QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

TFR e previdenza complementare: si può ragionarne a prescindere dagli sviluppi del sistema di welfare?

In effetti, il calo dei trattamenti pensionistici futuri è essenzialmente legato al prolungamento dell’attesa di vita residua di chi andrà in pensione. A lungo andare, il progressivo incremento del rapporto tra ultrasessantacinquenni e potenziali occupati (convenzionalmente individuati dalla popolazione tra 15 e 64 anni di età),5 secondo le ultime proiezioni ISTAT6 destinato a salire dal 22% odierno al 63% del 2050, è connesso in primo luogo con la più elevata longevità. Il progressivo miglioramento di questa non può essere contrastato, se non temporaneamente, da maggiori migrazioni o anche da un recupero della natalità su valori tali da garantire un’approssimativa costanza della popolazione.7 In questo scenario di miglioramento della longevità — un miglioramento che è da ascrivere soprattutto al ridursi della mortalità nelle età più avanzate — ove rimanesse immutato il pattern delle età di pensionamento si dovrebbe necessariamente spalmare i trattamenti pensionistici su un periodo di tempo più lungo, riducendo gli stessi (a parità di risorse). Le uniche alternative sono nell’accumulo (in precedenza) di maggiori risorse e/o nel posticipo dell’età di pensionamento. Sebbene questo nesso sia esplicitamente sancito8 dal sistema a contribuzione definito nozionale introdotto dalla riforma del 1995 per il pilastro di base a ripartizione, lo stesso problema sussisterebbe anche in un ipotetico sistema a capitalizzazione. Banali considerazioni di equilibrio finanziario implicano che i trattamenti futuri della previdenza integrativa devono tener conto del progredire della longevità residua di chi sia in pensione. Non a caso, del resto, i prodotti previdenziali integrativi oggi esistenti si guardano bene dal promettere trattamenti garantiti a fronte della futura evoluzione della longevità media, riservandosi di introdurre a tempo debito i necessari adeguamenti. La formulazione adoperata in proposito è tra l’altro ben poco trasparente, con spazio per interventi unilaterali del gestore dei fondi, laddove invece il sistema previdenziale di base fa riferimento a una formula sancita normativamente per “trasformare” il montante contributivo accumulato in trattamenti pensionistici. La previdenza integrativa ha perciò essa stessa da ovviare al problema della crescente longevità e la scarsa trasparenza con cui il problema è oggi affrontato rappresenta anzi un possibile disincentivo per i lavoratori-risparmiatori che debbano decidere se destinarvi maggiori risorse.
La previdenza integrativa di per sé non evita quindi il problema demografico. La scelta a favore dello sviluppo della stessa è perciò da intraprendere al fine di meglio combinare i rispettivi vantaggi e svantaggi — in termini di rendimenti medi, rischiosità degli stessi e costi di gestione — dei sistemi a capitalizzazione e a ripartizione, non già per colmare un buco, contabile, connesso al previsto ridursi dei trattamenti nel pilastro di base, a ripartizione. Il perseguimento dello sviluppo della previdenza integrativa non andrebbe inoltre immaginato in sostituzione a interventi, nel pilastro di base e più complessivi nel mercato del lavoro, che, in parallelo al miglioramento della longevità, spostino progressivamente in avanti le età effettive di pensionamento, questo spostamento in avanti essendo in realtà il miglior mezzo per coniugare sostenibilità finanziaria e adeguatezza dei trattamenti pensionistici.9

5 Ovviamente anche questa convenzione definitoria dovrà presumibilmente esser rivista alla luce delle tendenze demografiche. Inoltre, è da tener in conto che lo sviluppo della scolarità oltre il livello di base comunque implica che ben pochi 15-24enni possono (ed è opportuno che possano) essere occupati.
6 Cfr. ISTAT, Previsioni demografiche nazionali: 1° gennaio 2005-1° gennaio 2050, marzo 2006.
7 Le prime potrebbero attenuare gli effetti del baby boom — baby boost dei passati decenni, i cui effetti saranno soprattutto visibili nei prossimi 20-30 anni, quando gli attuali, relativamente numerosi, quarantenni oltrepasseranno la soglia dei 65 anni e i pochi ventenni di oggi saranno nel pieno della loro vita attiva. La seconda, i cui effetti sui dati demografici prima citati comunque non sono immediati, eviterebbe un progressivo ridimensionamento del rapporto tra nuovi entrati e uscenti dal mercato del lavoro, senza però poter, a lungo andare, influire sul rapporto tra lo stock dei già usciti dal mercato del lavoro — in progressiva crescita per via della maggiore longevità – e gli attivi.
8 Sia pur con le ambiguità e i problemi di cui si è detto in una nota precedente.
9 Su tale questione si rimanda a Fornero, E. e Sestito, P. (a cura di) (2005): Beyond Mandatory Retirement, E. Elgar.


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