QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

TFR e previdenza complementare: si può ragionarne a prescindere dagli sviluppi del sistema di welfare?

5. Quali alternative?15

Questa non è la sede per disegnare misure alternative a quelle prima schematicamente descritte e criticate. Il punto principale che si vuole sottolineare è come la previdenza integrativa, ove non la si voglia rendere universale e obbligatoria a fronte d’una significativa compressione del pilastro di base, naturalmente tenda a essere adoperata maggiormente dai soggetti ad alto reddito. Pensare che essa possa quindi risolvere i problemi di inadeguatezza dei trattamenti futuri nel sistema di base per i soggetti a più basso reddito è poco realistico. Al tempo stesso, è poco realistico confidare nello sviluppo del pilastro integrativo laddove il costo del pilastro di base — e le garanzie comunque fornite dallo stesso, quantomeno per i soggetti a più alto reddito e con carriere lavorative più regolari e continue — rimanga elevato: il rischio è che quello sviluppo debba essere “drogato” da costosi (e iniqui) incentivi fiscali.
Una prospettiva diversa non può quindi prescindere da un qualche ripensamento della logica di funzionamento del pilastro di base. A suo tempo, con la riforma del 1995, la sostenibilità finanziaria dello stesso (a fronte dell’evoluzione demografica) era stata ottenuta al prezzo di creare un crescente numero di pensionati con trattamenti inadeguati e a rischio di povertà, un fenomeno avverso il quale l’unico e parziale contrasto sarà dato dall’operare di una sorta di safety net di ultima istanza (laddove un 65enne non accumuli diritti pensionistici sufficienti).16 Conciliare la stabilità finanziaria complessiva con un miglioramento dell’adeguatezza dei trattamenti unitari, già oggi a rischio in termini prospettici, richiede quindi una “quadratura del cerchio” sintetizzabile nei seguenti 3 punti:
• l’innalzamento delle soglie d’età per il pensionamento e una loro indicizzazione all’aspettativa di vita;
• la riduzione dell’aliquota contributiva gravante a fini previdenziali sul lavoro dipendente standard, facendovi anche convergere le altre categorie e fattispecie contrattuali che sono quelle più a rischio di incappare in trattamenti inadeguati;
• l’introduzione d’una logica esplicitamente redistributiva nel pilastro di base, con un’aliquota di computo inferiore (superiore) a quella di contribuzione per i redditi oltre (sotto) una soglia.17
Il primo elemento dovrebbe meglio conciliare sostenibilità e adeguatezza delle pensioni a fronte del prolungamento dell’aspettativa di vita. Dato il montante di contributi accumulati (un ammontare che è funzione del numero di anni di lavoro e dell’aliquota contributiva), uno spostamento in avanti delle età consentirebbe di garantire trattamenti unitari più elevati. Ciò che appare illogico, nelle riforme sinora attuate, è in effetti il mantenimento prospettico dei 65 anni come età pivot del sistema.18 Le altre due direttrici consentirebbero di migliorare i trattamenti più bassi — soprattutto per quei soggetti che abbiano lunghi percorsi lavorativi nelle categorie per le quali oggi vi siano aliquote ridotte (di contribuzione e di computo) — e di ampliare gli spazi per lo sviluppo della previdenza integrativa, tenendo conto del fatto che il mix ottimale delle due specie di trattamenti — governati gli uni dalle regole della ripartizione e gli altri da quelle della capitalizzazione — presumibilmente è differenziato a seconda delle condizioni economiche dei diversi individui. Il combinato operare delle due direttrici spingerebbe gli individui a più alto reddito a investire nel pilastro complementare — riducendo i loro trattamenti futuri nel pilastro di base e liberando risorse correnti a tale scopo — e salvaguarderebbe i trattamenti futuri nel pilastro di base degli individui a più basso reddito — che meno probabilmente aderiranno al pilastro integrativo. Da non sottovalutare sono anche i vantaggi in termini di venir meno delle distorsioni allocative, nel mercato del lavoro, legato alla attuale diversità delle aliquote previdenziali.
