QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

I problemi aperti nella previdenza complementare italiana

Una simile modifica strutturale incide sulla scelta di allocazione del Tfr da parte del singolo lavoratore perché aumenta il rischio ‘politico’ e rende ancora più complesse le procedure di allocazione del Tfr previste dal D.Lgs. n. 252/05 (cfr. art. 8, comma 7; art. 9). A quest’ultimo riguardo, si faccia riferimento ai soli lavoratori dipendenti occupati in aziende che, secondo i criteri di calcolo specificati in uno dei due decreti del Ministro del lavoro (cfr. n. 35), hanno almeno 50 addetti.37
Tale decreto e l’altro derivante dal comma 765 della Legge finanziaria specificano che, se i lavoratori scelgono esplicitamente di non trasferire i loro flussi di Tfr ad alcuna delle possibili forme pensionistiche complementari, l’impresa è tenuta a versare questi flussi a FondInpsR a partire dal mese successivo alla scelta.38 Peraltro, se si tratta di lavoratori già occupati al 31 dicembre 2006, il primo versamento a FondInpsR deve essere pari al Tfr maturato dal 1° gennaio 2007 accresciuto del tasso di rivalutazione dello stesso Tfr vigente al 31 dicembre 2006; analogamente, se si tratta di lavoratori occupati dopo quella data che non abbiano già deciso una diversa destinazione del Tfr a seguito di precedenti rapporti di lavoro, tale primo versamento deve essere pari al Tfr maturato dalla data della (nuova) assunzione accresciuto del tasso di rivalutazione dello stesso Tfr vigente al termine dell’anno precedente.
Se invece i lavoratori destinano – in forma esplicita o tacita — flussi di Tfr alla previdenza complementare, il rapporto con FondInpsR cambia a seconda che: (1) si tratti di lavoratori già occupati al 31 dicembre 2006 oppure di lavoratori occupati dopo quella data che non abbiano già deciso una diversa destinazione del Tfr a seguito di precedenti rapporti di lavoro; (2) il sottoinsieme della prima tipologia di lavoratori, assunto in data antecedente il 29 aprile 1993, scelga di versare in tutto o solo in parte i suoi flussi di Tfr (cfr. sopra, n. 5).
Nel caso in cui i lavoratori già occupati al 31 dicembre 2006 destinino tutto il Tfr maturando al secondo pilastro previdenziale, nulla va attribuito a FondInpsR: dal 1° luglio del 2007, l’impresa verserà il Tfr (e gli eventuali contributi contrattuali o volontari) alla forma pensionistica prescelta dal lavoratore — se l’adesione è avvenuta in forma esplicita — o al fondo pensione designato con adesione collettiva — se l’adesione è avvenuta in forma tacita;39 inoltre, il primo versamento dovrà comprendere il Tfr maturato fra la data dell’adesione di ciascun lavoratore e il 30 giugno 2007 e dovrà essere accresciuto del già specificato tasso di rivalutazione del Tfr. Invece, nel caso in cui — avendone i requisiti — questi stessi lavoratori destinino solo una parte del Tfr maturando al secondo pilastro complementare, l’impresa verserà la quota del Tfr destinata a una forma pensionistica complementare secondo le modalità specificate per il caso precedente; la quota rimanente sarà invece versata a FondInpsR secondo le modalità sopra specificate per i lavoratori già occupati al 31 dicembre 2006 che decidono esplicitamente di non versare il loro Tfr ad alcuna forma pensionistica complementare (ossia con retroattività dal 1° gennaio 2007).
Si passi infine al caso di lavoratori occupati dopo il 31 dicembre 2006, che non abbiano già deciso una diversa destinazione del Tfr a seguito di precedenti rapporti di lavoro e che destinino i flussi del loro Tfr alla previdenza complementare. In tale caso, restano valide le modalità di versamento del Tfr (e degli eventuali contributi) alla forma pensionistica prescelta o al fondo pensione con adesione collettiva dal mese successivo alla data di consegna del modulo predefinito (se questa data è successiva a maggio 2007) o dal 1° luglio 2007 (se è anteriore a maggio 2007); tuttavia i flussi di Tfr, relativi al periodo occupazionale precedente la scelta codificata di adesione e accresciuti del tasso di rivalutazione vigente al termine dell’anno precedente, andranno versati a FondInpsR.
