QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità, modelli sistemici e rischio d’impresa

13. L’ipotesi di un mercato della longevità

L’ipotesi di creare un mercato della longevità, luogo virtuale in cui operatori nativamente non coinvolti nel tema prendono posizioni di investimento e quindi di rischio, è affascinante, sistemicamente necessaria, una grande sfida. Tutti coloro che a qualche titolo prendono parte al mondo della longevità dovrebbero sentirsene stimolati.
Rilevanti sono ovviamente gli ostacoli ma è assolutamente necessario il giusto atteggiamento intellettuale e operativo per affrontarli.
Non ci sono dati sufficienti? Si tratta di crearli progressivamente chiamando a raccolta tutti gli attori interessati.
Non c’è cultura della rendita sia dal lato della domanda che dell’offerta? Si tratta di svilupparla, a piccole dosi ma con continuità e determinazione.
Non c’è domanda da parte di investitori perché l’investimento in longevità è fuori dai mandati di gestione e dai benchmark? Si tratta di sottolineare il possibile valore di una categoria di assets completamente decorrelata alle tradizionali variabili finanziarie, che in genere sono molto apprezzate da alcune tipologie di investitori.
Si verificano dei fallimenti nei primi esperimenti? Sono utili lezioni per il futuro, non sentenze inappellabili.
D’altronde la storia del mercato degli strumenti derivati è piena di segmenti operativi e di realtà che si sono affermate nel tempo superando ostacoli o veri e propri fallimenti che sembravano insormontabili e definitivi.
Deve essere superata la naturale sindrome del prime mover, dato che si percepisce che i primi hanno più rischi che benefici in un mondo ad alta replicabilità.
Sul tema dei longevity bonds, comincia a emergere un’interessante letteratura scientifica, requisito assolutamente chiave e preliminare per lo sviluppo dei mercati derivativi, come insegna l’esperienza — ormai parte storica dell’economia e del pensiero economico — del modello di Black and Scholes, il cui emergere come schema di riferimento fu essenziale nello sviluppo dei derivati azionari.
Ci riferiamo in particolare ai recenti lavori di Blake e dei suoi coautori,17 che, consolidando contributi meno recenti, individuano una serie di derivati legati alla longevità, non necessariamente connessi a titoli cash, sul modello peraltro di quelli ordinariamente noti: swap, futures, option, cap, floor e così via.
Si inizia a dare evidenza di tale letteratura anche in riviste a maggior valenza e diffusione operativa,18 anche questo primo timido segnale incoraggiante.
Tra gli emittenti, riteniamo che possa essere fondamentale il ruolo che può essere assunto dagli operatori che guadagnano da una vita attesa che aumenta ossia tutti coloro che hanno un customer lifetime value assai sensibile all’aumento della speranza di vita. La valenza del ruolo di tali attori, che possiamo chiamare natural hedgers del longevity risk, sta nel fatto che potrebbero contribuire a superare la cronica carenza di offerta riassicurativa, rappresentandone a tendere addirittura un concorrente naturale connotato da un vantaggio competitivo non replicabile.
È immediato citare a tal proposito l’esempio dell’industria farmaceutica, per la quale:
• è presumibile che esista una dipendenza funzionale di lungo termine, complessa ma robusta, tra invecchiamento della popolazione e valore creabile dall’industria;
• la relazione corre nei due sensi: non solo l’invecchiamento è la condizione base per creare valore ma è anche parzialmente frutto del valore creato: secondo alcuni studiosi, circa il 40% degli anni di vita media “guadagnati tra il 1986 ed il 2000 negli USA può esser ricondotto all’introduzione di nuovi farmaci;
• i capitali investiti sono di assoluta rilevanza, tendono a crescere, hanno lunghi orizzonti temporali ed il debito ovviamente utile come fonte di finanziamento, se non altro per ottimizzare la struttura del capitale;
• le dimensioni, l’affidabilità e la sofisticazione delle imprese sono significative, fattore importante per creare mercati potenzialmente di ampia dimensione.
È noto infatti che il consumo dei farmaci aumenta in modo esponenziale nell’età anziana: in Italia nel 2004 un assistibile con oltre 75 anni di età ha una spesa 11 volte superiore a quella di una persona con età compresa tra i 25 e 34 anni.19
Gli ultrasessantacinquenni coprono il 60% della spesa: non ci pare impossibile definire un modello quantitativo ragionevolmente robusto che metta in correlazione l’aumento della longevità con l’aumento della spesa e quindi dei ricavi.
In questa fase inoltre, essendoci al momento un evidente e riconosciuto gap tra domanda e offerta strutturale, chi si pone dal lato dell’offerta potrebbe realizzare interessanti, forse temporanei, vantaggi, sotto forma di bassi costi di finanziamento a lungo e lunghissimo termine, segmento della curva dei tassi che i prenditori privati di fondi hanno sempre grandi difficoltà e costi a raggiungere.
Non è un caso che la B.E.I. abbia tentato di emettere nel 2004 il longevity bond a un costo di 20 punti base inferiori al suo usuale standard, probabilmente eccedendo ma è evidente che non sarà facile per molto tempo avere una diffusa comprensione della fairness del pricing delle emissioni proposte.
Nel caso dell’industria farmaceutica, appare evidente come possa parlarsi di una vera e propria relazione tra asset e liability.

17 Ad esempio il già citato “Living with mortality”.
18 Ad esempio “Life and pensions”.
19 Fonte: Istituti Superiore di Sanità.


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