QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il pensionamento flessibile in Europa

3.2.2 Pensione parziale: le leggi non bastano

Nella sezione 3.1 si è scelto di non includere l’Italia tra il novero dei paesi in cui è possibile il pensionamento parziale, nonostante la normativa attuale lo consenta, perché di fatto la partecipazione a questa forma di pensionamento è numericamente irrilevante. Inoltre, nel dibattito corrente tale possibilità è quasi del tutto ignorata, sintomo (o causa) della completa inefficacia della norma.
Il primo atto a introdurre il pensionamento parziale in Italia è la legge n. 223 del 23 Luglio 1991 (art. 19), che dà diritto alla pensione di vecchiaia cinque anni prima dal limite legale ai dipendenti6 di aziende che soddisfino determinati criteri. L’impresa deve beneficiare da 2 anni dell’intervento straordinario di integrazione salariale (Cassa Integrazione Guadagni) e il contratto collettivo aziendale deve prevedere il ricorso al tempo parziale per consentire l’assunzione di nuovo personale o per evitarne la riduzione. L’orario di lavoro del lavoratore che benefici della pensione non deve superare le 18 ore settimanali e l’ammontare della pensione non deve essere superiore alla mancata retribuzione. Al fine di non penalizzare il lavoratore, questi può scegliere che sia usata, come base di calcolo per la determinazione della pensione, la retribuzione antecedente alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. La mancanza di incentivi per il lavoratore e la difficoltà che si realizzino le condizioni per cui un’azienda in crisi desideri trattenere i lavoratori anziani — seppure a tempo parziale — anziché ricorrere ad un pensionamento anticipato e pieno, sono tra le cause della mancata applicazione della norma.
Successivamente, anche la riforma Dini tratta del pensionamento parziale (legge 335/95, art. 1, comma 25), stabilendo che possano ottenere il diritto alla pensione di anzianità anche7 i lavoratori dipendenti al raggiungimento di un’anzianità contributiva di almeno 37 anni,8 senza alcun requisito di età, nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale.
In questo caso l’orario di lavoro deve essere ridotto non oltre il 50% e la pensione è ridotta in ragione inversamente proporzionale alla riduzione dell’orario di lavoro. In ogni caso, la somma di retribuzione e pensione non può superare l’importo della retribuzione spettante al lavoratore in caso di lavoro a tempo pieno e a parità di altre condizioni. Anche questa norma è rimasta praticamente inapplicata — dagli archivi dell’INPS risulta infatti che solo 13 persone ne abbiano usufruito — probabilmente anche a causa del requisito abbastanza stringente in termini di anzianità.
La legge 662 del 23 Dicembre 19969 abroga esplicitamente la norma della legge Dini, riproponendo con alcune variazioni le disposizioni del decreto legge 508/96, mai convertito in legge, che trattava dell’ammissione alla pensione di anzianità dei lavoratori dipendenti che trasformano il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, previa assunzione di nuovo personale da parte del datore di lavoro. La legge dispone riguardo ai lavoratori dipendenti del settore privato e di quello pubblico, nonché dei lavoratori autonomi. Ai lavoratori dipendenti del settore privato in possesso dei requisiti per l’accesso al pensionamento di anzianità (di cui alla tabella B, nota 8), può essere riconosciuto il trattamento di pensione di anzianità e il passaggio al rapporto di lavoro a tempo parziale in misura non inferiore alle 18 ore settimanali. L’importo della pensione è ridotto in misura inversamente proporzionale alla riduzione dell’orario di lavoro. La somma della pensione e della retribuzione non può superare — come indicato già nella legge Dini — l’ammontare della retribuzione spettante al lavoratore nel caso di lavoro a tempo pieno. Tuttavia, il passaggio al tempo parziale con l’erogazione di una pensione di anzianità ridotta può avvenire solo a condizione che il datore di lavoro assuma nuovo personale per una durata ed un monte ore lavorativo non inferiore a quello ridotto ai lavoratori che si avvalgono della facoltà del pensionamento parziale.
Inoltre, questa legge estende tutte le suddette norme anche al personale delle amministrazioni pubbliche, prescindendo tuttavia dall’obbligo di nuove assunzioni. Infine, ai lavoratori autonomi in possesso dei requisiti per l’accesso al pensionamento di anzianità spetta una riduzione sui contributi dovuti pari al 10%, nel caso in cui rinuncino al pensionamento, fino al compimento dell’anzianità contributiva di 40 anni e comunque fino al compimento dell’età necessaria per il pensionamento di vecchiaia. Anche in questo caso la legge impone una condizione e cioè che il lavoratore autonomo assuma una o più persone anche a tempo parziale o che regolarizzi posizioni lavorative non conformi ai contratti di categoria, oppure che affianchi un socio nell’esercizio dell’attività. Dal un lato, questa legge, così come la Dini, introduce incentivi a una permanenza più lunga nel mondo del lavoro (grazie al fatto di allineare i requisiti di età e contributi per il pensionamento parziale a quello ‘pieno’), dall’altro il vincolo dell’assunzione continua a renderne poco attraente l’applicazione da parte delle imprese.10
Infine, la legge Treu (legge 196/97 art. 13, commi 2 e 4) si occupa di pensionamento parziale a margine di norme per incentivare l’uso dell’orario di lavoro ridotto. In particolare, la legge stabilisce la riduzione delle aliquote contributive in funzione dell’entità della riduzione dell’orario di lavoro in una serie di casi, tra cui la trasformazione del rapporto di lavoro in contratto a tempo parziale per i lavoratori che conseguano i requisiti di accesso alla pensione nei tre anni successivi. Rimane la clausola che vincola il datore di lavoro ad assumere giovani inoccupati o disoccupati di età inferiore ai trentadue anni per un tempo lavorativo pari almeno a quello ridotto dai lavoratori che si avvalgono del pensionamento parziale.
Tuttavia il decreto che avrebbe dovuto stabilire l’entità degli sgravi retributivi non è ancora stato emanato e non è chiaro dal testo della legge a favore di chi siano rivolte le riduzioni contributive né se vi sia una compensazione per i contributi non versati al fine del computo della pensione (per esempio sotto forma di contributi figurativi).
Nel complesso, dall’osservazione della normativa sul pensionamento parziale in Italia emerge che a fronte di una cospicua attività legislativa i risultati sono stati scarsi. La volontà di usare il pensionamento graduale come strumento di stimolo all’occupazione — soprattutto quella in età avanzata — ha però introdotto ulteriori elementi di rigidità che hanno sicuramente contribuito a determinarne la mancata attuazione. Inoltre, gli incentivi ai lavoratori e alle imprese non sono stati tali da compensare i fattori di ostacolo alla sua realizzazione.

6 Inoltre il dipendente deve avere un’anzianità contributiva di almeno 15 anni.
7 Oltre ai lavoratori che raggiungano a) un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni, in concorrenza con almeno 57 anni di età anagrafica; b) un’anzianità contributiva non inferiore a 40 anni;
8 O, se superiore, l’anzianità stabilita dalla tabella B allegata alla legge, colonna 2, che elenca i requisiti di età anagrafica e di anzianità contributiva necessari per conseguire la pensione di anzianità tra il 1996 e il 2008.
9 Art. 1, commi 185, 192, 209 e 216.
10 Secondo i dati degli archivi INPS, dal gennaio 1997 al luglio 1999, 186 persone si sono avvalse del pensionamento graduale in base alla legge 662/96.


Pagine: 1 2 3 4 5 6


Tag:, ,