Incidentalmente è da osservare che l’introduzione d’una esplicita componente redistributiva nel pilastro di base non sarebbe affatto un vulnus al sistema. Rispetto alla situazione odierna19 avrebbe anzi il pregio della trasparenza e contrasterebbe esplicitamente la redistribuzione perversa insita nell’uso di coefficienti di aggiustamento attuariale che non tengono conto del diverso rischio di morte che caratterizza soggetti a più alto e più basso reddito. Essa renderebbe inoltre meno pregnante l’operare di quella soglia fissa di ultima istanza già descritta. Questa, oltre a essere per definizione inadeguata (in quanto solo di ultima istanza), attenua gli incentivi al lavoro (regolare): in molte situazioni l’ulteriore accumulo di contributi non innalza infatti i trattamenti futuri, venendo percepito come una pura tassa. Al contrario, il meccanismo redistributivo ipotizzato, nell’innalzare il “rendimento” (futuro) del lavoro effettivamente prestato dai soggetti a più basso reddito e su cui si siano regolarmente pagati dei contributi, rafforzerebbe gli incentivi al lavoro.20,21
In una simile prospettiva, la questione del TFR e della previdenza integrativa verrebbe a essere svelenita e posta nella sua giusta dimensione. Le priorità in proposito diverrebbero quelle di assicurare la massima trasparenza e contendibilità del mercato dei fondi, non più quella di “forzare la mano”, favorendo i fondi individuali o quelli collettivi.
Più nello specifico, una direttrice di miglioramento sembra esser quella d’un rafforzamento della trasparenza e comparabilità tra le diverse linee di prodotto, un’azione essenzialmente affidabile alla COVIP e che potrebbe utilmente prevedere anche un’esplicita proibizione di caricamenti che siano eccessivamente front-loaded. Trasparenza e comparabilità devono però anche coniugarsi con un effettivo principio di trasferibilità delle risorse. A tal fine, si potrebbe trarre ispirazione dal sistema svedese, in cui la raccolta delle contribuzioni da far affluire (sulla base delle libere scelte dei singoli lavoratori) ai diversi fondi integrativi è in mano “pubblica” e gestita assieme alla raccolta delle contribuzioni del pilastro di base. Vi andrebbe associata un’azione informativa, che favorisca la trasparenza, essenziale per guidare il lavoratore-risparmiatore nelle sue scelte tra i diversi fondi esistenti e per fargli conoscere non solo quanto egli stia accumulando nel pilastro integrativo, ma anche il quadro, a pochi noto, dei suoi diritti futuri nel sistema pensionistico pubblico di base. In proposito, si potrebbe valorizzare e utilizzare il costituendo casellario degli attivi, che potrebbe fornire informazioni, standardizzate, tanto sul pilastro di base quanto sui fondi integrativi.
Ancor più nello specifico, le compensazioni a beneficio delle imprese — in quanto tali comunque favorite dalla riduzione del costo del lavoro standard — potrebbero limitarsi a prevedere una sorta di passaggio della qualifica di credito privilegiato propria del vecchio TFR a quegli affidamenti posti in essere a fronte di uno smobilizzo del TFR.22 Gli incentivi fiscali a vantaggio dei lavoratori potrebbero esser poi ridotti, resi maggiormente neutrali e non regressivi: parrebbe perciò utile rafforzare l’incentivazione nella fase di accumulo — un incentivo più credibile e presumibilmente più efficace nell’indurre l’adesione ai fondi integrativi — e senz’altro reintrodurre nella tassazione personale e progressiva (eventualmente immaginando una franchigia esente) la rendita (ovviamente sempre al netto dei rendimenti eventualmente già tassati) liquidata in fase di corresponsione dei trattamenti.