La paradossale complessità delle procedure, a cui dovranno sottoporsi i dipendenti privati e i datori di lavoro per l’allocazione del Tfr maturando a seguito della Legge finanziaria per il 2007 e dei due decreti del Ministro del lavoro, dovrebbe emergere con nettezza da quanto si è appena illustrato. Per di più tali procedure discriminano, in modo arbitrario, fra tipologie analoghe di lavoratori dipendenti privati al solo fine di accrescere la probabilità che FondInpsR incassi nel 2007 e negli anni successivi l’ammontare previsto nella “Relazione tecnica” di una prima versione della Legge finanziaria.40
I problemi, posti dalla Legge finanziaria per il 2007, non finiscono però qui. Ancora più preoccupanti sono le nuovi funzioni di FondInpsC, che vengono adombrate nel comma 760 e che trovano sostanziosa conferma nelle modalità organizzative previste nel decreto del Ministro del lavoro (derivante dal comma 765). Si è detto che il D.Lgs. n. 252/05 riserva a FondInpsC la sola funzione residuale di offrire una temporanea forma pensionistica di secondo pilastro a quei dipendenti privati ad adesione tacita e sprovvisti di un FP di riferimento con adesione collettiva, tanto da prevedere la possibilità di una loro uscita prima del termine dei due anni (cfr. nota 20) anche in mancanza della istituzione di un simile FP. Sarebbe stato perciò lecito aspettarsi una struttura agile di FondInpsC, orientata a spingere i lavoratori a un’uscita immediata e — proprio per questo — vincolata a investimenti di breve termine. Viceversa, il decreto del Ministro del lavoro: trasforma il comitato di amministrazione (previsto dall’art. 9, comma 2 del D.Lgs. n. 252/05) in un sovrabbondante organo di nove membri,41 cui si aggiunge il responsabile del fondo; istituisce la possibilità di una gestione multicomparto di modo che gli aderenti, inseriti — in quanto silenti — in un comparto prudenziale con la garanzia prima specificata, possano poi scegliere — dopo un anno — il passaggio a un altro portafoglio; prevede che un regolamento di FondInpsC specifichi le modalità (variabili) di contribuzione volontaria degli aderenti; vincola l’uscita di ciascun aderente al mantenimento della “posizione individuale” presso FondInpsC per “almeno un anno dall’adesione” anche nel caso di creazione di un FP di riferimento con adesione collettiva.
Tale assimilazione di FondInpsC a una ‘normale’ forma pensionistica complementare, anziché a un fondo residuale, pone gravi problemi di gestione; in particolare essa rende ancora più distorsiva l’offerta di una garanzia, secondo le modalità previste dalla Covip (cfr. sopra), a fronte della possibile uscita continua (dopo un anno) di ciascun aderente.42 Inoltre, essa tende a trasformare l’aderente da soggetto passivo a un iscritto attivo che va trattenuto anziché spinto a trasferirsi a una ‘normale’ forma pensionistica complementare. Questa trasformazione di FondInpsC appare così radicale da richiedere una spiegazione che può essere, forse, trovata nel comma 760 della Legge finanziaria per il 2007. In quel comma si prefigura infatti la possibilità, da specificare nella prima relazione annuale del Ministro del lavoro al Parlamento sullo stato della previdenza complementare (prevista entro il 30 settembre 2007), di versare il Tfr a FondInpsC anche per scelta volontaria del lavoratore che otterrebbe così dallo Stato una pensione aggiuntiva a quella di primo pilastro. Se un’ipotesi del genere trovasse conferma, in Italia il secondo pilastro previdenziale cambierebbe di natura perché incorporerebbe una componente pubblica destinata a imporsi nel tempo grazie all’implicita assicurazione statale sui rendimenti minimi. La conseguente inutilità delle forme pensionistiche private si accompagnerebbe, così, a un aggravio aleatorio della futura spesa pensionistica pubblica.

