QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Le pensioni e il lavoro a tempo parziale in Svezia

1. Introduzione

Tra il 1976 e il 2001 la Svezia ha adottato un particolare regime pensionistico, che prevede il part-time previdenziale in relazione al pensionamento per anzianità, per vecchiaia e per invalidità. Il regime pensionistico parziale ha riscosso notevole successo, registrando un alto tasso di adesioni, anche se è stato criticato perché troppo costoso. Nell’ambito della riforma delle pensioni di anzianità del 1994, il regime a tempo parziale è stato reso meno generoso, per poi essere abolito del tutto nel 2001. Le altre due possibilità di conciliare lavoro e pensione hanno continuato ad esistere. Lo studio si propone di evidenziare che, quando hanno l’opportunità di scelta, le persone tendono a preferire un lavoro part-time piuttosto che un’attività full time o il pensionamento.

2. Perché adottare una politica volta ad aumentare l’offerta di manodopera?

Durante gran parte del periodo postbellico, le previsioni relative al fabbisogno di manodopera in Svezia hanno seguito le variazioni del ciclo economico, come si evince facilmente dalle stime quinquennali realizzate dal Ministero delle finanze. Analisi e raccomandazioni variano a seconda dell’anno di pubblicazione: in periodi di prosperità, la conclusione era stata che l’offerta di manodopera risultava eccessivamente ridotta e che occorreva agire per rafforzarla. Negli anni della recessione ci si era concentrati sulla scarsità del fabbisogno e sulla necessità di fare qualcosa per ridurre l’offerta. Sin dagli anni Ottanta, a prescindere dalla congiuntura economica, sul dibattito è aleggiata la preoccupazione che il declino della fetta di popolazione in età lavorativa2 e il conseguente calo dell’offerta di manodopera avrebbe reso problematico il finanziamento della previdenza sociale. Anche nel corso degli anni Novanta sono state adottate molte misure atte a rafforzare l’offerta di manodopera, anche se allo stesso tempo si è agito (più o meno intenzionalmente) per cercare di diminuirla.3 Pur non avendo risolto il problema, tali iniziative hanno contribuito a renderlo più visibile.
Il motivo per cui gli argomenti oggetto di discussione sono cambiati è da ricercarsi nella crescente consapevolezza che la percentuale di anziani sul totale della popolazione continua a crescere e che tale aumento non risulta controbilanciato a causa della diminuzione del numero di chi si trova al di sotto dell’età attiva: la quota di popolazione attiva si riduce. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ci se ne è resi maggiormente conto, forse perché in conseguenza di ciò altri Paesi, non da ultimo Paesi membri dell’Unione Europea, si trovano ad affrontare lo stesso fenomeno, e l’opinione pubblica svedese viene influenzata dalle discussioni che avvengono altrove.

1 Sono grato a Gunnar Edebalk, Gabriella Sjögren Lindquist e Ann-Charlotte Ståhlberg per i preziosi commenti e ringrazio Annika Sundén per le osservazioni svolte a proposito di una versione precedente e della conferenza ESPE tenuta a Bergen nel giugno 2004, oltre a quella intitolata “Changing Social Policies for Low-Income Families and Less Skilled Workers in the EU and the US” presso il National Poverty Center and European Union Center, University of Michigan, aprile 2005.
* Istituto svedese di ricerca sociale, Università di Stoccolma, SE-106 91 Stoccolma, Svezia, e IZA, Bonn, eskil.wadensjo@sofi.su.se.
2 L’espressione “età attiva” in genere viene definita come il periodo compreso tra il completamento della scuola dell’obbligo fino alla normale (usuale) età pensionabile, periodo che attualmente in Svezia va dai 16 ai 65 anni. Ciò implica che il concetto di età attiva può mutare nel tempo (variando il sistema scolastico e il regime pensionistico) ed è diverso da Paese a Paese. Molti di coloro i quali rientrano nell’età attiva non hanno occupazione, mentre ci sono persone che lavorano pur essendo più giovani o più anziane.
3 Cfr. l’analisi offerta da Wadensjö & Sjögren (2000).


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