetto negativo della riduzione dell’orario di lavoro rispetto a un lavoro a tempo pieno. Inoltre, l’effetto positivo sull’offerta di lavoro del pensionamento parziale è maggiore per le donne rispetto agli uomini.
Infine, un altro aspetto di cui tener conto riguardo all’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento riguarda la domanda di lavoro e quindi la capacità del mercato di creare opportunità di lavoro, a tempo parziale e pieno, per lavoratori in età avanzata. Come si è visto nel caso italiano, non tutti i paesi sono caratterizzati da una tale flessibilità.
Nel complesso, il ricorso al pensionamento graduale è ancora troppo limitato perché gli effetti possano farsi sentire significativamente a livello delle economie nazionali. Infatti, il paese con la partecipazione maggiore è la Finlandia, dove negli anni 2002 — 2003 le pensioni parziali corrispondevano al 3% circa del totale delle pensioni erogate (Finnish Centre for Pensions, 2005).

11 Tre obiettivi comuni in termini di adeguatezza dei sistemi pensionistici sono stati individuati nel corso del Consiglio Europeo tenutosi a Laeken nel 2001. In particolare gli Stati Membri che intendano migliorare l’adeguatezza del proprio sistema pensionistico devono:
1. assicurare che gli anziani non siano a rischio di povertà e possano godere un tenore di vita decoroso; che partecipino del benessere economico del loro paese e possano di conseguenza partecipare attivamente alla vita pubblica, sociale e culturale;
2. provvedere all’accesso di tutti gli individui ad accordi pensionistici pubblici e/o privati appropriati, che consentano loro di ottenere diritti pensionistici che li mettano in grado di mantenere, in misura ragionevole, il loro tenore di vita dopo il pensionamento; e
3. promuovere la solidarietà tra le generazioni e all’interno delle generazioni (European Commission, 2004, traduzione nostra).
12 Il net present value ratio è dato dal rapporto tra il valore attuale dei benefici pensionistici e il valore attuale dei contributi, entrambi valutati all’inizio della carriera lavorativa:
fornero-formula-2.gif


Pagine: 1 2 3 4 5 6


Tag:, ,