QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il pensionamento flessibile in Europa

3.1.2 Pensione parziale

Il primo tra i paesi europei a introdurre una forma di pensione parziale consentendo un ritiro più graduale dalla vita attiva fu la Svezia nel 1976 (Tabella 2). In Danimarca, Finlandia e Francia è invece stato introdotto per la prima volta verso la fine degli anni Ottanta e in Germania nel 1992. Al pensionamento parziale si può accedere all’interno di una fascia di età, in maniera non dissimile dal pensionamento pieno. In alcuni paesi — come Danimarca, Finlandia e Germania — questa fascia di età si colloca precedentemente all’età, o finestra di età, da cui è possibile il ritiro completo dall’attività lavorativa. In questo caso è difficile considerare il pensionamento graduale come un modo per estendere la vita lavorativa e sembrerebbe piuttosto rivolto a ridurre il ricorso al pensionamento anticipato, ove possibile. In Svezia, Francia e Spagna, invece, l’intervallo di età in cui accedere al pensionamento pieno e parziale si sovrappongono, configurando un ventaglio piuttosto ampio di combinazioni di tempi e modi del pensionamento a coloro che raggiungono tale soglia di età. In Francia e in Danimarca ai requisiti di età se ne sommano altri sull’anzianità contributiva — nel primo caso — e sul fatto di aver svolto la propria attività nel paese per almeno un certo periodo di tempo nel secondo. Tutti i paesi impongono restrizioni sull’orario di lavoro settimanale durante il quale il lavoratore può continuare a svolgere un’attività remunerata mentre riceve una pensione ridotta. Tuttavia, questi limiti non sono rigidi e prevedono delle fasce all’interno delle quali scegliere l’orario settimanale desiderato. In genere l’ammontare erogato è una frazione della pensione piena proporzionale alla riduzione dell’orario lavorativo — come in Germania, Danimarca, Spagna e Svezia — oppure al reddito da lavoro perso a causa della ridotta attività — come in Finlandia. In Francia, l’importo può essere il 30, 50 o 70% della pensione intera secondo lo scaglione di orario di lavoro scelto. In Danimarca l’importo della pensione parziale è calcolato applicando una quota basata sulla riduzione dell’orario di lavoro non alla pensione, bensì al sussidio di disoccupazione, quale ulteriore legame di questo tipo di schema con le misure di politica del lavoro più che con quelle pensionistiche.

