QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità, modelli sistemici e rischio d’impresa

14. Conclusioni

Al di là del contesto valoriale di riferimento, che nella vita tende a vedere il bene e il positivo, la longevità, ossia l’aumento della vita attesa ed effettiva, può essere considerato una “buona notizia” per l’umanità che ne può e ne potrà beneficiare.
Nessun essere umano razionale opterebbe per “l’alternativa Botswana”, con i suoi 30 anni circa di vita attesa alla nascita. In effetti, “old age is not so bad when you consider the alternatives”, diceva M. Chevalier.
Peraltro può essere (è) una buona notizia anche per le compagnie di assicurazione in quanto operatori economici privati operanti in un mercato libero e chiamati dai loro azionisti alla creazione di valore in modalità sostenibile nel tempo: laddove v’è rischio, v’è opportunità di creare valore. La correlazione tra “buona notizia per il mondo/buona notizia per le compagnie” è quindi una riprova logica del ruolo sociale dell’assicurazione e di per sé aumenterà il rilievo dell’operatore assicurativo.
Per la longevità che tende all’infinito, scompare la componente demografica del rischio e la copertura del bisogno diventa un puro processo di risparmio e prima ancora di generazione di reddito: potremmo dire che a quel punto è il quarto pilastro del momento accumulativo a prendere il sopravvento su tutto.
Il lato della domanda rivela tuttora una preferenza per la liquidità marcata e netta, poiché la valutazione implicita del rischio — e quindi la willingness to pay — da parte dei clienti potenziali è molto diversa da quella (molto più restrittiva) effettuata dai players assicurativi e anche dai loro regolatori.
È certo il ruolo sociale delle compagnie (ma anche di altri intermediari finanziari) nell’orientare la domanda verso una diminuzione, tramite gli strumenti di una evoluta relazione commerciale. La sistematicità e la dimensione del rischio di longevità rende comunque impossibile per tutti i player gestirlo, da soli, in toto. Non si può in ogni caso rinunciare a questo rischio: lo si è assunto per decenni senza selezionarlo, in modo molto meccanicistico, sarebbe un errore passare da un estremo all’altro.
Sharing (vale a dire suddivisione o meglio condivisione) sarà dunque la parola d’ordine per tutti e dove v’è condivisione deve esservi sia collaborazione, tra attori con ruoli istituzionali diversi, che competizione, per selezionare i migliori rappresentanti di ciascuna categoria). In questo è da guardare il mondo della finanza, che insegna che i rischi si possono gestire non solo diversificandoli ma anche allocandoli tra soggetti nel modo più opportuno, ad esempio in funzione delle loro liability naturali oltre che delle differenti visioni di mercato. Sharing è dunque la “parola d’ordine” destinata a valere per tutti.
Per le imprese assicurative, che debbono dividere il carico del rischio tra diversi strumenti di gestione e sviluppare strumenti/prodotti più sofisticati: adeguatezza sostanziale e responsabilità sociale debbono procedere parallelamente. Per gli individui, che debbono progettare la propria esistenza suddividendo su tutti quattro i pilastri l’onere di alimentare il processo di accumulazione delle risorse. Per i sistemi pensionistici pubblici, che devono suddividere il rischio da loro gestito nel modo più possibile equo tra le generazioni. Per lo Stato, che deve incentivare, regolamentare e monitorare l’evoluzione del sistema, nell’impossibilità di assumersi la totalità del rischio o di operare da attore di ultima istanza, utilizzando la fiscalità generale a piè di lista, senza limitare gli spazi di libertà.
La posta in gioco sarà altissima, anche e soprattutto sotto il profilo morale. Qualora la longevità diventasse un rischio di rilevanza globale e socialmente non maneggiabile, la pressione verso il contenimento delle spese sanitarie nelle età avanzate e quindi, de facto, verso la riduzione della vita attesa potrebbe diventare irresistibile e per la prima volta nella storia, la longevità cesserebbe di diventare un obiettivo per la specie umana, mutando il senso ultimo forse dello stesso sviluppo economico-sociale.


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