QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità, modelli sistemici e rischio d’impresa

2. L’evoluzione dei modelli sociali di copertura del longevity risk

L’allungamento della vita umana non sta provocando necessariamente, ne è necessario che provochi, una scomparsa della volatilità della durata di vita per il singolo, anzi la volatilità (downside, in questi esempi) è o potrebbe essere forse accentuata da alcuni fenomeni sociali; pensiamo alle cosiddette stragi del sabato sera, ad esempio, oppure alla cieca violenza terroristica, che a livello individuale tendono a ridurre, non ad aumentare, la sicurezza — almeno percepita — di un prolungamento della vita.
Anche il fenomeno di cosiddetta rettangolarizzazione della funzione di longevità (Pitacco) e della convergenza della moda verso la media della distribuzione e di entrambe verso l’età omega estrema della distribuzione dell’età della morte non devono essere tradotte in meccanica finanziarizzazione della parte terminale del ciclo vitale: anche recenti studi6 hanno evidenziato come la probabilità di esaurire il risparmio accumulato prima del termine della vita sia reale e rilevante, per quanto dipendente dall’asset allocation dello stock.
Se il tautologico adagio di B. Franklin appare dunque sempre vero (nulla è più certo della morte e delle tasse), resta altrettanto vero che per il singolo individuo nulla è più incerto del momento della morte.
Prima della nascita dei sistemi pensionistici pubblici, nei lunghi secoli delle società preindustriali, il rischio demografico, nella sua duplice e simmetrica veste di rischio di mortalità e rischio di longevità, naturalmente esisteva comunque ed era di fatto gestito nell’ambito della famiglia, spesso numerosa. La morte precoce della unica fonte di reddito implicava la mobilitazione delle energie dei familiari, con effetti spesso drammatici sulle aspettative di crescita personale. Anche la comunità sociale, spesso piccola e con profonde connotazioni localistiche, poteva in qualche misura offrire supporto. Anche la longevità era gestita in famiglia, grazie alla numerosità dei suoi componenti, alla assenza della donna dal mercato del lavoro e alla precoce uscita dei giovani dal mercato dell’istruzione. Per riassumerlo con i termini della filosofia politica, era certamente un sistema cooperativo basato su relazioni volontarie, incardinate nel legame familiare ma fondamentalmente “non di mercato”.
Nel suo noto e visionario The new financial order: risk in 21st century, Robert Shiller ben sintetizza il ruolo della famiglia come meccanismo di risk management intergenerazionale: “I sistemi di sicurezza sociale intergenerazionali sono una formalizzazione dei ruoli svolti dalla famiglia che, nel passato, è stato il principale meccanismo per suddividere i rischi tra le generazioni”.7
Tale meccanismo ha fondamentalmente caratterizzato la dinamica delle società umane lungo diverse latitudini per secoli ed è una buona approssimazione di quanto tuttora avviene nei paesi a basso grado di sviluppo economico-sociale.
Nel mondo occidentale moderno, con l’operato prima di Bismark e poi di Beveridge in Europa e di F.D. Roosevelt negli USA, ossia con la nascita e lo sviluppo del Welfare State, comincia progressivamente (ma velocemente) una seconda epoca, antitetica nei suoi principi di funzionamento alla prima, quella del quasi puro “monopolio pubblico”. Lo Stato, per il tramite dei sistemi pensionistici universali e obbligatori, assume su di sé la gestione del rischio di longevità e lo fa in una misura — concettualmente — non lontana dalla totalità, quando arriva a concepire e realizzare tassi di sostituzione dell’ultimo reddito prodotto non lontani dal 100%.

Il sistema ha una logica fondamentalmente coercitiva: si sostituisce lo Stato all’operatore privato non di mercato, ossia alla famiglia. Tale fenomeno, nato certamente con le migliori intenzioni di nutrire la solidarietà inter e intragenerazionale e in funzione di realtà e dinamiche difficilmente affrontabili in modo diverso, ha provocato anche non secondari effetti di deresponsabilizzazione dell’individuo e l’oggettiva diminuzione del ruolo della famiglia nella dinamica sociale.
Se la famiglia è senza dubbio uno strumento dalle risorse limitate ed eccessivamente rischioso per farci totale affidamento in una economia moderna, la sua esautorazione lascia vuoti non facilmente replicabili.
Agli albori del XXI secolo, è fondamentalmente il tema delle scarsità strutturali delle risorse disponibili che rende per sempre superata questa fase nei paesi occidentali.8 La storica generosità dei sistemi pubblici trova ormai un limite invalicabile:
• nella già raggiunta incidenza della spesa pubblica sul Prodotto Interno Lordo ed in una struttura per classi di età non favorevole (Figura 1);
• nella globalizzazione competitiva, che rende per molti paesi avanzati gli oneri di tale incidenza, già al livello attuale non facilmente sostenibili;
• nell’invecchiamento della popolazione: in teoria, quando la percentuale della popolazione in età lavorativa fosse strutturalmente pari a quella in età di pensionamento, in un sistema a ripartizione che garantisce il pieno mantenimento del tenore di vita metà del reddito disponibile sarebbe assorbito dalla spesa pensionistica.

6 Albrecht e Maurer “Self-annuitization, consumption shortfall in retirement and asset allocation: the annuity benchmark”, 2002, working papers, Wharton school.
7 Traduzione dell’autore.
8 Assai interessante appare il seguente tema, che esula dagli obiettivi del presente del contributo, in relazione alla dinamica del paesi meno sviluppati: il passaggio per una “era due” simile a quella del XX secolo occidentale è inevitabile oppure è immaginabile un salto diretto a una fase più evoluta? Il caso del Cile potrebbe forse fornire qualche suggerimento.


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