QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità, modelli sistemici e rischio d’impresa

3. Per un modello a quattro pilastri

A partire da tale modello sistemico, il punto che emerge è, per dirla con uno slogan, che “il terzo pilastro ha bisogno del quarto”.
Se è infatti vero che il sistema assicurativo, anche storicamente, appare essere l’interfaccia ovvia del cliente in termini commerciali per la soddisfazione del bisogno di longevità e l’assuntore naturale del rischio, ciò non implica automaticamente — come già abbiamo lasciato intendere — che tale rischio possa e debba rimanere completamente in capo al sistema, assicurativo o riassicurativo che sia.
Tre ci appaiono i principali motivi:
• natura “non pooling” del rischio di longevità: l’aumento del portafoglio e la dispersione del rischio su un numero elevato di teste non riduce l’impatto del rischio;
• dimensione del rischio tendenzialmente catastrofale;
• diffusa refrattarietà dei player, sia assicurativi ma specialmente riassicurativi, ad assumerlo.
Tale impostazione appare fondamentale anche a livello tattico e politico, perché aiuta il player assicurativo a sottrarsi dall’accusa (strumentale) di puro gioco di posizione.
Come il modello dei tre pilastri — per il finanziamento del sistema — può e dovrà essere vieppiù integrato dal reddito dell’individuo che lavora oltre i 60 anni, così il modello dei tre “scudi di protezione” — per la gestione della fase di erogazione — deve essere integrato dal quarto: il “resto del mondo”, che riceve quota parte del rischio esistente in cambio di una remunerazione con il meccanismo allocativo più dinamico e flessibile che l’uomo abbia mai inventato e progressivamente realizzato: il mercato finanziario.
Certo non è compito di facile portata, forse è anche difficile allocarne compiutamente la responsabilità:14 l’ottimismo della volontà, peraltro sempre necessario, si scontra spesso con il pessimismo della ragione.
Però a noi complessivamente sembra che i motivi addotti contro l’intraprendere tale direzione abbiano più il sapore di freno all’azione che di evidenziazione dei vincoli, come vedremo più sotto nell’ultimo paragrafo.
Infine, vale anche la pena sottolineare quali entità non possono, a nostro avviso, svolgere il ruolo di ulteriore “pilastro” nella gestione del rischio di longevità: il fondo pensione e l’impresa industriale.
Per quanto concerne il fondo pensione, la nostra affermazione — apparentemente controintuitiva — muove dal fatto che, non essendo tale soggetto dotato di patrimonio proprio ed avendo conseguentemente i propri asset e le proprie liability dinamicamente identiche, manca delle risorse con cui coprire le perdite inattese ma possibili.
Il fondo pensione che assume il rischio di longevità, in particolare secondo il modello della prestazione definita, ma anche semplicemente nella fase erogativa dei sistemi a contribuzione definita, rischia di andare “a intrappolarsi” nei meccanismi conflittuali che, ad esempio in Italia, hanno al termine condotto alle note vicende del glorioso Fondo pensione dei dipendenti della Comit.
Su questa lunghezza d’onda si pone la legislazione italiana (articolo 6 del nuovo testo unico in tema di previdenza complementare), pur consentendo al fondo pensione una gestione diretta della fase di erogazione, la contempla come ipotesi tutto sommato residuale e soggetta a uno stringente controllo.
Neanche l’impresa industriale, a fortiori potremmo dire, è un vettore naturale del rischio di longevità: innanzitutto non lo conosce, non possiede — né ha incentivi a sviluppare — l’approccio di risk management necessario per la gestione, non ha un capitale proprio allocato ad hoc, infine interferisce pesantemente con la sua politica salariale, essendo la contribuzione futura l’unica possibile forma di aggiustamento.
Il caso dei piani a prestazione definita del mercato brtiannico, descritto da David Miles,15 sembra davvero illuminante e definitivo.
Secondo una recente indicazione di KPMG nel Regno Unito, un anno di incremento della vita media attesa di tutti i dipendenti comporterà un costo aggiuntivo di 20 miliardi di sterline in termini di passività pensionistiche.
La legislazione italiana ne ha fatto tesoro e sostanzialmente non li prevede, con l’eccezione (peraltro del tutto differente e comunque non operativa a livello di provvedimento regolamentare attuativo) dei piani a prestazione definita destinati ai lavoratori autonomi.
L’impresa non è un detentore naturale del rischio di longevità perché ha una flessibilità finanziaria limitata, anzi limitatissima in epoca di globalizzazione competitiva: non può riversare i deficit attuariali su un maggior costo del lavoro e neanche può facilmente comprimerlo, riducendo la contribuzione, per portare in equilibrio il fondo a prestazione definita.

14 Trattandosi di interesse generale, crediamo naturalmente che in primis sia la politica a dover fare la sua parte — con la complicazione che non può trattarsi con tutta evidenza di un tema di portata solamente nazionale.
15 Si veda l’articolo di David Miles del 31-1-2005 disponibile sul sito la voce.info.


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