QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La mortalità differenziale: un fattore demografico di cui la riforma del sistema previdenziale non tiene conto adeguatamente

Un ulteriore elemento che delinea la complessità del processo evolutivo della mortalità come pure l’ampia gamma di sfumature di quella differenziale emerge allorché si considera il ruolo del fattore territoriale: la mortalità cambia pure col mutare della geografia della mortalità per causa, aspetto questo in qualche modo già evidenziato, e limitatamente ad alcune fasce d’età, dalla Tabella 2. Infatti pur se i continui progressi registrati nella sopravvivenza hanno attenuato la variabilità delle differenze regionali — e in misura più accentuata nel caso degli uomini — queste ultime tuttavia non solo continuano a essere sensibili potendo arrivare fin quasi a 3 anni di speranza di vita, ma come si coglie dal confronto fra le tavole di mortalità regionali7 del 1960-’62 e quelle del 1988-’92 (Tabella 3), queste differenze si sono conservate parzialmente nel tempo e lo evidenzia la quasi invarianza della posizione di alcune regioni nella graduatoria per livelli di mortalità; le tendenze in atto sembrano però prospettare alcuni cambiamenti di rilievo anche dal punto di vista geografico.
Le tendenze più recenti continuano a confermare che nel Centro permangono i livelli più alti di speranza di vita; più articolata è invece la situazione delle altre due ripartizioni. In particolare, distinguendo per genere, per gli uomini si riscontrano generalmente speranze di vita più basse nel Nord e soprattutto in Lombardia, Piemonte-Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Liguria imputabili a una maggior incidenza dei tumori; nel Sud questo fenomeno è più circoscritto e si rileva soprattutto in Campania. Nel caso delle donne la mortalità continua a manifestarsi più elevata nel Sud a causa della maggior incidenza delle malattie cardiovascolari; ciò si verifica in particolare, oltre che in Campania, anche in Sicilia, dove un altro fattore di rischio importante nel mantenere elevata la mortalità è il diabete.

4. Mortalità differenziale ed equità attuariale: alcune considerazioni in margine alla riforma Dini

A conclusione di questa rapida rassegna sottolineiamo quindi come da un lato la mortalità si sta concentrando sempre più alle età senili ed avanzate, per cui la sua evoluzione futura sarà condizionata dalle tendenze in atto nell’ultima fase della vita, che è quella della vecchiaia e della pensione; dall’altro rimarchiamo che oggi a queste età persistono differenze sistematiche di mortalità tra uomini e donne in generale oltre che di condizione sociale differente e secondo la diversa localizzazione territoriale; se infine disponiamo di scenari per il futuro della mortalità in generale, molto più problematico è invece formulare ipotesi circa l’evoluzione delle differenze che la contraddistinguono.
Le età senili e avanzate sono anche quelle in cui è a rischio, molto di più che altri momenti, sia la vita che le condizioni di salute, e quindi la qualità stessa della vita; è questa anche la fase della vita che attinge molte delle sue risorse dal sistema previdenziale per cui è la più esposta alle ricadute economico-sociali di ogni modifica del sistema stesso.
In Italia, prima della riforma Dini, la pensione aveva, fra l’altro, la funzione di continuare a mantenere per quanto possibile lo standard di vita del lavoratore, per cui la sua retribuzione era il riferimento per il calcolo della pensione e quanto più quest’ultima e la retribuzione pensionabile si avvicinavano tanto più questa funzione viene — o meglio veniva — garantita; il costo di questo sistema è risultato però insostenibile a causa anche dell’allungamento della vita media in questi ultimi anni. La riforma Dini (Fornero, E. e Castellino, O., 2001) ha fissato così nuovi e uniformi meccanismi di calcolo per i trattamenti pensionistici, reintroducendo il principio della capitalizzazione ovvero il principio secondo cui a ciascuno competono pensioni commisurate a quanto e a quando ha versato e in relazione a un unico coefficiente di conversione che riflette tra l’altro l’andamento della sopravvivenza attesa dal momento del pensionamento. In presenza di una mortalità differenziale d’un certo rilievo, come nel nostro caso, quest’equità attuariale si risolve però in un’equità in media e l’effetto della mortalità differenziale è quello di innescare un processo redistributivo a favore di quanti beneficeranno di una mortalità bassa, meccanismo questo che, se da un lato non è facilmente palesabile per quanto riguarda il ruolo che assumeranno in prospettiva i fattori sociali e territoriali, lo è invece molto di più per quanto riguarda il genere.

Nella riforma Dini invece la mortalità differenziale per sesso non viene presa in considerazione perché ai fini della determinazione del succitato coefficiente di conversione si tien conto anche della pensione di reversibilità da pagare al coniuge sopravvivente che, nel caso donna, si ipotizza abbia un’età di tre anni inferiore a quella del marito. In realtà alcune recenti simulazioni evidenziano che tale presunta compensazione non ha luogo (Belloni, M. e Maccheroni, C., 2005) per cui questa assenza di forme di discriminazione tra i sessi per il computo della rendita pensionistica comporta che la componente maschile degli occupati concorra a finanziare una politica a prevalente vantaggio della componente femminile.
Evidentemente non si è percepito che l’ottica familiare, come era nel passato, del sistema pensionistico oggi non è più giustificabile, anche per il cambiamento delle aspettative della componente femminile sul mercato del lavoro. È mancata la conoscenza delle difficoltà di prevedere la dinamica demografica per questo tipo di problemi e l’introdurre ipotesi sulle caratteristiche della nuzialità, fenomeno condizionato tipicamente da fattori sociali suscettibili di mutare nel tempo radicalmente, rende anche più problematica la valutazione delle correzioni che intervengono sui livelli pensionistici e le loro ricadute economico-sociali.

7 Le prime tavole di mortalità regionali risalgono al 1921-22 e presentano, tra l’altro, differenze metodologiche di una certa rilevanza rispetto alle successive la cui serie comincia appunto con quelle cui qui facciamo riferimento cioè del 1960-‘62.


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