QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

L’invecchiamento della popolazione italiana: effetti e politica sociale

3.1 Il sistema pensionistico

L’invecchiamento della popolazione ha già creato nel passato una pressione crescente sugli equilibri finanziari dei conti pubblici dell’Italia, come anche di molti altri paesi europei che condividono lo stesso inevitabile cammino demografico. Diversamente da altri paesi, però, l’Italia ha già affrontato più volte modifiche strutturali e interventi in campo previdenziale. Ma non è sufficiente. Perché occorrerà volgere l’attenzione sulla capacità che il sistema pensionistico avrà di raggiungere il suo scopo economico e sociale: assicurare un’adeguata continuità di reddito nel passaggio dal periodo di vita lavorativo a quello del pensionamento (Pizzuti, 2003).
Nelle riforme già effettuate e in quelle allo studio, si delineano due tipi di interventi per contrastare il processo di invecchiamento: aumento dell’età pensionabile e passaggio dal finanziamento pubblico a ripartizione a quello privato a capitalizzazione.
Non vi è dubbio che l’invecchiamento della popolazione crei notevoli effetti (anche distorsivi) sul sistema. Infatti, il finanziamento delle prestazioni di una parte consistente della popolazione viene a pesare su quella parte di popolazione attiva che, al contrario, va riducendosi. L’aumento della permanenza nella popolazione attiva (dunque uno spostamento in avanti dell’età del pensionamento), potrebbe costituire uno strumento di contenimento degli effetti dell’invecchiamento, in quanto consentirebbe di realizzare un duplice risultato: ridurre il numero di coloro che beneficeranno della prestazione, e aumentare quello dei soggetti in grado di creare reddito da distribuire ai più anziani. Tuttavia, questo non sarà facilmente realizzabile per l’Italia, data la sua squilibrata condizione del mercato del lavoro. Infatti, il reddito prodotto dipende dal numero di lavoratori occupati e dalla loro produttività. Come sottolineato in precedenza, il tasso di attività della popolazione italiana è tra i più bassi d’Europa, e il tasso disoccupazione (soprattutto giovanile e femminile), al contrario, è consistente. Il sistema produttivo non riesce ad assorbire persone in età lavorativa e, anzi, ha manifestato più volte la tendenza a pensionarle prima del tempo. In queste circostanze, dunque, il tentativo di allungare il periodo lavorativo rischia non solo di non realizzare lo scopo, ma, al contrario, di aumentare il tasso di disoccupazione e di diminuire capacità per le imprese di produrre reddito con cui sostenere la spesa pensionistica (Pizzuti, 2004). Un’alternativa potrebbe essere rappresentata dall’ipotesi in cui avvenga un prolungamento del periodo di istruzione e formazione abbinato a un miglioramento del sistema lavorativo che consenta un volontario slittamento dell’età del pensionamento. In un’ipotesi di migliorata capacità produttiva il reddito tenderebbe ad aumentare rendendo disponibili risorse maggiori da destinare alla previdenza e potrebbero attenuarsi i temuti contrasti fra generazioni.
Da quanto descritto si può prevedere che lo spostamento in avanti dell’età pensionabile sarà più lento del necessario, anche perché il modello a capitalizzazione virtuale sembra avere ancora difficoltà a essere largamente condiviso come strumento per evitare ritardi e squilibri7 (Gronchi, 2005).

3.2 Il sistema di protezione sociale

La spesa per la protezione sociale, in accordo con la definizione OCSE, consiste nell’erogazione, da parte di istituzioni pubbliche e private, di benefici e contributi finanziari destinati a famiglie e individui allo scopo di fornire loro un sostegno in presenza di circostanze che incidono negativamente sul loro benessere.
Si tratta, dunque, di una spesa per prestazioni monetarie o in natura che ha una finalità sociale8 e un aspetto redistributivo. Nel periodo 1992-2001, la spesa pro-capite per la protezione sociale nell’UE è aumentata in media dell’1,9%. La spesa sociale complessiva ha raggiunto nel 2001 il 27,5% del PIL, registrando un lieve incremento rispetto al 2000 (+0,2%). Tuttavia, l’andamento non è stato perfettamente regolare, si è mantenuto elevato tra il 1993 ed il 1996 (oscillando attorno al 28,5%), scendendo tra il 1996 e il 1998 al 27,5%, valore al disotto del quale è rimasto fino al 2000,9 per poi risalirvi come già ricordato nel 2001. Il valore della spesa sociale relativo all’Italia, pari al 25,6% del PIL, si pone al disotto di circa due punti rispetto alla media UE, mentre il valore relativo alla pressione fiscale rispetto al PIL, è pressoché pari alla media dell’UE (Eurostat, 2004d; Banca d’Italia, 2004).

7 Anche perchè l’efficacia del meccanismo è subordinata a due condizioni: i coefficienti di trasformazione devono essere aggiornati annualmente e l’aggiornamento deve riguardare solo le nuove coorti che si affacciano all’età pensionabile; la prima condizione è necessaria per evitare discontinuità socialmente inaccettabili, la seconda serve a scongiurare che la revisione dei coefficienti possa vanificare l’accumulo di montanti più elevati. In Italia l’aggiornamento è invece decennale, vale erga omnes, e ha carattere in parte negoziale essendo decretato dai ministri dell’Economia e del Lavoro, sentiti il Parlamento e le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.
8 La finalità sociale viene solitamente riconosciuta ai seguenti ambiti: benefici monetari agli anziani (pensioni); benefici monetari ai disabili; benefici monetari per malattie e infortuni sul lavoro; benefici monetari per malattia; servizi per anziani e disabili; pensioni di reversibilità ai superstiti; fondi per la casa; benefici monetari alle famiglie; servizi alle famiglie; politiche attive sul mercato del lavoro; indennità di disoccupazione; spesa sanitaria pubblica.


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