3.2 Il caso italiano

3.2.1 Età (sempre meno) flessibile

Così come il sistema svedese è stato pioniere nel pensionamento parziale, l’Italia è stato uno dei primi paesi europei a introdurre un sistema NDC e con esso la possibilità di scegliere l’età di pensionamento all’interno di un dato intervallo. Tuttavia, interventi legislativi successivi hanno ridotto drasticamente la possibilità di scelta. Fino al 1995 il sistema italiano era caratterizzato da un metodo retributivo per il computo della pensione, nonostante le innovazioni introdotte dalla riforma Amato del 1992, che mirava ad aumentare la sostenibilità del sistema attraverso requisiti più stringenti, l’indicizzazione delle pensioni all’andamento dei soli prezzi e al calcolo della pensione basato sulle retribuzioni dell’intera vita lavorativa. Con la riforma Dini (Legge 8 agosto 1995, n. 335) entrata in vigore nel 1996, il sistema pensionistico italiano adottò il metodo contributivo — rimanendo tuttavia un sistema a ripartizione — con una corrispondenza attuarialmente neutrale tra contributi e benefici. Nonostante l’adozione precoce rispetto agli altri paesi europei, il lungo periodo di transizione fa sì che a dieci anni di distanza ancora nessuna pensione sia liquidata col metodo contributivo. Infatti la legge stabilisce che solo per i nuovi assunti dopo il 1996 l’ammontare della pensione sarebbe stato calcolato interamente col metodo contributivo, mentre i lavoratori che avevano accumulato più di diciotto anni di contributi alla fine del 1995 avrebbero ricevuto una pensione calcolata interamente secondo il metodo retributivo. Infine, l’importo della pensione di coloro che cadevano nel caso intermedio di meno di 18 anni di contributi a fine 1995 sarebbe stato calcolato coi due metodi secondo un meccanismo pro rata temporis (art. 1 commi 12 e 13).
Il nuovo sistema è accompagnato da condizioni di pensionamento flessibili. Per i lavoratori la cui pensione è liquidata esclusivamente secondo il sistema contributivo, la pensione di anzianità è abolita e il lavoratore ha la possibilità di scegliere l’età del pensionamento tra i 57 e i 65 anni di età, avendo almeno cinque anni di contribuzione effettiva.4 Si prescinde dal predetto requisito anagrafico al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva. Oltre i 65 anni, rimane la possibilità di continuare a lavorare, ma senza ulteriori aumenti attuariali della pensione. Una forma di rigidità è comunque insita nel meccanismo di aggiornamento delle tavole di mortalità — riviste soltanto ogni dieci anni — usate nei coefficienti di trasformazione per la conversione del monte contributivo in rendita.
Per il lavoratori del regime retributivo e di quello misto, rimane la possibilità di riceve una pensione di anzianità secondo requisiti di anzianità contributiva ed età anagrafica,5 che comunque non scende al di sotto dei 57 anni.
La riforma del 2004 ha avuto tra gli obiettivi quello di innalzare l’età pensionistica al di sopra della soglia minima di 57 anni fissata precedentemente. Tuttavia, oltre ad innalzare tale soglia in maniera brusca, determinando trattamenti molto differenti per coorti contigue, l’ultima riforma ha eliminato la finestra di flessibilità ed ha nuovamente introdotto una differenza di età tra uomini e donne nella pensione di vecchiaia, contrastando la tendenza all’uniformità perseguita da tutti gli altri paesi europei.
A partire dal 1° gennaio 2008, nell’ambito del sistema retributivo e misto i requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità per i dipendenti diventano 35 anni di anzianità contributiva e 60 di età (61 dal 2010 e 62 dal 2014) oppure 40 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Alla pensione nel sistema contributivo si potrà invece accedere con 65 anni di età per gli uomini e 60 per le donne che abbiano 5 anni di contributi oppure con la combinazione di età e anzianità contributiva 60 anni di età e 35 di contributi o con 40 anni di contributi.
Un’eccezione a tale norma è offerta — in via sperimentale fino al 2015 — alle lavoratrici dipendenti che scelgano di ottenere già da subito la liquidazione della pensione col metodo contributivo. In questo caso potranno andare in pensione con 35 anni di contributi e 57 di età. Rimane la possibilità di continuare l’attività lavorativa anche dopo aver raggiunto i requisiti, senza però benefici aggiuntivi sull’importo della pensione.
Inoltre l’ultima riforma ha introdotto, ma solo fino a dicembre 2007, un meccanismo per incentivare la permanenza sul posto di lavoro anche dopo aver raggiunto i requisiti per ricevere la pensione. I dipendenti del settore privato che abbiano i requisiti per il pensionamento, possono decidere di ritardarlo ricevendo in busta paga l’ammontare dei contributi sociali a carico del datore di lavoro (cioè il 32.7% della retribuzione lorda), senza alcun aumento sui contributi versati.

4 Inoltre l’importo della pensione non deve essere inferiore a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale (art. 1 comma 20).
5 Al raggiungimento di un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni, in concorrenza con almeno 57 anni di età anagrafica, oppure al raggiungimento di un’anzianità contributiva non inferiore a 40 anni, oppure al raggiungimento di un’anzianità contributiva non inferiore a 37 anni, […] nei casi in cui rapporto di lavoro sia stato trasformato in rapporto di lavoro a tempo parziale (art. 1 comma 25). Di quest’ultimo caso si tratterà più avanti.


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