QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

TFR e previdenza complementare: si può ragionarne a prescindere dagli sviluppi del sistema di welfare?

L’intervento di rimodulazione dell’opzione di default del lavoratore ha dal canto suo fatto passare nel dimenticatoio l’esigenza che le scelte del lavoratore-risparmiatore avvengano in condizioni di trasparenza informativa. Un intervento tutorio che imponga forme di risparmio previdenziale di per sé non è censurabile e anche la predisposizione di un’opzione di default può esser difesa con eguali argomenti nella misura in cui così si riduca il rischio di scelte irrazionali e inconsapevoli, tanto più probabili in un campo in cui le scelte di oggi devono proiettarsi su un futuro alquanto lontano e tener conto di parametri finanziari che pochi masticano. Il forzar la mano, in un modo o nell’altro, è però alla fine stato visto come sostitutivo di qualsivoglia sforzo di accrescere le informazioni e la consapevolezza delle scelte da parte dei lavoratori. Come prima detto, ben pochi soggetti oggi sanno quali saranno i loro probabili trattamenti pensionistici futuri.12 Ben pochi sono in grado di decidere sapendo cosa potrebbero avere aggiuntivamente dalla partecipazione alla previdenza integrativa e quali siano i rischi finanziari a essa connessi. La scarsa informazione sulla propria situazione futura e la scarsa trasparenza dei fondi integrativi esistenti sul mercato non favoriscono le scelte a favore del pilastro integrativo e, in prospettiva, rischiano di rendere poco consapevole e poco efficace anche l’operare della concorrenza tra i diversi fondi. In questa situazione, il compromesso trovato con la promulgazione del decreto — che sancisce un favore per i fondi collettivi, promossi dalla contrattazione collettiva che potrebbe destinarvi risorse aggiuntive rispetto al TFR, perché si consente al singolo lavoratore di trasferire da un fondo a un altro solo il flusso di TFR,13 oggettivamente indebolendo quel principio di trasferibilità che è condizione necessaria per la contendibilità del mercato dei fondi, ma rinviandone gli effetti al 2008 — rischia di combinare il peggio delle diverse soluzioni. A regime, si indeboliscono gli stimoli concorrenziali nel mercato della previdenza integrativa, lasciando però nel frattempo ampi margini ai fondi individuali già esistenti o in procinto di esser costituiti — soprattutto da parte delle società di assicurazioni — per rafforzarsi nel mercato; il tutto per di più con prodotti alquanto più costosi quanto a spese di gestione (il che è per molti aspetti insito nel fatto che i fondi individuali possono meno sfruttare economie di scala) e che si caratterizzano per un caricamento dei costi di gestione fortemente front-loaded, anch’essi così finendo con l’ostacolare quella trasferibilità tra fondi diversi ritenuta tanto importante a fini concorrenziali.
Al di là di questi specifici profili critici, il problema principale sembra però risiedere nel fatto che lo sviluppo della previdenza integrativa è stato pensato indipendentemente dai suoi nessi col sistema previdenziale di base e con quello di welfare più complessivo.
Per come configurati, gli incentivi a favore dei lavoratori e le compensazioni a favore delle imprese che facciano transitare il TFR al pilastro integrativo trascurano le funzioni, succedanee di altri istituti del welfare poco sviluppati nel contesto italiano, che il TFR oggi assume per i lavoratori, in caso di perdita del posto di lavoro e a fronte di necessità familiari e problemi di salute. In parte il problema è affrontabile prevedendo che dai fondi accumulati con una finalità previdenziale il lavoratore possa, entro certi limiti che comunque ne mantengano la funzione previdenziale di lungo termine, effettuare dei prelievi in caso di necessità. Lascia però perplessi che la questione TFR non venga affrontata in parallelo a quella della sempre rimandata creazione di un universale, robusto ed efficace regime di sostegno al reddito per chi perda un lavoro. Senza voler qui discutere del problema,14 va comunque detto che sottolineare la presenza di questi utilizzi del TFR, forse più meritevoli di tutela rispetto ad altri, non implica un giudizio positivo sulle modalità con cui oggi il TFR assolve a tali funzioni. Un aspetto in quanto tale positivo è nel fatto che il TFR viene liquidato una tantum, al momento del licenziamento, e quindi non rischia di ingenerare disincentivi nella ricerca di un nuovo lavoro. Anche ragionevole è il fatto che il sostegno al reddito del lavoratore licenziato sia funzione crescente della tenure aziendale pregressa. Propria questa modalità, associata col fatto che il TFR rimane nella disponibilità dell’impresa, lo rende però a rischio di distorsioni: si rischia infatti di indurre l’impresa a licenziare, di preferenza, un lavoratore a bassa tenure, perché più ridotto è il problema di reperimento delle risorse finanziare che in tal modo viene a porsi; il futuro regime ibrido, in cui TFR e pilastro integrativo coesisteranno, potrebbe da questo punto di vista addirittura accentuare le distorsioni, perché l’impresa sarà indotta a selezionare, in caso di licenziamento, i soggetti privi di TFR perché aderenti alla previdenza integrativa. Per combinare le diverse esigenze, un riformato regime di sussidi di disoccupazione potrebbe perciò esser integrato con la costituzione di un fondo simile al pregresso TFR, da costituire cioè a valere da contribuzioni calcolate annualmente, però accumulate in un fondo nazionale e non lasciate nella disponibilità delle imprese, da cui il lavoratore che abbia perso il lavoro possa, ma non debba, attingere in caso di necessità, lungo le linee di uno schema di recente introdotto in Austria.
Ancor più irragionevole appare però la mancata considerazione della non omogeneità dei nessi tra pilastro previdenziale di base e pilastro integrativo per i diversi gruppi di popolazione. Per quanto attenuato rispetto all’ipotesi iniziale di forzoso trasferimento del TFR alla previdenza integrativa, si è sempre mantenuto l’assunto secondo cui tutti i lavoratori sarebbe opportuno che aderissero alla previdenza integrativa, senza considerare il fatto che, l’esperienza empirica degli altri paesi, così come la considerazione dei maggiori rischi finanziari che il singolo individuo deve sopportare negli schemi previdenziali integrativi, suggeriscono una propensione ad aderire alla previdenza integrativa differenziata in base al reddito. Si è in altri termini trascurato il fatto che, ove la previdenza integrativa non sia resa esplicitamente obbligatoria, i problemi di adeguatezza dei trattamenti pensionistici futuri è plausibile debbano esser affrontati con un mix diverso da soggetti a più alto e a più basso reddito. Paradossalmente, la percezione di un rischio prospettico di trattamenti di base inadeguati — più grave per i soggetti a basso reddito e con carriere lavorative discontinue per i quali si pone un problema di prevenzione e contrasto del rischio di povertà — sta così inducendo a un tentativo di sviluppare un pilastro integrativo che, rimanendo comunque non obbligatorio, finirà con l’essere soprattutto adoperato dai soggetti ad alto reddito (a cui per di più si attribuiscono maggiori vantaggi fiscali).