15 Le linee propositive qui formulate riprendono quanto esposto, in un più ampio ambito, in Sestito P. (2006): “Mercato del lavoro e capitale umano”, in F. Silva (a cura di), Condizioni per crescere, ilsole24ore, Milano.
16 Per alcune previsioni sulla crescita prospettica di questi trattamenti minimi si veda Bosi, P., Baldini, M. e Mazzaferro, C. (2005), “Aspetti distributivi del sistema pensionistico nella prospettiva del passaggio al sistema contributivo”, ricerca commissionata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
17 Tutti pagherebbero ad esempio un’aliquota pari al 25%, ma i trattamenti per chi abbia redditi più elevati sarebbero computati sulla base di un’aliquota leggermente inferiore, mentre per gli altri il computo avverrebbe sulla base di un’aliquota leggermente superiore.
18 Per l’esattezza si immagina di spostare in avanti, e a regime poi di correlare sistematicamente all’evoluzione dell’aspettativa di vita, tanto la soglia minima di pensionamento quanto la soglia superiore oltre la quale gli eventuali contributi versati non vengano accumulati e non contribuiscano a elevare i trattamenti futuri. Un lavoratore che, avendo accumulando contributi all’aliquota del 25%, andasse in pensione nel 2045, con 40 anni di anzianità e 68 anni di età, anziché nel 2040 a 63 anni di età e 35 anni di anzianità, vedrebbe il tasso di rimpiazzo innalzarsi dal 41,1 al 56,3%, ove anche i contributi versati oltre i 65 anni di età gli venissero computati ai fini del calcolo della pensione (solo al 46,6% ove, come insito nelle regole attualmente vigenti, solo quelli versati sino a 65 anni di età fossero rilevanti). In questa prospettiva, eventuali interventi che eliminino il balzo improvviso nella soglia minima di pensionamento oggi previsto dalla normativa al 1° gennaio 2008 — auspicabili da un punto di vista equitativo e per la difficoltà del mercato del lavoro ad accomodare un balzo così consistente e improvviso — andrebbero effettuati senza perdere di vista l’obiettivo di più lungo termine di spostare comunque in avanti le soglie minime dell’età di pensionamento.
19 Le proprietà redistributive del sistema pensionistico sono complesse. L’introduzione del sistema a contribuzione definita nozionale aveva migliorato la situazione, eliminando il preesistente favore alle carriere retributive più rapide (che in genere caratterizzano lavoratori non manuali e a più alto reddito medio). In tutta la lunga fase di transizione al nuovo sistema di computo, effetti redistributivi importanti derivano dal combinato disposto della mancata indicizzazione ai salari reali dei trattamenti già in essere (un elemento che rimarrà anche a regime e che sfavorisce le pensioni preesistenti rispetto a quelle nuovamente liquidate) e del maggior favore dei trattamenti liquidati sulla base delle vecchie regole (che opera in senso opposto).
20 In ciò la proposta differisce da quella formulata da Di Nicola (cfr. Di Nicola, F. (2005): “Servono riforme di contributi e previdenza per rendere la flessibilità socialmente sostenibile”, www.contrappunti.info), che immagina invece di ricorrere all’antico (e ampiamente abusato) istituto della contribuzione figurativa per i soggetti a basso reddito, una direttrice che invece contrasterebbe l’obiettivo del prolungamento della vita lavorativa.
21 Il ridursi immediato del flusso di contribuzioni (pur in parte controbilanciato dall’aumento di quelle sul lavoro autonomo e parasubordinato) non si assocerebbe a un contemporaneo ridursi del flusso dei trattamenti (in buona misura predeterminati). Ciò plausibilmente richiederebbe una certa gradualità di approccio e che al finanziamento del tutto partecipi una ampia platea di soggetti, inclusi gli attuali pensionati e pensionandi.
22 Agendo per questa via si renderebbe possibile anche un certo smobilizzo dello stock di TFR accumulato.


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