QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità e BDNF: il ruolo del cervello nella regolazione della durata della vita secondo un punto di vista evolutivo

Figura 2: L’influenza di diversi tipi di stress sulla sucettibilità alle malattie e longevità mediata dal reciproco invio di segnali tra il cervello e la periferia del corpo

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Nota: Stimoli sensoriali dall’ambiente esterno possono modulare il livelli di serotonina (5HT), BDNF, Ormone di Rilascio della Corticotropina (CRH), insulina/recettore per il fattore di crescita insulina-simile (Insulin-like Growth Factor-1 = IGF-1) e dei glucocorticoidi (GC) in varie regioni del cervello, come indicato in figura. Queste alterazioni delle funzioni cerebrali possono influenzare l’apprendimento e la memoria e possono anche avere degli effetti marcati sul metabolismo dell’energia nei diversi distretti corporei e in ultima analisi modificare anche la resistenza allo stress.

5. Conclusioni

Il sistema nervoso è particolarmente predisposto per prendere delle “decisioni” che influenzano la durata della vita e agire su queste decisioni grazie al controllo sui segnali che regolano il comportamento e il sistema ormonale neuroendocrino. Coordinando la risposta corporea all’assunzione di nuova energia (assunzione di cibo) e la resistenza allo stress, il cervello può promuovere un prospero avanzamento verso la terza età oppure contribuire alla patogenesi delle malattie correlate all’invecchiamento. In effetti, vi sono ampie dimostrazioni del ruolo diretto e/o indiretto del cervello nelle maggiori cause di morte negli esseri umani. Per esempio, regolando l’assunzione di cibo e/o la risposta allo stress, il cervello può promuovere lo sviluppo di malattie cardiovascolari, il diabete o il cancro. Mantenere in salute il proprio cervello e la sua plasticità durante tutta la vita diventa quindi un importante obiettivo per la salute pubblica. È infatti sempre più evidente che la stimolazione cognitiva, una dieta appropriata e l’esercizio fisico possono aiutarci a raggiungere questo obiettivo. Questo stile di vita è particolarmente importante dalla mezza età in poi, quando il cervello deve affrontare una serie di sfide che includono anche la possibilità di sviluppare malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer. Negli ultimi dieci anni numerosi studi sugli esseri umani hanno dimostrato che l’esercizio fisico ha effetti benefici sulla salute del cervello e le sue funzioni, in particolare nella popolazione anziana. L’esercizio fisico è quindi considerato come un indicatore chiave delle potenzialità cognitive dell’anziano e recenti studi in animali ed esseri umani hanno indicato che l’attività fisica e il controllo della dieta sono associati a minore rischio di andare incontro a declino cognitivo, Alzheimer o demenza senile.
In questi tempi, la richiesta di sviluppare una migliore prevenzione dei danni dell’invecchiamento viene portata avanti in un contesto politico complicato. A un estremo si trovano gruppi imprenditoriali spregiudicati che, attraverso strategie di marketing sofisticate, propongono nuovi farmaci per rallentare l’invecchiamento del cervello con la prospettiva di ottenere enormi ritorni economici. Dall’altra parte si trovano invece i sostenitori della politica della “salute naturale” che difendono l’idea di un ciclo vitale “tradizionale”, accusano la società di spendere sproporzionate risorse del bilancio della salute pubblica per cure geriatriche deprecando la realizzazione di un futuro scenario di una nazione organizzata come un ospizio in conseguenza delle correnti politiche sanitarie. L’attuazione di un particolare stile di vita, come per esempio lo svolgimento di una regolare attività fisica, rappresentano delle forme non-mediche di difese anti-età che sono senza dubbio delle opzioni non attraenti per la maggior parte delle industrie farmaceutiche, ma possono rappresentare una via naturale per contrastare attivamente l’invecchiamento come processo che coinvolge una aumentata vulnerabilità e una ridotta capacità di contribuire alla società degli individui anziani.


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