QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La mortalità differenziale: un fattore demografico di cui la riforma del sistema previdenziale non tiene conto adeguatamente

Da questo punto di vista conoscere e delineare l’evoluzione della mortalità fornisce un contributo importante alla messa a fuoco di queste problematiche e ciò non solo per il suo ruolo nel determinare l’andamento demografico, ma proprio perché col suo secolare trend decrescente che verosimilmente è destinato a proseguire, ha via via concorso a determinare l’attuale invecchiamento della popolazione; è questo il fenomeno demografico che costituisce una delle preoccupazioni maggiori del nostro come di molti fra i paesi sviluppati per i suoi riflessi, tra l’altro, proprio sull’evoluzione della politica sanitaria e previdenziale, punto quest’ultimo che sarà ripreso alla conclusione di queste pagine.
Questo trend decrescente che ha caratterizzato l’evoluzione della mortalità è stato determinato, com’è noto, dal concorso di vari fattori: i miglioramenti dell’igiene sia pubblica che privata, i progressi della medicina, come pure il continuo miglioramento delle condizioni economiche generali, dei livelli d’istruzione oltre che del tenore di vita. A livello individuale infatti redditi più elevati e una maggior istruzione hanno un effetto protettivo nei confronti del rischio di morte perché consentono di accedere più facilmente a consumi e a stili di vita che tutelano di più la salute e le condizioni di esistenza; a livello aggregato la crescita del reddito si associa positivamente con quella in investimenti nella salute pubblica che si concretizzano nel garantire alla popolazione servizi e accessi alle cure sanitarie oltre a favorire la ricerca medica.
In Italia questo processo si è sviluppato soprattutto nel corso del Novecento; comincia nella prima metà del secolo con gli interventi nel campo dell’igiene — richiamiamo qui, fra gli altri, le grandi bonifiche e quindi la lotta alla malaria — e con i trattamenti contro le altre malattie infettive e quelle dell’apparato respiratorio che allora dominavano il quadro nosologico; la “grande” svolta avviene nella seconda metà e porta il nostro paese a raggiungere i livelli della speranza di vita di quelli più avanzati sul finire del secolo stesso (Figure 1 e 2). Scemano progressivamente le malattie infettive e prosegue la diminuzione della mortalità infantile, ma la speranza di vita alla nascita, dopo un ulteriore progresso, fa poi registrare nel corso degli anni Sessanta e Settanta un rallentamento che nel caso degli uomini diviene addirittura una sosta alle età avanzate e senili (Figura 1). In effetti era mutato il quadro nosologico: le cause di morte prevalenti cui ora la popolazione è esposta sono le malattie cardiovascolari e i tumori, su cui hanno un ruolo importante anche gli stili di vita ereditati inconsapevolmente dal passato e che vanno cambiati: in particolare fumo e dieta alimentare, o che sono effetto diretto dei nuovi modelli sociali: gli incidenti stradali.
Era necessario quindi che la medicina raccogliesse le nuove sfide — alle malattie cardiovascolari e ai tumori è imputabile oltre il 70% dei decessi — e mettesse a punto un’efficiente campagna di cura e di prevenzione per cogliere i primi successi che cominciano a profilarsi nella seconda metà degli anni Ottanta; sono infatti le malattie cardiovascolari a evidenziare da allora un trend caratterizzato da un calo sempre più netto. La mortalità per tumori ha continuato invece a crescere fin quasi alla fine degli anni Novanta, per poi far registrare in questi ultimi tempi una lieve inversione di tendenza che, tenuto conto dei recenti sviluppi della ricerca in campo biomedico, sembra destinata a durare.


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