QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La mortalità differenziale: un fattore demografico di cui la riforma del sistema previdenziale non tiene conto adeguatamente

Il quadro fin qui tratteggiato delinea solo le tendenze di fondo della flessione della mortalità; di questa flessione non si è beneficiato però in modo non uniforme. Come si coglie dalle Figure 1 e 2 dei due sessi, ne è rimasto più avvantaggiato quello femminile e a questo proposito va sottolineato che, se in Italia le differenze di mortalità tra uomini e donne risultano particolarmente elevate rispetto a molti paesi europei, non sono tuttavia tra le più consistenti.4 In questi ultimi tempi si è andata però manifestando una crescita della speranza di vita alla nascita dei maschi lievemente più rapida rispetto a quella delle femmine, per cui questo differenziale torna a ridursi, anche se per ora solo leggermente, dopo aver toccato il suo massimo nel corso degli anni Ottanta; all’età di 60 anni invece il divario tra speranze di vita di uomini e donne è rimasto stabile da allora ed è dell’ordine di quattro anni e mezzo (Figure 1 e 2).
Se le caratteristiche differenziali della mortalità per genere sono le più conosciute, anche perché storicamente tra le prime ad essere studiate, altrettanto rilevanti sono quelle per condizione sociale e per area di residenza.
È noto che i gruppi sociali più svantaggiati sono soggetti a una mortalità più elevata rispetto al resto della popolazione (Lopez, A., Caselli, G. and Valkonen, T., 1995). Le analisi più approfondite in questo campo traggono oggi i loro risultati da un impianto statistico complesso che generalmente collega fra loro le rilevazioni correnti della mortalità con quelle provenienti dai censimenti; nel caso italiano le statistiche in questione sono limitate finora all’arco di tempo tra i censimenti 1981 e 1991 e gli indicatori di sintesi oggi utilizzabili per confrontare i differenti livelli di mortalità sono i corrispondenti tassi standardizzati, non in questo caso la speranza di vita5 che, come si vedrà successivamente, oltre ad avere un ruolo importante per evidenziare le differenze di mortalità, è anche un parametro chiave ai fini della valutazione della pensione.
In questo ambito uno dei caratteri solitamente utilizzati — e questo è anche il nostro caso — è il titolo di studio. È intuitivo che esso consenta più ampie possibilità nella vita rispetto alla scelta di lavoro, che incorpori in sé gli elementi discriminanti lo status socio-economico degli individui e, elemento fondamentale, anche le differenze nell’accesso all’informazione e alle potenzialità di beneficiare di risorse culturali che, come si è già detto, hanno un ruolo importante sugli stili di vita e quindi sulla qualità e durata della vita.

Tabella 1: Numeri indici dei tassi standardizzati di mortalità per genere, classe di età, titolo di studio e ripartizione geografica di residenza. Anni 1991-1992
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Fonte: ISTAT, La mortalità differenziale secondo alcuni fattori socio-economici, Informazioni, n. 27, 2001

I risultati di quest’approccio all’analisi della mortalità differenziale sono riportati alla Tabella 1. Dalle relazioni che è evidente cogliere tra istruzione, genere, età, ripartizione geografica di residenza e i corrispondenti livelli di mortalità espressi in termini di numeri indice dei tassi standardizzati appare immediatamente un quadro molto articolato: si rileva il chiarissimo gradiente inverso di mortalità di cui si diceva prima — più si sale nella gerarchia sociale, meno elevato è il rischio di morte — e l’ampiezza di questo gradiente varia da ripartizione a ripartizione. La mortalità differenziale associata al titolo di studio è particolarmente accentuata nella fascia d’età attiva (18-59 anni), lo è soprattutto per gli uomini e in particolare nel Nord dove i livelli di mortalità all’estremo inferiore della scala sociale sono il quadruplo di quelli all’estremo superiore (Tabella 1).

4 Le differenze maggiori si registrano in Francia e Finlandia.
5 Non vi sono tavole di mortalità dell’ISTAT per titolo di studio oppure per professione, ecc.; in queste circostanze si fa ricorso a tassi standardizzati che consentono di confrontare sinteticamente i livelli di mortalità di vari sottoinsiemi demografici senza che su queste misure interferiscano le differenze di composizione per età.


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