QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La mortalità differenziale: un fattore demografico di cui la riforma del sistema previdenziale non tiene conto adeguatamente

1. Introduzione

Dalla fine dell’Ottocento le popolazioni del mondo occidentale hanno sperimentato una rivoluzione silenziosa che ha consentito ai propri componenti di vivere sempre più a lungo per cui il raggiungimento delle soglie d’età che oggi connotano la vecchiaia è diventato un evento pressoché sicuro.
All’origine di questa evoluzione stanno le grandi trasformazioni innescate dal processo di modernizzazione della società che hanno avviato la diffusione dell’igiene di base, il progressivo adeguamento del quadro sanitario a standard via via più elevati e all’interazione di questi fattori con l’aumento del tenore di vita; questo processo, pur se avviatosi in Italia con un certo ritardo e più lentamente rispetto a quanto avvenuto in altri paesi industrializzati, ha fatto registrare una rapida accelerazione negli ultimi trent’anni ed il nostro paese da tempo ormai è nel gruppo di quelli caratterizzati dalla speranza di vita o vita media più alta: alle soglie degli anni 2000 risultava pari a 76 anni per gli uomini e ad 82 per le donne. Questi risultati si riferiscono alla popolazione nel suo complesso ed evidenziano il livello cui sono giunte attualmente differenze di rischio di morte fra i due sessi, che sono anche le più note, ma la mortalità differenziale (per area geografica, ceto sociale, ecc.) è in realtà un fenomeno molto più generale, articolato e non facile da studiare e con ricadute economico-sociali non trascurabili, in particolare dal punto di vista pensionistico.
La riforma pensionistica ha reintrodotto infatti il principio secondo cui a ciascuno compete una pensione commisurata a quanto e a quando ha versato e in relazione a un unico coefficiente di conversione che riflette tra l’altro l’andamento della sopravvivenza attesa dal momento del pensionamento; per cui in presenza di una mortalità differenziale d’un certo rilievo, come palesemente nel caso di quella per sesso, quest’equità attuariale si risolve in un’equità in media e l’effetto della mortalità differenziale è quello di innescare un processo redistributivo a favore di quanti beneficeranno di una mortalità bassa.

2. Il quadro evolutivo della mortalità in Italia

Le caratteristiche demografiche delle popolazioni hanno nelle società moderne un peso crescente nell’influenzare le politiche di sviluppo e quelle sociali sia a livello nazionale che locale. L’azione di queste politiche fa poi sentire più o meno efficacemente i suoi effetti sulle componenti dinamiche della popolazione: natalità, mortalità e movimenti migratori, che a loro volta plasmano, non sempre o non adeguatamente rispetto agli intenti, la struttura per età della popolazione stessa che fornisce l’immagine di come coesistono fra loro i fruitori di queste politiche: giovani, adulti e anziani. In effetti i processi demografici sono complessi, per di più caratterizzati da una notevole forza d’inerzia e le configurazioni della popolazione — in termini di età — che vengono a determinarsi per il loro interagire sono durature se non praticamente irreversibili nelle loro caratteristiche generali; le politiche si avvalgono quindi per i loro interventi anche dei risultati del monitoraggio dell’andamento e dell’analisi delle tendenze di lungo periodo per cogliere al meglio, prevenire oltre che cercare di correggere o attenuare le conseguenze di una dinamica della popolazione non sempre in linea con gli obiettivi contingenti dello sviluppo sostenibile.

Carlo Maccheroni: professore ordinario di Demografia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.


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