5. Conclusioni

L’analisi dell’evoluzione normativa più recente ha mostrato i molti limiti delle direttive Covip, della Legge finanziaria e dei conseguenti decreti del Ministro del lavoro. Si è vanificata un’opportunità di correggere i molti punti deboli del D.Lgs. n. 252/05, sopra denunciati, e si è reso ancora più problematico l’assetto della previdenza complementare italiana.
In particolare, la Legge finanziaria per il 2007 non ha neppure tentato di estendere il meccanismo dell’adesione tacita ai lavoratori autonomi o a una parte di essi; accrescere l’insufficiente concorrenza fra le diverse tipologie di FP con adesione collettiva e attenuare l’eccessiva concorrenza fra tali FP e le forme previdenziali ad adesione individuale; modificare le palesi incongruenze introdotte nella governance delle diverse forme pensionistiche complementari; correggere l’eccesso di delega e i distorsivi interventi in campo fiscale riguardo alla fase di contribuzione e di capitalizzazione e — soprattutto — riguardo alla fase di erogazione dei benefici;43 sanare le contraddizioni nel regime delle anticipazioni e dei riscatti. Inoltre, la Legge finanziaria non si è preoccupata di chiarire l’ambiguo passaggio del D.Lgs. n. 252/05 relativo alla necessità di allocare i flussi di Tfr dei lavoratori con adesione tacita nel comparto più prudenziale e garantito del FP (FPc o FPa con adesione collettiva) di destinazione. Come si è prima mostrato (cfr. par. 4), la regolamentazione ha posto le premesse perché il rendimento atteso di questo comparto risulti inferiore al rendimento tradizionale del Tfr. Oltre a ciò la Legge finanziaria (con la creazione di FondiInpsR) e i conseguenti decreti del Ministro del lavoro hanno reso così farraginose le modalità di adesione alla previdenza complementare da scoraggiare i lavoratori dipendenti privati a una scelta consapevole e ponderata. Per di più, rafforzando in modo distorto il ruolo di FondInpsC, essi hanno adombrato uno stabile ingresso della mano pubblica nel secondo pilastro previdenziale con l’effetto di introdurre un’implicita garanzia statale sui rendimenti minimi.
In una situazione normale, una normativa così carente solleciterebbe ulteriori interventi correttivi. La travagliata storia legislativa della giovane previdenza complementare italiana (almeno cinque rilevanti modifiche e una pletora di interventi minori in tredici anni) e l’esperienza recente mostrano, però, che non si tratta della via più efficiente. Per giunta, i nostri lavoratori più “giovani” non hanno tempo per aspettare. La prossima entrata a regime delle riforme del pilastro pubblico attuate negli anni Novanta, la dinamica demografica (allungamento della speranza di vita e connesso invecchiamento della popolazione) e la precarietà occupazionale implicano infatti che ogni ritardo nell’affermarsi della previdenza complementare implicherà, in un futuro più o meno lontano, la presenza di una coorte di pensionati incapaci di difendere il proprio tenore di vita e a rischio di povertà. L’auspicio è, quindi, che la previdenza complementare italiana possa fornire un massiccio sostegno pensionistico ai lavoratori più “giovani” nonostante i numerosi limiti dell’attuale normativa. A tale fine, è essenziale che questi lavoratori partecipino alla previdenza complementare in modo massiccio e attraverso un’adesione informata, esplicita e consapevole. Per ognuno di essi risulta, innanzitutto, essenziale sfuggire all’alternativa peggiore: essere inseriti, mediante adesione tacita, nei comparti prudenziali e garantiti o nella forma pensionistica residuale ad alto rischio politico. Si tratta, poi, di selezionare la forma previdenziale e il comparto più appropriati alle proprie esigenze e al proprio profilo soggettivo e oggettivo di rischio.

37 Infatti, nel caso di lavoratori occupati in aziende con meno di 50 addetti, l’art. 8, comma 7 del D.Lgs. n. 252/05 non richiede particolari specificazioni; e gli aspetti, che vanno comunque dettagliati (per esempio, le regole di versamento ritardato del Tfr alle forme pensionistiche complementari), sono chiariti per analogia con l’altro caso.
38 Il decreto del Ministro del lavoro, basato sul comma 757 della Legge finanziaria, specifica (art. 3, comma 1) che la scelta va qui intesa come il momento della consegna da parte del lavoratore del modulo standardizzato sopra specificato (cfr. nota 32). Ciò appare inevitabile ma contraddittorio con la possibilità di mantenere i tempi della scelta originaria (cfr. sempre 32). Fortunatamente la contraddizione non dovrebbe avere effetti pratici data la retroattività del trasferimento e l’invarianza del rendimento.
39 Il posponimento al 1° luglio 2007 dell’effettivo versamento alle forme pensionistiche complementari dei flussi di Tfr, maturati nel primo semestre 2007, è imposto dai tempi di autorizzazione di queste stesse forme alla raccolta del Tfr. Si noti che, se una delle forme previdenziali prescelte dai lavoratori non ottenesse l’autorizzazione, gli iscritti a tale forma dovrebbero trasferire immediatamente la loro adesione ad altra forma autorizzata. Si ricordi inoltre che tutto ciò non si applica ai lavoratori che, alla fine del 2006, già aderivano a una forma pensionistica complementare e versavano l’intero flusso di Tfr (cfr. n. 18).
40 Secondo i dati della Ragioneria generale, il flusso annuale di Tfr dell’insieme dei lavoratori dipendenti è pari a poco più di 18,9 miliardi di euro. Di questi 18,9 miliardi, alla fine del 2006 circa 1 miliardo era già allocato nella previdenza complementare. Peraltro, secondo i calcoli di Bardazzi-Pazienza (2005), circa il 65% dello stock di Tfr è detenuto da lavoratori privati occupati in imprese con almeno 50 addetti. È quindi ragionevole valutare in circa 11,6 miliardi di euro i flussi annuali di Tfr di tali lavoratori che possono essere destinati annualmente a una forma pensionistica complementare o a FonInps oppure essere in parte mantenuti — nel primo semestre del 2007 — presso l’impresa di appartenenza.
41 È singolare la scelta di un numero dispari, dato il vincolo della rappresentanza paritetica dei lavoratori e dei datori di lavoro e senza aver previsto la presenza di una figura indipendente.
42 La sola soluzione credibile, che avrebbe però l’effetto di minare le fondamenta del secondo pilastro previdenziale, sarebbe quella di un’assicurazione di ultima istanza da parte dello Stato (cfr. infra).


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