13 Da un punto di vista giuridico la questione è stata dibattuta perché si è sostenuto che fare altrimenti avrebbe violato l’autonomia contrattuale delle parti. D’altro canto, al di là del fatto che la legge delega si esprimeva in senso opposto, perché sembrava privilegiare il principio della libera trasferibilità delle risorse accantonate dai lavoratori, è stato sostenuto che anche il normale salario, pur essendo determinato in buona parte dalla contrattazione collettiva, è poi nella piena e libera disponibilità del singolo lavoratore. Da un punto di vista economico il favore da assegnare ai fondi collettivi può esser sostenuto sulla base di due motivazioni. Le maggiori economie di scala che sono da essi conseguibili, col risultato di ridurre i costi di gestione dei fondi che sono il tallone d’Achille del pilastro integrativo. Il fatto che l’ampliare il novero di materie oggetto della contrattazione collettiva può consentire di effettuare più proficui scambi tra le parti. Entrambe le considerazioni non paiono però dirimenti, perché i costi di gestione potrebbero ben essere ridotti centralizzando la funzione di raccolta delle contribuzioni, che è il segmento operativo dove maggiori possono essere le economie di scala da sfruttare, e perché le parti ben potrebbero contrattare su contribuzioni a carico dell’impresa la cui destinazione, quanto a scelta del fondo integrativo in cui investire, venga poi lasciata nella disponibilità del singolo lavoratore.
14 Su di cui si rimanda a Pirrone, S. e Sestito, P. (2006): Disoccupati in Italia. Tra Stato, Regioni e “cacciatori di teste”, il Mulino, Bologna.


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